Nelle
acque di Guadalcanal: la Seconda guerra mondiale
vista da Malick[1]
Se
il conflitto del Vietnam non avesse sconvolto
le coscienze e l’immaginario bellico degli
Stati Uniti, probabilmente Terrence Malick
non avrebbe mai potuto girare un film sulla
seconda guerra mondiale come La sottile linea
rossa. Non a caso, a qualcuno, il film di
Malick può essere sembrata una pellicola
sul Vietnam, o comunque fortemente condizionata
da quella esperienza: il nemico giallo, le
sue crudeltà, il suo diverso senso
della vita e della morte, i paesaggi esotici
di una natura affascinante e sublime che assiste
impotente al compiersi di orrende tragedie
quotidiane personali.
La
sottile linea rossa (The thin red line, 1998)
è un film al contempo anomalo e classico
nel modo di raccontare la guerra, ed in particolare
l’episodio della presa dell’isola di Guadalcanal
da parte dell’esercito americano. La storia
prende avvio con le immagini del soldato Witt
ed un suo commilitone che si sono defilati
dalla loro unità e vivono una parentesi
di pace all’interno del conflitto, a stretto
contatto con le popolazioni indigene di Guadalcanal
e con la natura prepotente e sublime dell’isola.
I due vengono presto rintracciati e, insieme
ai loro compagni, destinati allo sbarco che
dovrà dare inizio alla riconquista
dell’isola occupata ora dai Giapponesi. Lo
sbarco avviene senza particolari resistenze
nemiche ma, una volta all’interno, le cose
cambiano radicalmente: quando i soldati americani
giungono ai piedi di un’altura la cui conquista
risulta determinate per l’occupazione dell’intera
isola, vengono travolti dal fuoco di sbarramento
e bloccati sulle loro posizioni. Il colonnello
Tall, che vede nella riuscita dell’impresa
il riscatto di una carriera militare trascorsa
nell’anonimato, cerca di spingere il capitano
Staros a gettare i suoi uomini in un feroce
combattimento; Staros, però, si rifiuta.
Tall organizza, quindi, una pattuglia di volontari,
guidata dal capitano Gaff, suo pupillo, che
riesce a sgominare i difensori asserragliati
nel bunker sulla sommità dell’altura
e ad aprire la strada all’avanzata dell’intero
plotone. Witt che ha già combattuto
nell’azione decisiva, non si tira indietro
nemmeno nella battaglia successiva nonostante
il sergente Welsh, che lo aveva rintracciato
all’inizio del film e ricondotto nel plotone,
continui a reputarlo inaffidabile: il cinismo
di quest’ultimo non è, infatti, conciliabile
con l’idealismo pervaso di misticismo che
caratterizza il comportamento di Witt. Al
termine della vittoriosa battaglia, Staros
viene destituito dal comando da parte del
colonnello e rispedito negli Stati Uniti,
al Ministero della Guerra. Il plotone viene
mandato nelle retrovie per una settimana di
riposo e, nel corso di questi giorni di spensieratezza,
il soldato Bell riceve una lettera in cui
sua moglie, a cui aveva sempre pensato per
darsi coraggio e per amore della quale era
stato declassato dal rango di ufficiale a
soldato semplice, gli chiede il divorzio perché
innamorata di un altro uomo. Finito il periodo
di riposo i soldati vengono rimandati al fronte
e, nel corso di un’operazione di perlustrazione
nel cuore della giungla, Witt, mandato in
avanscoperta con due compagni, si lascia uccidere
dai Giapponesi per consentire al suo commilitone
di raggiungere il resto del plotone ed avvisare
della vicinanza del nemico. Il sergente Welsh
si sofferma a meditare sulla sua tomba, per
poi commentare sarcasticamente, dentro di
sé, le parole del nuovo capitano che
arringa il plotone che, dopo la conquista
dell’isola, viene reimbarcato verso una nuova
destinazione.
