Somagraphie
“Il
Glamour è il paese dove non si arriva mai”
I volti femminili della pubblicità di moda sono
volti ibridati
: l’identità è un make-up costruito, di volta in volta, a partire da quei glamourous
selves prelevati dalla
trousse dell’immaginario. Viviamo multividualità cosmetizzate: la cosmesi è
somatizzata, l’occhio si fa, da organo meramente percettivo, soprattutto organo
erogeno in grado
di
slabbrare l’immagine fotopubblicitaria
di moda, trafigurandola in uno dei tanti sé.
Mindful eye è il desiderio incarnato
dell’occhio : EROPTICA.
;4
Vedere è l’intelligenza del guardare. L’erotismo vede senza guardare. Così la
pelle vede attraverso il tatto, e la lingua vede attraverso il gusto. Le
immagini della Moda hanno la pelle di carta, vogliono essere leccate. Gli umori
si confondono: la saliva eccitata del senso, frammista al sangue non ancora
rappreso dell’immaginazione. La seduzione è collirio per i nostri occhi
annoiati. Unico pharmacon in grado di offrirci inesauste polluzioni retiniche. ::
:ZOOM. Dentro il corpo femminile attraverso le sue aperture.
Più dentro. Più dentro ancora. L’ossessione pornografica si fa sguardo:
l’immagine, carne esasperata. La mannequin è sconquassata. :: Panoramica. I
manichini sono diversi, ma tutti uguali. Tutti riversi sulla passerella.
Accatastati. :::Soggettiva.
Sei quello sguardo. Ma non sai di quale mannequin.
Nel corpus testuale di riferimento, ci siamo spesso imbattuti
nella rappresentazione pubblicitaria di corpi “per difetto”: “corpi-cosa” tra cose, corpi
congelati, corpi fantocci, bambole animate che ci riportano all’Olimpia di
Hoffmann
e corpi inanimati simili alle opere di Duane Hanson o Tony Oursler. Il loro
volto è per sineddoche questa sconcertante espressione dell’ evidenza della
sparizione del soffio di vita (lo pneuma)
che altrimenti li renderebbe umani. Eppure è questa assenza ambigua a renderli
davvero concreti, palpabili. E’ il loro essere manichini a consegnarci la loro
umanità deprezzata. Una umanità scomoda, che ci inquieta e disturba. E’ la
loro doppia iconicità a renderceli verosimili. La fotografia, in termini
semiologici, è un segno iconico. Ma c’è una formidabile resa nel vero, un tradimento,
anche in quel simulacro umano che è il manichino e che tradisce appunto la sua
impossibilità di vita nella fissità del volto, nella sua impassibilità e
impossibilità d’espressione. Accade allora che nella fotografia del manichino si
inneschi una “mimesi al quadrato”, o meglio, una doppia iconicità. La contemplazione perturbante di
questa doppia fittizia equivalenza ci conduce in un mondo onirico, allucinato
e fantasmagorico, aderente e al contempo dissimile dal nostro. Non siamo già
più e soltanto nell’acquietante mondo della “rappresentazione”, ma in quello
perturbante della “presenza”.
Ma la resa di questa eccedenza di realtà in una rappresentazione per difetto
dell’umanità, è altrettanto spesso agita dalla rappresentazione del sogno tout
court, di ambientazioni fiabesche, di modelle dormienti e sognanti, nell’estasi
dei sensi(o nell’illusione di un’estasi) e nella sparizione dei corpi(o nella
loro allusione, come nelle opere dell’artista Robert Gober). O di volti sfocati,
dall’incerta fisionomia: che restituiscono un’ universalità del volto. Ma
torniamo alla presenza antropomorfa del manichino, una presenza che procura
disagio. L’assurda fissità che lo rende dissimile dall’umano, è mistificata dal
congelamento dei corpi umani fotografati. Mi riferisco alla
fissità innaturale dei corpi naturali che lo scatto fotografico
rende necessaria. E se la fotografia dei manichini, che consegna una doppia
morte del soggetto fotografato, provoca in noi quel sentimento di unheimlich
freudiano,
quale sentimento proviamo di fronte alla fotografia di un corpo reso manichino
dalla morte? Il ricordo ci riconduce anacronisticamente a quei dagherrotipi che
ritraevano come consuetudine del tempo, corpi morti e la cui morte era
testimoniata dalla posa passivamente arresa alla forza di gravità, e dalle
palpebre inquietantemente chiuse. E oggi: l’erotismo inorganico dei
cadaveri-manichini dei Morgue di Andreas Serrano che evidenzia lo
sfumare di ogni “borderline tra il soggetto e l’oggetto, il
vivente e il morto, il corpo(body) e il cadavere (corpse), l’organico e
l’inorganico”.
Ancora lo sguardo: quello ammaliante che, anche quando obliquo, le modelle
rivolgono al fruitore della pubblicità di moda, quello negato dalla morte e che
è uno sguardo sulla morte, quello fisso e perturbante dei manichini.
Questi scatti ci suggeriscono forse l’incapacità di far fronte all’insorgenza
dell’Altro, la schizofrenia generalizzata che aliena e reifica il corpo,
l’obbedienza ad una logica del frammento. Una MPD (Multiple Personality
Disorder), ”metafora della postmodernità”,
delle continue deflagrazioni e ricomposizioni del volto, direbbe lo stesso Oursler, artista
con il quale abbiamo iniziato il paragrafo e chiuso il cerchio di queste
considerazioni.




Fig.1-4: Campagne
moda 2004 di Agent Provocateur. Nella pagina
accanto: Campagna Diesel “save-yourself”autunno
inverno 2001, curata da Jan R Khazem. Sopra: David Sims per la campagna Jill
Sander autunno inverno 2004
Il
volto della Gorgone e la maschera
Il volto femminile della pubblicità di moda è sovente(ma lo è
stato più in passato, e in corrispondenza dell’approssimarsi della fine del
millenio) il volto della Gorgone, che intreccia morte desiderio, incrociando lo
sguardo di chi guarda, in antitesi a “quell’immagine singolare che è il
volto, che nello sguardo ha il suo punto di fuga all’infinito (questa […] la
tematica di fondo della ritrattistica di Cristo)”. Il volto della Gorgone, ma vi sono
diverse figure femminili della morte (Sirene, Arpie, Sfingi , alle quali la pubblicità
di moda attinge), così come il sesso femminile, deve essere velato, per
scongiurarne l’oscenità. Indossare la maschera, al di là delle accezioni
negative che possono connotare quest’atto squisitamente antropologico,
significa intraprendere un viaggio che conduce, attraverso l’inquietudine, a
noi stessi e all’incontro con l’Altro. Incontrare l’Altro e indossarne la
maschera, assumendo su di sé l’Altro (il divino, la Gorgone,
l’inconoscibile), il suo volto (la maschera è innanzitutto un volto) e le sue
alterità. Se il senso della maschera è appunto questo contatto con le potenze
dell’invisibile, nel mito, Perseo deve affrontare i demoni, per arrivare ad
uccidere la Gorgone Medusa attraverso un
dono (e munus è una delle radici di comunicazione…), il lucente scudo di
Atena. L’unico sguardo possibile è attraverso l’immagine riflessa nello scudo. Uno
sguardo che incontri indirettamente la seduzione e l’’osceno, e che sconfigga
la maschera con la maschera. Facendosi maschera.

Fig 5-11. Sopra: Moschino “Cheap and Chic”. In ordine:
Skullpture per Dior, Poison. Sotto: campagna autunno inverno Yves Saint
Laurent, foto di Craig McDean. Nella pagina accanto: Campagna Moschino autunno
inverno 2004 e a seguire: Campagna Jacobs autunno inverno 2005, foto di Juergen
Teller.Le ultimie due immagini ritraggono la modella Valentine, della campagna
autunno-inverno 2000 dello stilista Massimo Piombo, che esibisce fieramente un
angioma. E ancora:l’ematoma sul volto sofferente modella della Fornarina.





