Tutto
quello che avresti voluto sapere sulla velina e non
hai mai osato chiedere
Anni
50. Edy Campagnoli. Bella e taciturna come la notte.
New look alla Dior democristianizzato: abiti di taffettà
accollati, gonne strette in vita e ampie in fondo
da scoprire appena un quarto di metro di gambe. Quello
che basta per sognarla. Edy è l’Italia degli
anni 50. E’ l’Italia di “Lascia o Raddoppia”. E’ la
timida fidanzatina d’Italia, la padrona di casa (non
solo di casa RAI) ideale. Protovelina? Nostalgie a
parte: no. Parliamo di Veline & co. Parliamo di
“ine”. Già l’etimologia spiega la deprecazione
di un ruolo invece diffusamente ambito. Infatti non
è per soldi che si fa le veline. Non si è
Veline per 200 euro nette al giorno, non si è
ancora letterine per 150, tantomeno ereditiere per
100. Si diventa “ine” per fare televisione. Neanche
per fare: l’importante è starci, molte(ma non
le vere “ine”) si limitano a stare in tivvù.
Piuttosto che davanti, dentro. Sono state talmente
davanti lo schermo che ci sono entrate? Nemmeno. Non
bisogna neppure conoscere la televisione per starci.
E non serve neppure starci col produttore o il direttore
di rete. Il luogo comune della spintarella è
quello che è: un luogo comune. Basta entrarci
per starci. Il problema semmai è entrarci e
“l’importante è esserci”(non nel senso di “farci
od esserci”…secondo un altro luogo comune:belle ma
stupide. Essere belle non è conditio sine qua
non della stupidità:molte infatti non sono
neppure belle. Tante altre non sono neanche stupide
e semplicemente non sono e al massimo ci stanno. Ma
nemmeno queste sono “ine”). “L’importante è
esserci”, come recita un recente promo di Baudo. Ma
quello è l’esserci del conduttore e del pubblico.
Non delle “ine” sempre più “inizzate” dalla
televisione. Non si diventa “ine”, si è “ine”
in(sid)e. Il problema che si pone è al limite
di scegliere tra le aspiranti le già “ine”,
eroine delle belline che possono soltanto aspirare
ad essere “ine”. E della selezione si può fare
un programma. E il programma non è una sfilata
di “ine”, ma la distanziazzione nell’immaginario,
delle aspiranti “ine” soltanto belline dalle “ine”,
quelle vere. Le belline galline dalle “ine” starlettine
nel loro piccolo(schermo). La tv si rimpicciolisce
sino a schiacciare il sogno di starci dentro: da qui
nasce una bizzarra forma di claustrofobia, denominata
“telegeina” (telegenia da ina ). La chirurgia
plastica sta facendo passi da gigante nella cura della
telegeina. Ma c’è poco da rallegrarsi: sembra
anzi che la cura sia diventata un sintomo della malattia
stessa. Di cosa stiamo parlando? Della degenerazione
onirica delle teenagers di cui parla Muccino in “Ricordati
di me”? Meglio dimenticarsi di lui. Almeno sino alla
fine di questo discorso. Perché qui si sta
parlando di “ine”, e le “ine” meritano lo stesso rispetto
di tutti gli altri archetipi del nostro immaginario.
Se non ci fossero le “ine” certe trasmissioni non
le guarderebbe nessuno. Almeno per quanto mi riguarda,
non le guarderei io e non le guarderei a priori. E
la loro vita non è nel giardino dei balocchi.
L’estetizzazione estrema del loro vissuto ci porta
anzi a porci delle domande del tipo: “dove andremo
mai a finire se continuiamo di questo passo?” . Sveglia
presto, colazione terzomondista, trucco e igiene personale(spero),
palestra, prove, ancora doccia (senza porci neppure
il beneficio del dubbio a riguardo, che tanto perfettine
qualcuno spera almeno puzzino…), trucco, registrazione
telepromozioni, diretta o registrazione della trasmissione.
Serata in discoteca feste e convention, spot, calendari
e ospiti in talk e programmi che non guarderebbero
mai. Arrivate a casa stanche morte, il ragazzo calciatore
magari sta in qualche serata mondan-lavorativa e si
ritrovano sole davanti alla rubrica (piena di soli
pr, imprenditori, impresari, di “quelli che contano”,
di “gente del mestiere” e “gente a cui non affideresti
neppure il cane”) o se il ragazzo c’è o è
stanco per gli allenamenti o deve astenersi per la
partita. Una vita adusa al sacrificio e alla costrizione
estetica. Eppure vengono additate come le studentesse
del primo banco della cattiva maestra tivvù.
O vengono poste sotto i riflettori di un desiderio
degenerato. La televisione ha bisogno di loro e noi
della televisione. L’immaginario aspira ad essere
sempre più “ino”? Annuncio la (f)ine del mondo:
quest’ estetizzazione dequilibrante sta facendo buchi
nel nostro stomaco ancor più preoccupanti di
quello dell’ozono.
di
Andrea Silvestri