Presentato
impropriamente come l’anti-Spielberg[2], il
film di Malick si pone come una sorta di rielaborazione
lirico-filosofica dell’esperienza bellica,
ed in particolare dell’esperienza della guerra
in conflitto logico col paradiso naturale
di Guadalcanal dove la battaglia ha luogo.
Si tratta, effettivamente, di un cinema lontano
anni luce da quello del cineasta di Salvate
il soldato Ryan: mentre quest’ultimo, attraverso
l’uso considerevole di semi-soggettive e macchina
a mano punta a creare un «effetto documentaristico»
delle sequenze belliche, quasi a voler ricostituire
totalmente i comportamenti e le sensazioni
di quei momenti, Malick predilige una struttura
corale contraddistinta da un’intricata sinfonia
di voci interiori che si alternano e sovrappongono
frammentando, in un labirinto di riflessioni
in soggettiva, il punto di vista collettivo.
Mai come in questo film, la guerra non è
l’elemento predominante ma diviene, come afferma
Adriano Piccardi, “la porta attraverso la
quale Malick ha scelto di passare per poter(ci)
dire qualcosa di radicale (e forse, in definitiva,
indicibile) sull’irriducibilità dell’altro:
condizione da cui il soggetto ricava la solidità
che lo rassicura del suo esserci, ma, contemporaneamente,
il destino della sua dissoluzione. […] in
tutta la sequenza introduttiva, dove vediamo
Witt che cerca il modo per entrare in contatto
con una civiltà a lui estranea e ascoltiamo
le sue riflessioni sulla possibilità
di percepire l’eternità nella calma
con cui bisognerebbe saper affrontare la morte,
«l’esser cosa della cosa» si afferma
con forza irrevocabile. Parlo della natura,
l’eterno coprotagonista con cui l’umanità
ha dovuto confrontarsi, con esiti alterni
e sempre finora provvisori […]. Si delinea
un ambiente che riassume in sé la quintessenza
di un radicalmente altro, depositario principale
di quel silenzio che chiama a sé Witt
come chiunque altro (dentro e fuori del film)
e a cui ognuno cerca di rispondere”[3].
L’autore
sceglie, infatti, di disseminare il film di
profonde riflessioni sul senso della vita
e sul significato della guerra attraverso
la voce off dei diversi soldati che compongono
il plotone impegnato nella conquista dell’isola:
la voce fuori campo subisce un processo di
frammentazione dovuto alla coralità
dell’impianto e diventa, di volta in volta,
espressione dei timori e delle speranze di
ciascuno. “In La sottile linea rossa, utilizzando
coerentemente le opportunità fornite
dal contesto bellico, […] Malick introduce
in scena i personaggi e li fa poi scomparire
senza che il loro passaggio risulti mai veramente
decisivo; come individui sono tutti in qualche
modo superati e metabolizzati in quell’evento
totalizzante che è l’esistenza stessa,
qui manifestantesi sotto le forme feroci dello
scontro armato. Solo in qualche caso è
la morte a sottrarceli; quasi sempre è
semplicemente un trasferimento di attenzione,
a prima vista solo momentaneo, nel flusso
degli avvenimenti a strapparceli definitivamente
da sotto gli occhi – e sempre nel momento
in cui eravamo arrivati a formularci alcune
domande su di loro”[4]. Malick riesce così
a delineare un modo totalmente innovativo
di presentare i personaggi e di farci identificare
con le loro azioni: noi siamo letteralmente
dentro di loro, ascoltiamo i loro monologhi
interiori, visualizziamo i loro ricordi e,
al tempo stesso, sappiamo di loro molto meno
rispetto al film di Spielberg, in cui l’introspezione
dei personaggi è molto più superficiale.