“La mortifera maschera femminile di Gorgo ci dice, secondo
Vernant,
della diversa e analoga fascinazione erotica […] Gorgo, Gorgone, per i latini
Medusa, indica per i Greci che il mondo visibile, il mondo delle apparenze, è
sotteso dall’informe, dal caos sempre minacciante, o da ciò che sfugge, si
sottrae, resiste all’afferramento del conoscere e del fare”. Il femminile dunque come alterità
radicale, come perturbante. Ripondere al suo sguardo, significa
sfidare (perdendo) la minaccia di una pietrificazione. Oggi la maschera
indossata dalla moda è quella smoothfetish del boia-gorgone, della dionisiaca pelle
di latex, del ludico e incontenibile Pan, del Satiro danzante: è
l’impossibilità di volgere direttamente lo sguardo verso l’altro senza
riconoscerne, piuttosto che il ruolo, piuttosto che il feticcio di un volto
posticcio e imperturbabile, la persona. Ed essere dunque chiamati alla
responsabilità.
L’altra faccia della maschera non è allora il volto, ma l’obbedienza a codici
ben definiti di identificazione: è la coercizione, il controllo. Il potere carnevalesco della
maschera è però anche questa capacità di sovvertire, fascinosa e sprezzante,
questi codici, inflazionandoli. L’8 marzo del 2004, modelle e detenute, hanno
sfilato insieme in passerella all’interno del carcere di San Vittore, mostrando
a stilisti quali Alviero Martini, Daniela Gregis, Fisico, Gattinoni, Giorgio
Grati, Iceberg, Ines Valentinish, Lidia Cardinale, Lorenzo Riva, Luca Moretti,
Paola Frani, Raffaella Curiel, Carlo Riva, i lavori eseguiti dalla sartoria del
penitenziario.
9Secondo Canevacci “la radice delle maschere è il
teschio”: la maschera è un sipario che apre sul teschio. La maschera
sceglie il teschio come materiale primigenio e in essa “permane l’apoteosi del
cranio come reliquia del cadavere, come trasfigurazione delle ossa facciali del
defunto che si “maschera”, in tal modo, da caduco e da eterno”. Anche la moda ha le sue fillidi di Rubens: anoressie, lividi, amputazioni. La moda
suggerisce la morte, sua sorella. Si fa spazio nella comunicazione della moda
la difformità,
il difettoso, la malattia. E’ il caso delle cadaveriche plastificazioni delle
modelle della campagna 2002 della Diesel, o della modella Valentine, della
campagna autunno-inverno 2000 dello stilista Massimo Piombo, che esibisce
fieramente un angioma. O ancora dell’ematoma sul volto sofferente modella della
Fornarina.
:
“La relazione tra cranio e scultura appartiene a contesti
etnografici tra loro diversissimi. Come se il cranio fosse stato il primo materiale
utilizzabile e non deperibile per essere levigato e incastonato di metalli
preziosi, di piume variopinte, di colori rituali”.
Un cranio reso opera d’arte per affermare l’esercizio del
controllo sul ritorno del morto-vivo. Cranio che diviene citazione della morte,
dell’assenza, della lacerazione. Ma, commentando una installazione del 1997
dell’artista venezuelano Gabriel Orozco, dal titolo Skullpture, ibridazione di
cranio e scultura, Canevacci al di là della ripresa neo-etnica del
teschio-opera d’arte, stabilisce “delle correlazioni topografiche con lo
spazio: ritratto di uno spazio attraverso un teschio che -resistendo- uccide il
tempo”
Un disegno del nulla, un non volume, il cranio, che nonostante la sua durezza è
“un recipiente pronto ad accogliersi nel suo stesso gocciare”. Di questo gocciare qualche umore è
stato assorbito dalla “spugnosità” del linguaggio fotopubblicitario di moda.
Dalla
maschera della Gorgone ai Volti S/M
“nell’era fotografica la moda è diventata simile a
quello, che in pittura, è il collage”
Il corpo femminile si offre al
desiderio: lo conduce a sé. Oppure si fa Desiderio: e lo conduce altrove.
La sua passività anelante suscita il
desiderio. E al volto, sorta di (per)versione metonimica del corpo, è delegata
la funzione espressiva di questo desiderio.
E’ un volto posto su un corpo seducente
(e che seduce anche attraverso la genitalità dell’abito) che “ospita al
suo interno, nascosto tra le pieghe naturali, l’erogazione di una forza-lavoro
teso a trasformarlo sempre più in cosa, in una cosa tanto più perversa
quanto più dereificata, cioè inutile, svincolata dalla necessità della
riproduzione, come per Benjamin l’opera d’arte ha subito il decantamento dalla
e della sua aura”.

Fig 12-13 Terry Richardson per Sisley,
campagna 2002. In basso: Mario Testino per
Gucci: la griffe si erotizza sulla pelle.

Questa posizione passiva e reificata di attrazione,
per quanto discutibile possa apparire, e per quanti esempi del tutto
contrastanti possano emergere, rimane comunque la più rappresentativa
dell’universo geniceo all’interno della pubblicità di moda. Anzi, proprio in
forza di questa stereotipizzazione(generatrice di economie cognitive e di
investimento libidico) possono emergere in tutta la loro sorprendente carica
sovversiva ed efficacia, differenti modelli di seduzione. Attraverseremo in
questo paragrafo alcune coordinate della liminarità del corpo, che nel volto
trova una breccia verso l’infinito. Oppure: verso il vuoto…non un volto ma un
cranio rivestito di pelle, organi, sensoralia.
: Una delle più
seducenti, tendenze pubblicitarie in atto, a parere di chi scrive, è quella di
una genitalità livida e animalesca alla Terry Richardson. Una logica
seduttiva a bassa definizione, sorta di realismo impudico e fattuale che
designa una femminilità pornografica ed esautorata, serialmente penetrabile.
Sempre e comunque “giocata” con ironia e cinico realismo. Reality choc. Una
sensualità sovente rispondente ad un erotismo della dissipazione. Alla «logica mimetica» della
tortura, che è la logica della riduzione dell’Altro a corpo di carne,
esposto alla esasperazione della visibilità (che è trasparenza esaltata del panopticon)
di questo corpocarcassa. La soggettività inflazionata del torturato è
soggiogata al potere fascinante dello sguardo del torturatore; che apre, fruga,
percuote , alla rinfusa o con perizia meticolosa, la nudità pornografica del
volto della vittima. Il torturato diviene puro riflesso senza riflessività.Un
cranio allo specchio. Ma il corpo non può essere ridotto alla sua immediata
visibilità, è anzi la sua negazione: attraverso l’imposizione di una distance
che neppure la tortura riesce a sottrarre.
C’è difatti un annullamento della
soggettività, non di qesta distance.
Il limite di questa logica è il volto
dell’Altro, che subito richiama questo suo essere altrove, questo non
darsi completamente allo sguardo. Questa sua sottrazione nell’eccesso di
visibilità. Ma nella pubblicità di moda la tortura viene assorbita e filtrata
come pratica ludica S/M, nella quale i ruoli vengono giocati e rimescolati
continuamente. Il corpo viene svincolato dalla sua biologia, il volto dalla sua
fissità identitaria, il desiderio si libera al di là delle sue funzioni
produttive e riproduttive per offrirsi come spreco inarginabile e
destabilizzante. Siamo investiti da un processo di “varianza valoriale degli
organi e dei corpi materiali”grazie al quale”ogni cosa può vestirsi di una
potenza sconosciuta, legata alla sacralità e alla profanazione”
9 Body e Self. Si desiderano.
Si fondono. Si confondono. Si riflettono. Il corpo diviene il panorama sul
quale il desiderio incide le sue graphie. Sul quale l’identità dispiega i
suoi flussi, le sue oscill-azioni. Il corpo diviene

Fig 14-15 In alto Campagna Iceberg 2001. La “bambola”
Pamela Anderson nel mezzo di una “gangbang” fotografica. Lo sguardo di
LaChapelle è moltiplicato e difratto negli obiettivi “fallici” compresi
nell’inquadratura. In basso: Terry Richardson di Terry Richardson, nella
campagna Sisley 2006,“J’adore Cannes”.

“la soglia di un soggetto diffuso e
moltiplicato in una multidentità […]. Si apre l’era dell’esperienza forte e
radicale dell’alterità, nella costruzione di identità cangianti, come cangianti
sono divenuti i corpi della mutazione”.
Al contempo:
“l’intero corpo si fa viso”,
cosmesi somatazzita della propria multividualità. Il body-corpse e i suoi
multiselves…
“L’occhio
è palpanza palpitante, che nel tocco assapora il liscio e il morbido e si
sconcerta per il ruvido repentino e grinzoso, per lo spigolo improvviso, e poi
si conforta nel levigato, per scoprire dietro l’angolo della visione l’ombra
lucente e perlata dell’Altra pupilla, e schizzare fuori dalla sua orbita per un
riflesso allucinato e accecante”
A poche ore dalla catastrofe, la Fifth
Avenue, era gremita di volti riflessi nelle vetrine dello shopping.
L'11 settembre 2001 ci pone drammaticamente di fronte alla
consapevolezza della indefinibilità delle nostre insicurezze.
Della tragedia conserviamo nella memoria le immagini: marchiate a
fuoco nelle nostre coscienze, quelle stesse immagini ci costringono a
ridisegnare le geografie del nostro vedere.
Alcune di quelle immagini, fotogrammi tratti dalle riprese
dell’evento più fotografato della storia, sembrano mostrare il volto del
demonio, oppure volti femminili, altre ancora il volto di Dio, nelle volute di
fumo.
Non è semplicemente un fenomeno di pareidolia, ossia la
tendenza umana troppo umana a dare forme familiari ad immagini
disordinate. Non è soltanto suggestione.