Attraverso l’uso di espedienti cinematografici
che all’apparenza possono apparire classici
e un po’ vecchi (flashback, visualizzazioni
dei pensieri, contrasto tra una voce over
che dice troppo ed un’immagine che dice troppo
poco), egli non svolge solo un’operazione
di rimescolamento dei tempi ma, soprattutto,
definisce le caratteristiche di un soggetto
collettivo che affiora volta per volta dai
singoli individui: “non si tratta di un film
corale, di una semplice somma di aneddoti,
ma di un soggetto molteplice e precario, necessariamente
destrutturato e fatto a pezzi, più
profondo e complesso di un semplice io”[5].
Questo è uno degli elementi predominanti
nel film, una delle riflessioni che occupa
la maggior parte dei monologhi, soprattutto
del soldato Witt; proprio lui, infatti, pronunce
una frase che rimanda inequivocabilmente a
questa idea:
«Forse
gli uomini non appartengono che ad un’unica
grande anima... più volti di uno stesso
essere... un unico grande essere...»
Concetto
ribadito anche dalla parole del capitano Welsh,
che tenta più volte di ammonire Witt
sull’inutilità del suo sacrificio all’interno
di quell’enorme macchina distruttrice che
è la guerra:
«In
questo mondo un uomo da solo non è
niente... e non esiste un altro mondo»
gli
dice all’inizio del film quando deve riportarlo
tra i ranghi militari, per poi ripetergli,
nel momento della battaglia decisiva per la
conquista della collina:
«che
differenza può fare un solo uomo in
tutta questa grande pazzia?».
Il
regista dà vita ad una galleria di
personaggi differenti ma che sono, nelle sue
intenzioni, nient’altro che un unico individuo,
accomunati dalle medesime paure e sensazioni,
ma anche caratterizzati da particolari ben
diversi in grado di mostrare le diverse sfaccettature
di una persona. Individui singoli ma che le
circostanze nefaste del conflitto hanno reso
parte di un'unica grande «famiglia»
all’interno della quale si trovano a combattere
per la loro sopravvivenza, ma anche per la
compattezza del gruppo e la vita dei propri
compagni. Ma, purtroppo, nella follia della
guerra non c’è spazio per l’altruismo
o la generosità: il capitano Staros,
che cerca di opporsi ad un ordine superiore
nel tentativo di non rischiare inutilmente
la vita dei suoi soldati, deve sottostare
alle gerarchie militari e, soprattutto, viene
destituito dal suo incarico e rimandato in
patria.
Una
componente fondamentale nell’opera di Malick,
che riveste un ruolo pari quasi a quello degli
stessi protagonisti in carne ed ossa, è
la natura, elemento scenografico e al tempo
stesso simbolico all’interno dell’impianto
narrativo del film. Non è un caso che
l’autore abbia scelto di mostrarci la guerra
nelle isole dell’Oceano Pacifico: il luogo
del pianeta che, forse più di tutti
gli altri, ha da sempre alimentato sogni di
utopia nell’uomo occidentale degli ultimi
due secoli. In nessun altro luogo potevano
apparire altrettanto profanatrici le conseguenze
dell’applicazione del binomio tecnica/guerra
che, nel corso del nostro secolo, si è
imposto come elemento fondamentale nello sviluppo
cognitivo e tecnologico delle nostre società
«moderne». Tutta la parte iniziale
del film, che prende avvio con lo sbarco sulle
spiagge di Guadalcanal e si conclude con la
conquista delle postazioni giapponesi, ne
è la travagliata, straziante raffigurazione.