Fig 16: Volto nelle volute di fumo durante l’attentato alle Torri
Gemelle.
Non è neppure solamente la volontà di attribuzione di un senso,
finanche mistico, all’incomprensibile. E’, forse, la ricerca introspettiva di
una fisionomia alla catastrofe, un volgere lo sguardo alla morte, alla morte
sul volto dell’Altro, per cercare di carpirne i significati (mal-)celati dietro
le somatopie, un attimo prima di ritrarre lo sguardo per posarlo
nuovamente su noi stessi. Ma leggere la morte sul volto dell’altro, ci ricorda
Lévinas , ci chiama inequivocabilmente alla responsabilità.
Quella di Lévinas è una filosofia
nata dalla tragedia della Shoà,
che tenta di rispondere all’ingiunzione adorniana del “come fare filosofia dopo
Auschwitz” , di rispondere silenzio di Dio ad Auschwitz; e che trova in questo
ennesimo trauma delle nostre coscienze, nuovi quesiti.
Lévinas fonda un’etica della differenza e
dell’alterità, assumendo l’esistenza nell’essere per l’altro,
nell’irriducibilità dell’altro alla mia soggettività.
E nell'incontro con l'altro si rivela l'infinito. Evento che mi
rende immediatamente responsabile e al quale Lévinas dà il nome di volto. Il
volto col quale entro in relazione, e che anzi pone relazioni, mi chiama ad un
coinvolgimento al quale non posso sottrarmi e neppure sottrarre la sua
differenza riducendola alla mia soggettività.
Il crollo delle twin towers è iperreale. Pornografico. “Più
violento del violento” direbbe Baudrillard: è terrore. Nessun effetto speciale:
il trucco non c’è ma si vede(ci pare di vederlo). Ma il trucco dovrebbe
esserci e non vedersi. In questo gap si insinua il terrore. La
depénse si fa estrema: abbiamo dovuta rivederla di continuo. Sempre uguale.
Sempre diversa. Da tutte le possibili angolazioni. In tutte le possibili
definizioni. Le riprese amatoriali più low definition, forse le abbiamo
preferite: ce l’hanno consegnata in tutta la sua (parziale, nuda) verità. Gli
occhi spalancati sulla dèpense. E’ questa la morte? E la moda sua
sorella?
9 Quella di Lévinas
è una filosofia nata dalla tragedia della Shoà, che tenta di rispondere
all’ingiunzione adorniana del “come fare filosofia dopo Auschwitz”. Forse
Adorno, oggi si chiederebbe (senza liquidare il quesito posto con un laconico “show
must go on”) come, a maggior ragione, è possibile fare moda dopo
l’11 settembre. E mi piace pensare che Benjamin avrebbe avuto la risposta
pronta. Magari qualche citazione sulle perle, già annotata nel taccuino.
:WOUND FACE. Il Volto si fa ferita. Seltzer, in Serial
Killers,
parla di Wound Culture in riferimento alla società
statunitense. Cultura della ferita, dunque. Ma dove la ferita non è “più il
segno sacro o dell’eroismo, ma un’immagine comune, che corrisponde all’apertura
quotidiana del corpo”.
Si vive allora una quotidianità incentrata sul trauma esibito, pubblicizzato,
svilito. Una quotidianità (pubblica, non più privata) nella quale si ““indossa”
la propria sofferenza come distintivo d’identità o accessorio di moda”. Una quotidianità che
diviene spettacolo aperto della ferita: lo stauto traumatico del corpo è
esibito e agito al di là di una sua possibile rielaborazione. Ferita come senso
di perdita, lacerazione, vuoto, assenza (non solo emblema della castrazione,
pulsione di morte), ma anche somatizzazione cosmetica: una scrittura (una
scrit-tortura) del corpo-volto come luogo espressivo e segno di appartenenza, o
come segmo meramente decorativo. O come inflizione di piacere. Già Bataille
aveva considerato la possibilità di ri-considerare la ferita come il
presupposto di un’apertura all’altro: di una comunicazione. Di un soggetto che
trova “nella lacerazione, nella dissoluzione e nella perdita che lo apre
all’altro da sé in quanto irriducibile negatività, la propria dimensione sovrana:
di un soggetto della dépense […] aperto all’alterità e alla differenza,
esposto al negativo e alla morte quale differenza radicale”. Di una risposta,
quindi, alla prosopagnosia dilagante, al silenzio dei corpi della moda. Look
di sangue: innervato sulla carne per combattere l’immunodeficienza di un
sistema, non forma eccentrica di protesta e svolta disperata del dandismo
contemporaneo.
7WOUND FACE: ferita aperta che ospita la differenza
all'interno del soggetto e la riversa all'esterno(virologica della
differenza, alter-azione): una ferita che è “spazio aperto dalla
trasgressione, dallo scatenamento della passione, dall’infinita ed
inesauribile dissipazione di sé che si compie nel desiderio”
Prosopagnosie
Nell’eterogeneo panorama fotopubblicitario della moda, specie
dalla fine degli anni Ottanta, solo alcune aziende sono riuscite a stagliarsi
dallo sfondo del già visto. Sono quelle aziende “che hanno capito che, per
essere credibili agli occhi di un consumatore ormai maturo, devono recuperare
una dimensione etica che vada a combinarsi con la dimensione esclusivamente
estetica che ha caratterizzato gli anni Ottanta, devono riempire le belle
immagini di contenuti, storie, realtà”. Nel fenomeno del
“divenire moda del mondo”,
la moda rischia però di “essere tradita dal suo stesso successo”, in quanto “la qualità
dei suoi desideri è cambiata, rinuncia ai sogni e produce straordinarie,
perfette, tecnologicamente avanzate ovvietà”. Ma non è a questa
moda che stiamo volgendo lo sguardo, in questo nostro percorso. Non a quella
comunicazione di moda omologata a uno standard asservito a modelli di seduzione
consolidati e obsoleti, che seppure ad un alto livello qualitativo, risulta
comunque essere mediocre e poco sensibile alle istanze sociali. La “morale
della maschera”
sta forse conducendo, metaforicamente, a quella patologia nota come
prosopagnosia. Prosopagnosia viene dal greco prosopon “faccia”, e agnosia
“mancanza di conoscenza”. E’ una patologia che cancella le facce, che rende
incapace di riconoscerle, di distinguerle (perché non in grado di ricondurle a
schemi). Viene qui presa in considerazione quale metafora dell’incapacità di
riconoscere non la faccia, ma il Volto dell’Altro. Il cervello
ha aree dedicate esclusivamente all’interpretazione dell’identità,
dell’espressione, dell’orientamento occhio/testa: ma non è questo, per
quanto ci riguarda, il “dove” della ferita. E’ l’atteggiamento snobbish/blasè
verso un mondo multifacciale. La pervasività del volto e la voltificazione dei
panorami visuali che sta forse conducendo ad una sorta di sovrastimolazione
visuale , ad un voltocentrismo poliedrico quanto anodino. E però. Possiamo
perdere la faccia, la testa, ma del volto non possiamo fare a meno: è da questa
necessità che si fa (si vuole fare) incontro, che la
comunicazione innesca un più maturo riconoscimento dell’Altro. E che a sua
volta l’alterazione innesca il desiderio…

Fig.
17 Yves Saint Laurent, autunno inverno 2005. Foto di Juergen Teller
Malinconihil
“La
vita sospesa degli abiti vuoti, appesi nel silenzio di un armadio, reclama
necessariamente un corpo per tornare a respirare”
“Come
se uno si formasse in sé costantemente un volto fluido, idealmente plastico e
malleabile, che si formerebbe e deformerebbe in corrispondenza alle idee e alle
impressioni, modellato per automatismo in una sintesi istantanea, tutto il
giorno, e in qualche misura cinematograficamente”
«l’anima
non pensa mai senza immagine» (Arist., De anima, III, 7, 431 b5).
Abbiamo già accennato alla concezione costitutiva lacaniana
dell’immagine del corpo. Immagine che il soggetto ha di sé nella sua forma
primaria e che traccia il confine fra il sé e l’altro. Il narcisismo, nasce da
un’identificazione immaginaria-speculare.
La soggettività si pone dunque come struttura riflessiva o speculare. Lo
stesso Foucault
attribuisce alle forme della riflessività la costituzione del soggetto in
quanto tale. Potremmo ancora fare riferimento all’io-specchio di Cooley,
al carattere riflessivo dei soggetti sociali. O ancora all’altro generalizzato
di Mead.
Ma quello che interessa ai fini del nostro discorso, è che nello specchio il
volto femminile nella pubblicità di moda si reifica. Allo specchio viene
consegnato il proprio simulacro. Come per il consumatore il prodotto del
consumo è il simulacro della propria identità.
Come la fotografia, che forse “attraverso una mediazione, consente
al soggetto, dopo lo scatto, di guardarsi liberamente allo specchio, sulla
carta, come uno spettatore qualsiasi, senza il rischio di sprofondare nella
propria immagine”…
Ma anche: “lo specchio è il soggetto stesso divenuto altro nella reciprocità
dello sguardo”.
E lo specchio manifesta la propria apparenza, consegnando al fruitore
l’immagine vetrificata del corpo-feticcio rappresentato. E’ ad una
rappresentazione onirica che viene devoluta la rassicurazione del proprio
esistere. Di un esserci. Che è un esserci simulacrale, di un corpo
dissolto che si manifesta come apparenza solo a patto di annullare la propria
fisicità.. Ma anche un esserci malinconico di un sogno infranto su uno specchio
infranto: che può sprigionare gli esseri intrappolati al di là dello
specchio(l’immagine non deve perciò avere necessariamente valenze negative ma
piuttosto liberatorie, moltiplicanti, eccessive…), come restituire una
assenza inanimata. Lo specchio è un moltiplicatore. Lo

Fig. 18-19 Dolce & Gabbana autunno inverno 2005, foto di
Steven Meisel. In basso Campagne moda 2004 di Agent Provocateur

Fig 20: Campagna Louis Vuitton primavera estate 2002. Foto di Mert
Atlas e Marcus Pigott

Fig 21-26: Terry Richardson per Sisley 2006. Foto
in basso: ancora uno specchio per la campagna Diesel 2006. Nella pagina
seguente, in alto a sinistra: Dior Addict di John Galliano, Campagna 2002.
Accanto:un doppio per la campagna primavera estate 2004 Miu Miu, fotografo:
Mario Testino”. In basso:Kate Moss e il suo quieto “doppio”, nella campagna
Calvin Klein 199 E ancora: interpretazione gotica di Biancaneve per Vuitton.
Foto di Mert Atlas e Marcus Pigott 


Fig 27 In basso: Versace primavera estate 2003, Amber Valleta
fotografata da Steven Meisel

specchio è un caleidoscopio. Lo specchio non è soltanto la
metafora perturbante del doppio,
lo specchio è un moltiplicatore di immagine all’interno di un’immagine(la sua
presenza eccede l’immagine). Così lo specchio può essere costituito dalla
superficie specchiante della vetrina, così come l’occhio che restituisce uno
sguardo “alterato”. O, ad una profondità più epidermica, semplicemente dal
riflesso figurativo della doppiezza, dell’ambiguità(il riflesso rovesciato del
doppio), del conflitto interiore, della vanità, della semplice ossessione della
propria stessa immagine,
o ancora, dello stereotipo della costitutiva fragilità femminile, in forza del
quale per la donna lo specchio andrebbe a simboleggiare quel bisogno di
riconoscimento sociale e di approvazione, possibili soltanto attraverso lo
sguardo altrui, attraverso la visibilità conquistabile attraverso i miti e i
riti della bellezza.
Una presenza, quella femminile, labile. Resa fantasmagoricamente
palpabile dall’evanescenza del riflesso. Una esistenza-riflesso, una apparenza
straniata, pura forma rifratta. Una trasfigurazione alienata del femminile. Nel caso in cui lo specchio non
restituisca immagine alcuna? Ci troveremmo, ancora una volta di fronte al
non-vivo, al vampiro (grado zero della vamp), femme fatale per
eccellenza. O ad un’altra skull-pture…la Gorgone:
l’affacciarsi malinconico a un vuoto, una frattura. Uno scendere muti nel
gorgo.
Eppure c’è sempre un cono d’ombra nel visibile, se si affranca il
visibile al solo guardare. Oppure: “l’occhio è un organo-cosa che chiede la
clemenza delle lacrime, un occhio spietato trapiantato tra pianti diversi, che
si rifugia in un movimento snodato dietro di sé, nella sua ombra, al riparo
della Verità e della certezza in un’unica visione, che chiede di essere visto
almeno quanto chiede di vedere e sapere”.
E allorra si intende l’occhio come una spugna pregna degli umori che filtra
dalle immagini, e che lagrima a sua volta sulle immagini il suo desiderio.
Il Desiderio è dunque questa dèpense ottica (eroptica),
“dimensione di un desiderio inesauribile che si alimenta di occhi”, che penetra le carnalità delle
immagini, affonda negli incavi, scivola nei flessi, fermenta nelle giunture.
Perché l’iride, “dal latino ire, è colei che va”, naufraga nei propri e negli altrui
lavici umori, nomade inquieta. Erranza eroptica: Rrose Selavy…
“Con
quella sua mistura di ingenuità e malizia, di grazia e volgarità, di bronci
lividi e di rosei scoppi di risa, Lolita poteva essere, quando voleva, una
mocciosa davvero esasperante”
Il fenomeno evolutivo noto come neotenia consiste, essenzialmente,
nel mantenimento di caratteristiche infantili nell’età adulta. E il femminile
è anatomicamente più neotenico del maschile.
Così la rappresentazione del femminile è spesso associata alla fanciullezza. Ma
prima ancora la donna deve essere bella (e possibilmente bionda).

Fig 28-30 In alto: Nolita “come as you are”, campagna
primavera/estate 2005. In
basso a sinistra: J.P. Gaultier_2003.
Foto di Jean Baptiste Mondino
In
basso a destra: Guru,campagna autunno/inverno 2005.

Giovane e bella: giovane è bella. Il trionfo della morale sulla
bellezza è associata al maschile, mai (o quasi) al femminile. Una
“bella” faccia femminile è una faccia infantile: la distanza tra
mento e bocca, fra bocca e naso (in pratica la parte inferiore della faccia) è
graziosamente puerile. Per contro zigomi larghi e guance affilate , sono
segnali di maturità sessuale. Mento piccolo, sorriso aperto, labbra turgide,
narici grandi e naso piccolo, occhi grandi, distanziati e collocati in
alto(così come le sopracciglia). Questi i “canoni loliteschi della bellezza”.
Facce da unidicenni , spesso, “montati” su corpi di maggiorate, talvolta, su
corpi anoressici e slanciati. Ma stiamo parlando di facce, non di volti. La fotogenia
è la superficie della bellezza: è superficie en travesti. Ma senza l’ironia
del travestito. Piuttosto, condivide con il travestitismo, la tendenza a citare
da un repertorio di immagini consolidate, caricaturiali, della femminilità. Ma
“Il vero mistero del mondo è il visibile, non l’invisibile”, sentenziava Wilde
in uno dei suoi celeberrimi aforismi. La bellezza è il mistero del mondo, la
sua intrasparenza e al contempo la sua visibilità. La fotogenia mostra quello
che c’è da mostrare: non c’è

Fig
31-33. Karolina Kurkova nella campagna La Perla. A destra “Girl” di Gian Marco
Venturi. In basso “Obsession” , Calvin Klein.

mistero, velo, erotismo. Emana Fashion, non Fascino.
Così Lolita “mischia nella bocca schiocchi acrilici di chupa-chups e
prodotti della cultura di massa da boom americano. L’industria culturale
è frantumata dalle sue gengive di chewing-gum rosa”. Lolita è paradigmatica come Barbie.
Barbie è plastica, Lolita caramella (candy girl).
Il viso di Lolita è indescrivibile: “vorrei descrivere il suo viso
e non posso, perché quando mi è vicina il desiderio mi acceca”, confessa lo stesso prof. Humbert
Humbert. Barbie è invece l’innocenza del self fashioning. Con
Lolita Barbie diviene Barbara: la straniera che smargina i confini e
ancora, in senso nietzschiano: ”nella vendetta e nell’amore” più barbara dell’uomo.
Lolita non ha il candore roseo della plastic Barbie: la sua
pelle è infantile, laccata, ma non candidamente e sinceramente ingenua.
Suggerisce piuttosto una ninfica perfidia.
Una consapevolezza fascinosa e al contempo dissimulata da una
frivola e puerile spregiudicatezza. Barbie è il trucco, Lolita è truccata.Barbie
è la bambola paradigmatica. Lolita sa agire se stessa e su se stessa,
come fosse una bambola. Lolita è enigmatica. Quindi Lolita rappresenta
l’ambivalenza della natura fascinosa del femminile: la sua apparente
naturalità, è la malia mistificata di una sapiente costruzione cosmetica. Ma
anche: risponde al principio neotenico della bellezza.
INDIETRO VELOCE9 Anni Sessanta. Brigitte Bardot. Sex-appeal lolitesco stile Saint-Tropez. La
sindrome di Lolita
ha contagiato il mondo: sulla catena di montaggio milioni di Catherine Deneuve,
di Myléne Demoneot, di Jane Fonda. Ma nessuna lolycéenne assurgerà davvero a
simbolo di una generazione,
così come ha saputo fare B.B. Il nuovo prototipo di Lolita arriverà sul mercato
appena un decennio più tardi: sarà la più androgina e anoressica, ma sempre
sensualissima, Twiggy.

Fig 34-38 Foto in alto a sinistra: Brigitte
Bardot. Foto in alto a destro versione di Richardson in “basso profilo” del sex
appeal lolitesco di B.B., particolare campagna Sisley “barros”, 2003. Foto a sinistra
della pagina successiva: David Lachapelle per Patrick Cox
campagna “wannabe”, reinterpreta la lolita nabokiana nella versione lesbochic.
Sophie Dahl sulle ginocchia di Ruth Crilly. Foto a destra della pagina
successiva: Kate Moss come Brigitte Bardot. Campagna Missoni autunno/inverno
2003. Foto in basso, pagina successiva: (per-)versione floreal- lolitesca della
glaciale Angela Lindvall per Dior 2003.