“La battaglia condotta a livello dell’erba
lungo i fianchi della collina, sulla cui sommità
stanno i nemici da distruggere, mette in scena
con i vari personaggi, immobilizzati o striscianti
in questo fluttuante mare verde, e attraverso
le loro soggettive «macro», la
vertigine dello scarto irrimediabilmente introdotto
tra il mito di un nuovo eden e l’imposizione
reale di un luogo in cui misurarsi soltanto
con la ricerca della sopravvivenza. Gli uomini
concentrati soltanto su se stessi, sul calcolo
delle possibilità di vita o di morte
conseguenti al gesto che stanno per compiere,
in realtà si perdono, sono già
perduti a se stessi: ciò che stanno
facendo è prodotto (e origine) di un
fatto collettivo che li contiene e li annulla,
in quanto persone. E la natura che li attornia
riprende per loro le uniche sembianze allora
possibili: quelle che la tecnica applicata
al metodo di uccidere le assegna”[6]. Nell’immagine
di apertura del film, immagine di pericolo
imminente, un coccodrillo si immerge nella
verde acqua stagnante; nell’ultima immagine,
in opposizione alla prima e in forte posizione
di chiusura, il grosso uovo vegetale genera
il suo germoglio: la natura, autonoma e spontanea,
nasce, vive, muore, si rigenera, non curante
degli stravolgimenti che la sventurata mano
dell’uomo opera al suo interno. Animali e
piante vivono e sentono senza soggetto, in
modo incomprensibile agli occhi degli uomini
che, invece, si pongono continuamente delle
domande: l’uomo è un soggetto che sente
e si interroga, dandosi, spesso, risposte
sbagliate. Witt cade infatti in errore quando
pensa, all’inizio del film, sull’immagine
del coccodrillo, che la natura combatta contro
se stessa: la natura non è in guerra
con nessuno, essa non ha voci, né pensieri,
ma morte e resurrezione sono il suo naturale
modo d’essere. Al contrario sono gli uomini,
che hanno voci e pensieri, ad essere chiamati
alla guerra e alle stragi insensate, e in
guerra sono loro che continuano a porsi domande,
a misurarsi con la morte e ad accorgersi,
quasi forzatamente, del mondo. Nonostante
i suoi continui sforzi, Witt non comprende
la guerra e le ragioni che hanno indotto degli
esseri umani a combatterla, mutilando ed uccidendo
altri esseri umani, e tutto sullo sfondo di
questo paesaggio naturale bello ed impassibile,
all’interno del quale si consuma il peggiore
dei drammi umani. La natura, con i suoi colori
caldi, i suoi toni accessi, la sua fauna paradisiaca
e la sua quiete intrinseca, contrasta fortemente
con l’irrazionalità e la disorganizzazione
introdotti dall’uomo e dall’evento bellico,
elemento perturbante dell’abituale armonia
del regno animale. “Nella visione di Malick
il corpo è completamente subordinato
a una Natura che tende a soffocarlo. I soldati
vengono quasi inghiottiti dall’erba. I contorni
del corpo perdono consistenza, le uniformi
dei soldati diventano quasi una variazione
cromatica, meno accentuata, del verde acceso
che domina il luogo. Soprattutto il luogo
finito di Guadalcanal diventa immenso contenitore
primigenio, set in cui i quattro elementi
della natura (acqua, aria, terra, fuoco) si
combinano quasi per naturale osmosi. Elementi
in continuo e costante contatto: un’inquadratura
in cui è presente il fuoco viene cancellata
dallo stacco successivo in cui è presente
l’acqua (l’acqua che spegne il fuoco). L’acqua
soprattutto è elemento costante che
lascia disegnare una compiuta circolarità
(il coccodrillo nell’immagine iniziale e il
sasso con la piantina in quella finale). L’acqua
si presenta sotto forma di pioggia che lava
il corpo. E soprattutto le immagini subacquee,
quelle in cui nuota Witt dopo la morte, tendono
ad assumere i contorni di un aldilà
edenico”[7].