Androginie
“la donna
guadagna indipendenza attraverso la negazione del suo carattere femminile e
l’assunzione di un carattere maschile; paradossalmente si libera dall’uomo
tentando di emularlo”
Donne mascoline. Sembra quasi un’ossimoro. E invece svela la banalità
dell’ opposizione maschile/femminile. Quella dell’androginia è l’ennesima
stereotipizzazione del femminile, in opposizione al gender maschile. Una
rinuncia a comprendere il femminile: a comprendere il gender, a non volerlo
considerare come un continuum lungo il quale posizionarsi, di volta in
volta, secondo le desideranti aporie del proprio sentire... “Uomini e
donne oggi si assomigliano sempre di più”
. Vero. Ma forse perché si preoccupano meno di definirsi per contrasto. E
perché il desiderio è unisex (non maschile e femminile, ma insieme
maschile e femminile), e la trasmissione di un messaggio ambiguo è in grado
di sedurre un pubblico più vasto. Anzi: forse la pervasività delle figure
androgine nei panorami comunicativi è più giustificata da una passione
ineludibile: quella per l’ambiguo, il dubbio, l’incongruo, il raddoppiato, il
non-definto indefinibile. Bisogna porre attenzione più che alla similarità dei
generi, e quindi una polarizzazione sulla convergenza (versus divergenza), sulla
loro simultaneità. Sull’identità moltiplicata, fluida, inquieta. Il
mito dell’androgino è il mito dell’identità suprema: grado zero dell’identità. Ovvero
“la somma di +1 e –1 che fa appunto zero e annulla i due aspetti dell’unità”. Ma l’unita non è sintetica: non è
l’unità che accende il desiderio tramite una dialettica finalizzata alla
sintesi dei generi. Solo il sincretismo accende il desiderio. Il sincretismo
è un’androginia eroptica: è coitoptico. E’ l’Orlando di Virginia Woolf,
che non si vuole de-finire, circoscrivere. E’ un’ambiguità identitaria che non
vuole risolversi.

Fig. 39 Foto di Terry Richardson per Jigsaw Campagna
Autunno/inverno 2001

Fig 40-43 Foto a sinistra: Kate Moss nella campagna Chanel “Coco
Mademoiselle”, 2002. A destra: Rankin per
Patrick Cox, Campagna primavera/estate 2005. In
basso a sinistra: Diesel “Work Hard”, campagna autunno/inverno 2003. In
basso a destra: Hugo Boss “Riding the car” campagna primavera/estate
2005.

INDIETRO VELOCE9 L’esaltazione delle peculiarità anatomiche del corpo
femminile non è una scrittura necessaria per la definizione del
“femminile”, e anzi: la femminilità è “scritta sul corpo”, ma non prescrittiva del corpo. Un
superamento dell’ideologia delle sfere separate si riflette nella possibilità
di non identificare le donne con i propri abiti, di non disegnare abiti che
necessariamente debbano designare la femminilità attraverso l’esaltazione delle
forme (ad esempio una certa moda nipponica tende proprio ad appiattirle con le
“forme a sacco” ed abiti decostruiti, non rinunciando affatto ad una
esaltazione della femminilità ). Già per tutti gli anni Venti (anche se ancora
negli anni Trenta la figura femminile sarà piatta e senza curve) la “garçonne”
si era imposta come ideale di bellezza senza curve, androginamente slanciata e
anoressicamente appiattita. Taglio corto “Eton” e cappello “cloche” traditi da
un maquillage non sempre morigerato (look sempre attuale, rivisitato, tanto per
fare un esempio, dalle pluriennali campagne Coco Mademoiselle di Chanel).
Così la moda cita e rappresenta il femminile vagamente androgino
attraverso le mille variazioni sul tema Marlen Dietrich, Greta Garbo (e più
tardi le monelle Twiggy, e la garçonne stile BIBA…sino agli anni Ottanta delle
virileggianti Lisa Lyon, Grace Jones, Joan Crawford). Nihil novo sub sole.

Fig
44-45 Foto a sinistra: Robert Mapplethorpe, Lisa Lyon, 1982. Foto a destra:
Mathias Vriens per Sisley “LaNoir”,2005.
Volti saturi
“la
donna, a differenza dell’uomo, è collocata al di fuori della storia, e in
questo modo è insieme glorificata e marginalizzata”.
9 A partire dal XVIII secolo, assume Foucault, è stato messo
in atto un processo di isterizzazione del corpo della donna, processo
attraverso il quale “il corpo della donna è stato analizzato- qualificato e
squalificato- come corpo integralmente saturo di sessualità. Questo processo è contingente ad
una psichiatrizzazione del piacere perverso. Così “l’istinto sessuale è stato
isolato come istinto biologico e psichico autonomo; si è fatta l’analisi
clinica di tutte le forme di anomalie da cui può essere affetto; gli si è
assegnato un ruolo di normalizzazione e di patologizzazione sull’intera
condotta; si è infine cercata per queste anomalie una tecnologia correttiva”. Tuttavia queste ed altre strategie non definiscono solo rapporti di
potere e sapere su un dato naturale, ma producono il concetto stesso della
sessualità. Oggi la sessualità femminile è svincolata dalla riproduzione, e la 
Fig. 46 Campagna Dolce & Gabbana primavera estate 2003. Foto
di Steven Meisel.
maternità è presentata come un’ opzione, talvolta conflittuale
rispetto alla realizzazione in altri campi. La maternità è allora procrastinata
rispetto alla realizzazione del sé, rispetto ad un passato in cui l’unica forma
di realizzazione per la donna era la maternità. La maternità è oggi confinata
in una marginalità “respnonsabile”, ed è per questa sua bassa occorrenza nelle
pubblicità di moda (più alta è infatti nei servizi di moda all’interno delle
riviste), specie nell’ultima decade, che in questa sede non verrà che
brevemente accennata e in rapporto ad una sessualità vissuta con superba
arroganza e sfrontata sicurezza da parte delle donne nel “vissuto”
pubblicitario.
Sono le donne di H. Newton, che tuttavia non rinunciano, pur
sempre con intelligenza e piena coscienza del loro ruolo nella società, a porsi
come “oggetto sessuale” allo sguardo. Forse questo il traguardo dei movimenti
femministi, il potersi porre, non soltanto op-porre, dopo aver
preventivamente palesato la propria parità, in un’attiva passività nel gioco di
ruoli della sessualità.
Ma si può andare ancora oltre: c’è uno sconfinamento continuo dei
ruoli nelle ormai inadeguate categorie di gender. Categorie come quella di metrosexual
esplicitano una inarrestabile fluidità delle strutture (identitarie e di
gender), per cui anche il termine “categoria” mostra oggi tutta la sua
incapacità descrittiva e analitica. L’usitato tema dell’androginia e del
transgenderism, d’altro canto, paiono essere una volgare banalizzazione dei
processi in corso. Bisogna tuttavia riconoscere il merito alla pubblicità di
aver diffuso a livello massivo, una dimensione di nicchia la cui carica
sovversiva mina le deboli quanto diffuse distinzioni di gender,
problematizzando l’universo della sessualità. E quindi dell’identità. Il
presente tende cioè a confondere ed azzerare (moltiplicandole
esponenezialmente) le differenze: è liquido e lunare. Lunare è
l’effusione di un luce tenue, diffusa: come quella di un bank da studio per la
fotografia di moda. Lunarità che leviga distinzioni troppo nette. Lunarità come
peculiarità “dell’ Eros femminile volta a conciliare o attutire i contrasti,
una capacità culturale ma radicata in quell’istinto materno che tende a
mantenere uniti i membri della famiglia”.
Così sono i volti femminili nella e della pubblicità di moda: plurali,
diasporici, ibridi. Sono i volti di un pensare molteplice, di un pensare la
differenza. Ma dove le differenze, sincretiche e inquiete, possono essere tutte
compresenti: in uno stesso spazio-tempo, come in una stessa identità
multividuale. La nuova lunarità è una solarità diffusa, pervasiva, accecante.
Non leviga le differenze, le satura. L’abito-maschera-maquillage è la pelle-pixel
del femminile: il suo volto è proteiforme, liquido, multiforme.
:Il volto è il packaging di ogni possibile
sguardo. E nello sguardo l’occhio si offre a sua volta come superficie
specchiante, innestanto così una circolarità dello sguardo, buco nero di ogni
possibile rappresentazione stabile e piena riconoscibilità. Da perderci la
testa.

Fig 47-49 In alto e aseguire
Campagne moda 2004 di Agent Provocateur



Fig 50-53 Jill Sander, campagna primavera estate 2005, foto di
David Sims. A seguire: volto sfocati per la
Campagna 2004 Miu Miu, e in controluce per
Chloé autunno inverno 2005 foto di Inez Van Lamsweerde e
Vinoodh Matadin; ed Etro Campagna primavera estate 2006.