L’uomo
arriva a contaminare quell’angolo di paradiso
con i suoi strumenti di distruzione e morte:
come è simboleggiato in modo arguto
dallo schizzo orizzontale di sangue che si
staglia sul filo d’erba verticale, lungo,
icona chiara e potente di una natura devastata
in maniera irrimediabile dal passaggio dei
soldati. “Nello spazio del film l’Eden perduto
convive con l’Inferno, ma in quanto perduto
non si mescola con esso. C’è addirittura
una cesura temporale precisa a marcare la
soglia, dopo mezz’ora di film. Il tempo inizia
ora, prima non esisteva: lo spazio del Paradiso
perduto è segnato dall’ingresso nel
Tempo. E tuttavia, fugaci, enigmatiche presenze
si insinuano nell’universo del furore, vi
introducono una calma inspiegabile, una serenità,
che ricordano l’altro universo, non quello
della casa, ma quello edenico”[8]. Sul ruolo
del paesaggio naturale all’interno del film
di Malick, appare particolarmente degna di
attenzione l’opinione espressa da Alberto
Pezzotta che sintetizza argutamente quanto
detto finora, operando anche un importante
confronto con la contemporanea opera di Spielberg:
“in La sottile linea rossa il teatro degli
eventi è ben più concreto che
in qualsiasi war-movie: un’isola abitata da
melanesiani, dove i serpenti guizzano tra
i soldati e ci si può soffermare (visto
che il tempo scorre e non ci si spara sempre)
a toccare una foglia sensitiva. Spielberg
lo intuisce per un momento, quando mostra
i pesci morti sulla spiaggia di fianco ai
cadaveri dei soldati: ma la sua Omaha Beach
è solo un set [...]; un luogo di passaggio,
poi, dopo il quale può iniziare il
film vero. L’unicità di La sottile
linea rossa comincia dalla sensazione di essere
altrove; non solo, perché con ulteriore
straniamento si affianca la sensazione che
si fa qualcosa di fuori luogo in quella cornice,
cioè ammazzarsi. La guerra di Malick
è al tempo stesso più radicata
nelle cose (anche perché è leggibile
come regressione a uno stato di natura, dove
la natura è anche Male), e più
estranea e innaturale. Anche perché
i suoi tempi sono imprevedibili: pieni e vuoti
si alternano con una logica frattale e poco
cinematografica”[9].
Il
parallelismo tra La sottile linea rossa e
Salvate il soldato Ryan risulta inevitabile,
vista l’uscita praticamente contemporanea
dei due film, ma può, tuttavia, essere
fuorviante perché ci troviamo di fronte
a due opere totalmente differenti per struttura
narrativa e stile registico; tale contrasto
è particolarmente evidente nell’analisi
delle scene di sbarco presenti nei due film.
Lo sbarco di Spielberg avviene in un’atmosfera
grigia e tetra dominata da un cielo plumbeo
e carico di pesanti nuvole, su un lembo di
spiaggia quasi invisibile agli occhi dei soldati
stipati sui mezzi da sbarco ed è pieno
di urla, di furore e appena scesi i soldati
vengono «accolti» dalle raffiche
del fuoco nemico senza possibilità
di razionalizzare quello che stia accadendo;
nella Guadalcanal di Malick, invece, i fucilieri
sbarcano in un silenzio spettrale, in un paesaggio
di immense colline verdi, cielo azzurro e
terso, giungla dai caldi colori... un vero
angolo di paradiso all’interno del quale è
arduo scorgere il nemico. Il nemico è
totalmente invisibile ed impercettibile: solo
dopo un po’ di tempo dallo sbarco, incominciano
a sentirsi dei colpi sporadici che, ad intermittenza,
raggiungono i soldati. Mentre Spielberg ci
fa immedesimare nelle gesta dei suoi soldati
attraverso soggettive e massiccio utilizzo
della macchina a mano, Malick predilige, nella
scena dello sbarco così come nelle
altre scene di battaglia, un tipo di ripresa
che anticipa il movimento dei protagonisti,
che non ci fa identificare con nessun punto
di vista privilegiato, ma precede, attraverso
carrellate a filo d’erba, il movimento dei
personaggi, seguendoli ad una distanza tale
da permettere un coinvolgimento empatico con
essi. Come sottolinea sempre Pezzotta, “una
figura tipica del cinema contemporaneo è
quella della macchina da presa che si muove
senza che il suo sguardo appartenga a nessuno,
la soggettiva senza soggetto: primo passo
verso la costituzione di uno sguardo cosale
che si sostituisce all’occhio umano. Nei combattimenti
di Malick la macchina da presa si muove spesso,
carrella velocemente, precedendo i personaggi,
senza aderire a un punto di vista privilegiato
o identificabile; tuttavia non si ha l’impressione
che si tratti di un’ipostasi della macchina-cinema,
coma nel controllato caos spielberghiano,
e neanche dell’occhio morale del regista,
come in un film classico. Quello di Malick
è sempre uno sguardo in sottrazione,
un far veder meno, un’alternativa al didascalismo
della rappresentazione-mostrazione. Nel complesso
stratificarsi di informazioni, nessun segmento
pretende di esaurire nulla; piuttosto cerca
sempre di alludere, additare al di là
dei limiti del detto (e del dicibile)”[10].