Teste mozze: corpi ventriloqui.
Corpi ventriloqui sono quei corpi incorporei prodotti dalla
sovraesposizione allo sguardo. Ogni ulteriore sollecitazione non è in grado di
alludere più a nulla.
Lo sguardo si fa anoressico, il desiderio conchiuso, circoscritto:
svilito.
Se il corpo è per se stesso un soggetto-oggetto di una mutazione
di segni che abitano tra il nudo e il vestito,
il corpo si spoglia del volto: persino della sua nudità. Rimane l’abito
scarificato della seduzione, nulla più. Un corpo per sineddoche, qualche
brandello di stoffa, la Moda riflessa nella
rarefazione di un’ estetica artificiosa . Immagini acefale costruite a partire
da pochi segni minimi.
Nessun cortocircuito: appena un touch al Desiderio del
consumatore, nella cornice del mondo simbolico della marca. Touch:contagio.
Cum-tangere. Contagio virale…
Non di rado a questa “freddezza comunicativa”
è associato il minimalismo neo-concettuale del bianco e nero, contro gli
eccessi barocchi della saturazione cromatica anniottantesca. All’eccedenza segnica e
all’estetismo esasperato, si contrappone questo equilibrio sobrio e sensuale,
ora avanguardistico stile Etro, tecnico-concettuale stile Prada, ora più
eroticamente vivace stile Gucci, o passionalmediteranneo stile D&G (al cui
successo molto si deve al neorealismo
fotografico di Scianna e alla sensibilità glamour di Meisel). Pensieri
da vestire, più che abiti. Sensazioni, emozioni, tattilità. Pensieri-abiti:
talvolta congelati nello scatto e nell’assenza (Prada, Extè, Etro), o anche
sovente legati ad una estetica cannibale
che seduce attraverso l’aggressivo(come la campagna 1999 di Meisel per
Versace), le lacerazione ed il pallore(cK), atmosfere neogotiche, presagi di
morte (D&G, Diesel). Corpi ventriloqui che parlano attraverso i codici
“deboli”
delle foto di moda, “producendo dei tabù visuali”, e inseguendo, se non l’eccesso
della forma, l’abuso del principio di esclusione e la ricerca di sempre nuovi
paradigmi di bellezza e desiderabilità.
Il Fashino dello sporco.
Enface yourselves.
“Le
nostre società a forza di senso, di informazione, di trasparenza, hanno
superato il punto limite che è quello dell’estasi permanente: quella sociale
(la massa), del corpo (l’obesità), del sesso (l’oscenità), della violenza (il
terrore), dell’informazione (la simulazione). In fondo, se l’era della
trasgressione è compiuta, è perché le cose stesse si sono fatte beffa della
loro stessa definizione e l’hanno superata. Sono divenute appunto più sociale
del sociale(la massa), più grasso del grasso(l’obeso), più violento del
violento(il terrore), più sessuale del sessuale (il porno), più vero del
vero(la simulazione), più bello del bello(la moda)”
Il lusso è marcio. La fotografia del resto, “da sempre e per sua
vocazione intrinseca raccatta qualsiasi cosa, sprofonda nelle fogne e mette da
parte. Recupera l’impuro, lo sporco, la cultura dei campionamenti, del looping
e degli scrath dj, distrugge il glamour, integra i mondi della vita e
dell’arte, gli stili e le immagini”.
Cita. Ec-cita: dettagli e frammenti (la fisionomica è una vivisezione…),
contaminazioni e innesti, organico e inorganico, body e corps…lusso e marcio.
Lusso è marcio. Niente antifashionism glam alla Moschino. E’ l’ostentazione
dello sporco stile Dior. E’ l’ironia dissacrante Diesel: the luxury of dirt. Lussuria larvata, putrida,
sensuale. Ambientazioni cyberpunk anniottantesche, o salotti ottocenteschi dopo
un party stile Animal House. Persino le ambientazioni minimaliste e concettuali
sottoindendono un mondo sotteraneo marcio che si insinua subdolamente, come in
un film di Lynch. O corpi unti, sudati, vischiosi: come in un film di
Cronemberg. Il lurido, così prossimo all’osceno... Alla plastica. All’odore
della plastica bruciata. Barbie al rogo! Non è uno slogan femminista,



Fig
54-57: Sopra, in alto a
sinistra: corpo “mozzo” per Cesare Paciotti. In alto a destra: L’ostentazione
dello sporco lussuoso alla Dior. In basso: Diesel, Campagna 1999
“could have been happy now, I could have been shopping”, The Luxury of dirt.

Fig.
58-59. Dove finisce Richardson e comincia Sisley? L’autocompiacimento si fa
autoerotismo in Diesel, Campagna autunno inverno 2005, per una femminilità
“matrioshka”…

ma la rivincita dell’imperfezione su una estetica igienista, sulla
razionalità (ambiguamente) linda dell’Occidente. Dal mastrolindo al mostro-lindo:
il corpo ibridato, incoerente, marginale, virulento ma ambiguamente sexy. The luxury
of dirt. Se “dietro le vetrine il reale viene sterilizzato”, l’asetticità del Glamour deve
infettarsi delle putride marginalità degli immaginari, per riattivarre il
sistema immunitario del desiderio.
La devianza è virale, “le devianze della moda sono visibili, ostentate, non
nascoste […] sono sulla bocca, sull’occhio di tutti. […]La moda contemporanea
si configura come inseguitrice dell’eccesso sessuale e della perversione della
polimorfia.
La pubblicità sessualizza il corpo e si fa portatrice di una
comunicazione erotizzata, ironica, eccessiva”.
Portatrice (in-)sana del virale. Il virus è nomadico e mutante: come il
desiderio. Penetra i corpi, li contamina, li invade. Sino a possederli. Sino a
consumarli. Oppure è già dentro i corpi, e si riversa all’esterno, lo impesta.
La cultura di massa diviene coltura di massa: e la Moda
una virologia anomala, che non studia ed isola il virus, ma ne è sedotta e
seducendo lo propaga. Lo sed-duce. Così anche i corpi tatuati
risponderebbero, nelle loro trasfigurazioni foto pubblicitarie, a un delirio
igienico del desiderio: il corpo tatuato, scarificato, forato, avrebbe tra le
proprie funzioni tribali la “comunicazione e riconoscibilità della propria
identità differenziata (attraverso un utilizzo di simboli che comunicano
informazioni sul gruppo di appartenenza, sulle attività, sui luoghi) e funzioni
magico-utilitarie e ornamentali”.
Ma si tratta pur sempre di un corpo “comunitario” , oggi piuttosto di un corpo
“segnato”
definito in contrapposizione ad un “corpo nudo”, e alla ineludibile nudità del volto
(“segnato” o meno che sia). Segnare il corpo è un’ operazione, relativamente
temporanea o permanente, di make-up: del corpo, dell’identità. Del
volto. Una pratica alterante del corpo: una somatizzazione della cosmesi. Una
cosmesi identitaria somatizzata. Al di là, quindi, della sua funzione
tribale(magico-utilitaria e ornamentale) di “comunicare una differenza, quanto
quello postmoderno di simulare la natura: attraverso un intervento artificiale
costruisco un aspetto più naturale del naturale” . O “più sporco dello sporco”. Piercing, branding, scaring,
tatooing, shaping, implant rappresentano allora operazioni cosmetiche
(virali) della soggettività: il corpo segnato si fa gioco di segni. La logica
si fa virologica. E il corpo(enfaced-body-corpse) diviene cosmos
attraverso questa cosmesi alterante. Se, infatti, da un lato la medicalizzazione
del corpo, ha reso i corpi body-corpse “riparabili, riprogrammabili,
duplicabili”,
l’appropriazione del corpo( corpo progetto-privato) passa anche per la sua
ridefinizione nei termini di superficie desiderante sulla quale i-scrivere
le proprie scelte e le proprie (plurali, inquiete, contraddittorie) opzioni (le
proprie narrazioni). Sulla quale incidere le proprie graphie. Le proprie
erotographie.
Pratiche di scritture desideranti del corpo che sono veri e propri “stili della
carne”.
O meglio embodiment of style come embodiment
of self. Questo il visual; possibile claim: Enface yourselves.
Volti
Glamour-Freaks
“Per
gli occhi tutto è comunicazione”
Il volto è il medium: il volto-corpo
alterato, stabilisce nei suoi scarti e per converso, ciò che è invece
ritenuto normale.
Nel panorama fotopubblicitario della moda l’alterità è però tracciata fuori
dalla costruzione di un
discorso normativo sulla normalità corporea(una politica sul
corpo), e anzi proprio lo scarto (come differenza e come rifiuto,
marginalità...) insegue l’eccesso alla ricerca di sempre nuovi idealtipi:
non più soltanto rispondente a un “corpo docile, riproduttivo, bianco,
eterosessuale e normalmente costituito”,
e nemmeno (non solo) ammiccanti e disponibili sexfull bodies. Il
femminile da fruibile, diviene flessibile. La bellezza invade
allora i binari del mostruoso (o viceversa…), e nella sua ambivalente
indicibilità, qualche
rappresentazione si impone al desiderio (o viceversa…): “corpi
mostruosi e meravigliosi, angeli e cyborgs, corpi tatuati, perforati, sospesi, scarificati,
corpi i cui segni visibili incarnano il marchio di una trasformazione che con
la carne va alterando le coordinate del visibile e del sensibile. Di fatto “mostri
elettronici, corpi bionici e apparati cibernetici” entrano di diritto nell’Olimpo
della desiderabilità. Il femminile è investito al massimo grado da questa emergenza
estetica delle differenze incarnate,
proprio in forza della radicale alterità rispetto al suo essere “di natura”
(versus una concezione macchinica e produttiva, anziché riproduttiva, della
virilità), ma anche perché il femminile incarna l’alterità per eccellenza (ed
eccedenza…).
C’è nella fisiognomica della femminilità una fascinazione alterante:
il corpo femminile nel suo stato interessante, non è ingrigliato
nella costrizione di forma corporea come
concetto fisso. La sua identità è metamorfica e perturbante. Rappresenta la depènse
della natura, la sua improduttività mostruosa: ci mostra che non c’è
niente di naturale nella natura, che la natura è truccata (e il suo make-up è
perfetto proprio perché il trucco c’è ma non si vede). Il femminile è allora
quella figura della complessità che scardina il logocentrismo acquietante
sotteso ad uno sguardo ordinante, e quindi ri(pro-)duttivo, sul mondo. Dalla logica
alla virologica. Il femminile è uno sguardo altro (alterato e
alterante), è l’alterità magmatica del perturbante. La sua bellezza
pertanto non è più soltanto qualcosa da contemplare: deve essere anche
dispostivo “marcio”, “livido”, infinitamente pervertibile. E’ dalle sue
putrefazioni che, presumibilmente, i vermi del desiderio troveranno nuova
linfa. E’ come se la forma per non essere muta, debba mutare. La
perversione è la fascinazione per il mutante, per la corruttibilità delle forme
della perfezione. Il desiderio infligge piacere alla forma, la forgia. La
seduce all’esperienza del transito, della soglia. Si apre a nuove mostruose
corporeità e “il perverso sentire” che a queste si accompagna “mette in gioco
il tradizionale concetto di identità”.
Viviamo una dimensione dell’eccesso,
i confini si liquefanno attraverso i corrosivi umori del margine(luogo della
differenza, non luogo: periferico, alternattivo), nulla è per sempre: il
re è nudo! Ma Semiramide ci piace di più. Persino sfregiata.
Imperfashion
Imperfezioni glamour: imperfashion. “Incisivi spezzati,
strabismi più o meno lievi, cicatrici, collari ortopedici, cerotti, visi
imbrattati dal fango o impolverati, sorrisi che rivelano un’igiene orale non
accurata, acconciature asimmetriche e selvaggiamente disordinate”. Non solo imperfezioni
fisiche(intenzionalmente programmate) come costanti espressive della pubblicità
di moda, ma anche cattive azioni e sentimenti. Bad grrrl.
Corpi “difettosi” (mutati e/o mutilati, come la Venere
senza braccio della campagna Biasia), da un lato, e dall’altro un gusto per il
deviante, il disarmonico, l’anomalo, lo scarto destabilizzante, il volgare,
l’eccesso neobarocco. Già dagli anni 60-70, il corpo si offriva ai territori
dell’arte, come luogo dell’oppressione: soggetto offeso, torturato, negato,
oppresso, penetrato.
La moda ha trasfigurato questa “coscienza” del corpo in un eccesso di
rappresentazione che suggerisce non tanto il decesso del bello, quanto
la sua indicibilità e irrappresentabilità: o anche l’inaccessibilità del
volto(senza ridurlo a faccia). Una prospettiva voltocentrica, dunque. Lo
sguardo inflazionato sul bello (bello=buono=giusto) ci conduce ad uno
sguardo frazionato sul corpo; ed è proprio nella fotografia di moda che,
in particolare, “l’esaltazione del difetto e dell’anomalia, sembrano essere
perseguite con inedita convinzione”.
Il plot della modella costituisce una narrazione fragile,
ma senza la quale la comunicazione di moda non è “indossabile”. Fragile quanto
necessaria: e comunque imperfetta.
Le modelle posano sgraziate, annoiate, i loro volti sono spesso
stanchi, “emaciati, lentigginosi e dal make-up intenzionalmente


Fig 60-61: Il
corpo mutilato della Venere senza braccio
della campagna Biasia Handbags. Sotto modella in posa sgraziata per la campagna
“Power Denim”, Calvin Klein Jeans.
esagerato”,
oppure “sfatto”, “disordinato”. Adolescenti aggressive (come nell’universo total
woman di Kookai) o imbronciate, fiere del loro essere “difettose”.
:Non di rado, le pubblicità di moda, costituiscono
“un vero elogio alla prostituzione”,
la stesura impietosa di un’iconografia meretricia. Non stiamo certo approdando
ad una bitch-generation, solo perché Dolce & Gabbana e Versace hanno
cominciato, nei primissimi Novanta, a propagandare “la donna pin-up che ben
presto sarà vicina ai viados dei viali di periferia”. Ma passerà quasi un decennio,
prima che l’ammiccamento alla prostituzione torni in auge. Dior, Ungaro, Miu
Miu, Cavalli, Sisley, Swish Jeans e persino Yves Saint Laurent nelle campagne Opium
le parfum par Yves Saint Laurent.
:Estetiche della dispArazione. L’individualità
esplode in una miriade di multividualità: è una liberazione, ma è una libertà
condizionata (dall’incertezza in primo luogo). La soggettività è una cosmesi
somatizzata, si costruisce attraverso l’aderenza (debole, fugace, contingente)a
“mode minuscole”,
lo spirito del nostro tempo
sedotto dalla strategia fascinatoria della pubblicità.

Fig 61-564: Campagna Autunno Inverno 2006 di Dolce
& Gabbana. Foto di Steven Meisel. Nella pagina accanto: l’universo
totalwoman di kookai, nella citazione del racconto “Sei pollici” di C.
Bukowski, già trasposto in “Parla con lei” di Almodovar.