E’ possibile rinvenire alcune caratteristiche
all’interno del film che mostrano il fatto
che il regista sia tornato a dirigere un’opera
cinematografica dopo vent’anni la sua ultima
opera I giorni del cielo (Days of Heaven,
1979): il suo è, infatti, un cinema
molto più pacato e riflessivo rispetto
al cinema frenetico e carico di effetti speciali
a cui oggi siamo abituati; le sue inquadrature
quasi filosofiche della natura raggiungono
degli apici di bellezza sconvolgenti, il suo
frammentare le battaglie, collegandole attraverso
pause lunghissime in cui c’è spazio
per la riflessione, per la nostalgia, per
il ricordo degli affetti familiari, per comprendere
la durezza e l‘ingiustizia della vita militare.
Si
può quasi affermare che, con La sottile
linea rossa ci troviamo di fronte ad un caso
eccezionale di war movie: un’opera che, pur
muovendosi sulla scia di un cinema d’altri
tempi, scarno di iperattività e di
eccessivi prodigi tecnologici, risente, nella
sua costruzione globale, dei cambiamenti subiti
dal genere bellico, soprattutto all’indomani
del conflitto vietnamita. L’intento di Malick
non è tanto quello di fornire una ricostruzione
fedele di come si sono svolti gli eventi,
quanto di porre in essere una profonda riflessione
sul significato della guerra e della violenza
in generale, sul posto che l’uomo occupa sulla
terra all’interno di un sistema naturale che
spesso ha contribuito a turbare e violentare:
“La sottile linea rossa non è un film
di guerra: è un poema triste, soffocato
e malinconico sulle cose della natura e sulla
natura delle cose, uomo compreso. La terra,
come diceva Hölderlin, andrebbe abitata
poeticamente. Non è questo che fanno
gli uomini, dicevano gli stoici e dice Malick,
tornato a dirigere un film di voci dopo tanti
anni di silenzio”[11].
di Milena Comuniello
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[1]
Estratto di tesi di Milena Comuniello
[2]
Salvate il soldato Ryan e La sottile linea
rossa sono infatti usciti sugli schermi cinematografici
nello stesso anno, ovvero il 1998.
[3]
Adriano Piccardi, Lo sguardo disumano, “Cineforum”,
n. 2, marzo 1999, p. 3.
[4]
Ibidem.
[5]
Alberto Pezzotta, Io è un altro, “Filmcritica”,
n. 494, aprile 1999, p. 178.
[6]
Adriano Piccardi, Lo sguardo disumano, in
op. cit., p. 3.
[7]
Simone Emiliani, Sguardi (in)finiti in spazi
finiti, “Filmcritica”, n. 494, aprile 1999,
p. 187.
[8]
Alessandro Cappabianca, Il silenzio della
battaglia, “Filmcritica”, n. 494, aprile 1999,
p. 174.
[9]
Alberto Pezzotta, Io è un altro, in
op. cit., p. 177.
[10]
Ibidem.
[11]
Bruno Fornaia, In viva morte morta vita vivo,
“Cineforum”, n. 2, marzo 1999, p. 6.