E’ un’aderenza rispondente a una logica (spesso anomica, aperta
all’aporia) dell’infatuazione, del passing, dell’ibridismo (consumistico
per le fashion victims). Se “il progressivo tradursi del divertimento in
disperazione designa semplicemente una condizione di fatto: il punto da cui
guardare le mode stesse, la loro vocazione a morire, anzi a vedere, in
anticipo, nella forma stessa del loro insorgere, la loro morte” , la sparizione dei corpi di moda
(la loro diffrazione in mode di corpi) sta forse a significare la loro
trasparenza rispetto all’effervescenza espressiva(sia pur con alti e bassi)
delle effimere logiche della pubblicità di moda(c’è del genio anche in questa
follia…la pubblicità è infatti “l’astuzia con cui il sogno si impone
all’industria”).
:Frammenti di corpo. Metonimie pornografiche: la
parte non designa il tutto, ma il tutto è già così ipervisibile nella parte, da
non rimandare neppure più a sè. La donna di plastica, l’iperdonna,
diviene la parodia di un’assenza. Né Barbie, né Lolita. L’ironia ec-citante bon-puppet
diviene parodia: paro-dee dell’Olimpo della bellezza, serialmente
riproducibili. Il corpo privato, diviene corpo privato del desiderio. La
parte deve essere ipertrofica per acquisire senso: seni, bocca, occhi. Oppure
deve essere ipovisibile, prossima allo soglia dell’inconsistenza anoressica del
senso: gambe, ventre, vita. Come il look tossico-chic alla Kate Moss:
“44 chili distribuiti su 170 cm di decadente
fascino”.
L’ossessione dei vuoti e dei pieni femminili
si gioca sull’ipertrofia del pieno, e sul pallore piallato del vuoto. Oggi
l’abito diviene un’eterotopia, “al pari dell’essere che lo trascina con sé”, il corpo un’utopia.
:Mario Testino. Il fotografo del “bello imperfetto”
che “ha colto nella loro veridicità difettata le più famose star e i
personaggi più in vista del secolo XX”,
nei suoi Portraits ci suggerisce che la realtà (ancora neo-neorealismo?)
del ritratto sta nel ritratto della realtà. Quindi, al di là della convocazione
del difetto in un servizio fotopubblicitario di moda, come eccentricità
estetica e scarto della norma, c’è una sensibilità diffusa per l’imperfezione
realistica e una convinzione per il relativismo(culturale, ma prima ancora
soggettivo) del Bello e del Vero. E l’imperfezione è sempre(o quasi) un
“elemento di valorizzazione dell’autenticità individuale”, dell’esaltazione, come effetto di
senso, di una valore di realtà (anche quando questa rappresentazione passa per
la dissimulazione della realtà attraverso le maschere della
contraffazione, del paradosso, ecc…). Nella retorica del Vero, tutto è così
realisticamente finto…
:WOUND FACE. Dal pronto soccorso alla passerella.
“Bende, garze, collari, gessi, cerotti, punti di sutura, radiografie”, sono i segni (in-) tangibili di
una disfomania diffusa che diviene la costante stilistica della Moda e delle
sue (trasversali, contaminate) rappresentazioni fotopubblicitarie. Ma anche: di
un voyeurismo che si fa sguardo pornografico (pornoptica) sull’ostentazione del
dettaglio eccentrico, marcio, difettoso. Sguardo (osceno) su quella soglia
comunicativa che è la lacerazione.
: Volti truccati. L’anarchia combinatoria del trucco
di-segna volti proteiformi.Di-segna identità. Abbiamo discusso altrove del
doppio del volto: il maquillage.
Quella “menzogna in azione”
sulla superficie del volto, che è il truccarsi, e che rivela l’insostenibile
leggerezza dell’apparire. Quindi non tanto la legittimità della bellezza(che è
tale se non truccata), quanto piuttosto del farsi bella. Il volto
non è allora il “luogo di macchinazioni”,
ma un’atto di manifestazione (simulacrale) della soggettività, di imposizione
di una distance dalla natura: è la seduzione della natura(simulando
un’illusione di realtà e dissimulando l’artificio) attraverso quel
metalinguaggio (come artificio manifesto e “in rado di svelare apertamente
l’arbitrarietà del segno”)che
è il maquillage. La bellezza qui indagata è però quella del puro
artificio: non dell’ovidiana “ars faciem dissimulata iuvat”, ma dell’eccedenza del trucco che
non imita la natura ma idolatrizza la maschera, la ostenta. Il trucco diviene
persona, nel senso in cui lo è la maschera. E la persona si libera della
maschera, potendone indossare un’infinità(persino contemporaneamente). L’ordine
della moda è la potenza disordinante (scrivente) del maquillage, il suo potere
liberatorio, appunto. La disposizione del volto come superficie di metamorfosi
nella sua pre-disposizione alla scrittura (che può essere scrit-tortura), alla risignificazione. Al gioco
della Moda. Iscrizione capricciosa spesso visibilissima, ipervisibile,
ostentata. Nella Moda(attraverso la Moda)
il volto diviene un sogno di stoffa: come un’abito. E come un’abito che vesta
il volto, il maquillage ci rivela che il volto della moda è soprattutto moda
del volto.
Sampling & mixing
Se la Moda riguarda la superficie, questa superficie è scavata sempre più a fondo nella
nostra interiorità…
L’immagine di Moda non è stata sinora analizzata, se consideriamo
la mole degli studi condotti sulla pubblicità e sul sistema moda, a
sufficienza. La scarsa rilevanza degli studi costituisce un’anomalia, che può
essere spiegata solo in parte dalle peculiari caratteristiche della fotografia
di moda, rispetto ai testi pubblicitari, e dal rapporto intercorrente tra Moda
e Pubblicità. A questo dobbiamo peraltro aggiungere un’ anomalia altrettanto
sorprendente: oggetto ancor meno indagato, il volto, se non sulla scorta di
riduzioni fisiognomiche o in relazione subordinata ai numerosi studi condotti
sul corpo.
Il volto, che nel Novecento assume una centralità inedita rispetto
ai secoli precedenti, è stato sovente “astratto dal corpo”, forse per la difficoltà di
analizzare un oggetto di studio come il volto, un oggetto di studio che “ci
guarda” a sua volta. Se lo studioso è un voyeur, come ogni voyeur, quando si
accorge di essere osservato smette subito di guardare”. Oppure, ed è quanto si propone di
fare questo nostro lavoro, si pone lui stesso come oggetto del guardare.
Le pubblicità, così come il consumo, possono essere considerati
degli slangs del mutamento. L’evoluzione dell’immaginario ci parla attraverso
questi linguaggi, conservando un margine di indecifrabilità. E’ in quel margine
che il desiderio fermenta. Ed è su questi margini che lo sguardo del
ricercatore si deve fare metodo: eroptica.
L’oggetto di studio “volto” disloca i confini disciplinari
proiettandoci in quella zona liminale e liminoide che è il desiderio, buco
nero la cui gravità ci assorbe e alla quale non possiamo sfuggire neppure come
fasci di luce di saperi acquisiti e di logiche istituzionali. Bisogna, una
volta per tutte, rinunciare a comprendere il volto, perché comprenderlo
significa inevitabilmente racchiudere il molteplice dentro l’arrogante
parzialità di una griglia interpretativa. Bisogna invece
accostarsi al volto come soggetto sincretico
accettando di entrare dentro le fratture disarticolanti del desiderio,
praticando quella che Canevacci definisce un’antropofagia semiotica. Bisogna adottare cioè “un’erotica dello sguardo
(un’Eroptica) in grado di far implodere ogni visione acquisita e sistematica
del desiderio”, e che indaghi il Desiderio stesso. E’ questo il metodo che ho voluto seguire in questo
percorso di ricerca sui volti femminili nella pubblicità di moda. Volti
introiettati, non compresi. Perchè comunque incomprensibili se non nella
pretesa di una monologica fisiognomica del senso. Un percorso erotizzato, palpitante:
come l’occhio batalliano, le anatomie di Bellmer, le visioni di Molinier.
I volti rappresentati dalla pubblicità di moda dell’ultimo
decennio, non esprimono l’acquietante stabilità della stasi identitaria, ma
l’ibridazione, la diffrazione, la molteplicità. Rappresentano quella che
Codeluppi,
riprendendo la nozione sviluppata da Eco di “mondo possibile”, definisce moltiplicazione dei “mondi
possibili”, che il consumatore, ormai maturo, interpreta soggettivamente e nei
quali può identificarsi. Così nella pubblicità di moda, come nella realtà,
della quale la moda si forma generale
e soggetto attivo,
faccia e facciata manifestano la loro essenza come perennemente under
construction. Il volto, liberato dalla colossale pesantezza totalizzante
dei codici e dei simboli tradizionali,
si è diffratto e moltiplicato. Viviamo oggi l’inedita possibilità di indossare
il volto che, in un’unica matrice a-temporale, meglio si adatta alla sensibilità
semantica dei nostri corpi semiotici: ognuno ha il volto che
indossa, provvisoriamente, citando e, perché no?, recitando, in un processo nonorder
che prende vita a partire dagli anni Ottanta.
Il volto, contaminandosi, non impone più, o più soltanto, un dentro
esteriorizzato attraverso la necessità biologico-culturale dell’espressione. Ma
diviene fluido, ibrido, molteplice. Siamo approdati a una nuova multisogettività
(la multividualità del consumer, plasmata secondo le contingenze del suo sentire)
ludica e ironica, che incorpora stili e “ibridizza il corpo come opus che
assembla pelle, oggettistica, cosmetica, sensoralia; evoca, cita, indossa, crea
lo spazio entro il quale si muove”.
La pubblicità di moda esprime e rappresenta questa fluidità
delle strutture identitarie, di genere, di ruolo. Un’identità che diviene Entity,
eludendo le classificazioni concettuali secondo quei parametri
dualistico-sintetici ai quali la modernità ci aveva abituato… “Entità sta
oltre ogni possibile classe di età, oltre i dualismi maschio-femmina,
giovane-vecchio, pubblico-privato, individuale-collettivo, Stato-società.
Entità: non solo un ‘io’ unico e unitario, ma l’io ha mille volti e mille nomi”.
Indicare l’esistenza di categorie da assegnare ai sessi biologici
in nome della differenza di natura, non è altro che un’applicazione
particolare della fisiognomica al gender. E neppure in questo caso il
pregiudizio fisiognomico è esente da errore.
Il volto è stato reso démontable e le
pratiche di maquillage/demaquillage sono state somatizzate. Se la
cosmesi, nel suo “mascherare” il volto, smaschera il “vero volto” (costretto
dall’univocità fisiologica del naturale), libera allora i mille volti di un
volto: “il trucco cancella il volto come natura per rivelarlo come artificio”.
La cosmesi è dunque la manifestazione esteriore di una volontà interiore: un
esserci nella nostalgia dell’essere altro da sé. Nell’ essere molteplice e
plurale dell’io. Perchè il volto non è soltanto una superficie di segni,
culturalmente codificati e individualmente interpretabili, ma anche uno spazio
di costruzione e rimaneggiamento di questi segni. Il Maquillage
diviene allora pratica di stilizzazione del corpo: espande le possibilità
autorappresentative del soggetto multividuale ed eXterminato.
Il volto della pubblicità di moda non si lascia dunque ridurre ad
un concetto di identità in quanto processo di “costruzione stabile dell’io,
unico ed irripetibile, attraverso la stratificazione di emozioni, sentimenti,
pensieri”.
Se vogliamo riferirci ad una fisionomia, quella stessa fisionomia si mostra
inevitabilmente effimera, approssimativa,fugace, anche se “dispotica e tiranna
nel volersi affermare seppur in tempi brevi”.
I volti femminili nella pubblicità di moda sono volti diasporici: volti oltre
il femminile, oltre le griglie identitarie. Oltre il prodotto-moda. Volti che
abitano i mondi rappresentati dalla comunicazione della moda, che non si appiattiscono
sic et sempliciter sul posizionamento del prodotto-moda, ma che
piuttosto sollecitano empatia con i destinatari della comunicazione.
Oggi viviamo però un’apparente contraddizione: la fluidità delle
strutture di genere coesiste con una parodica aderenza ai vecchi stereotipi di
virilità e femminilità (in opposizione alla quale , peraltro, questa fluidità si
è andata definendo). D’altra parte, il femminile si esprime attraverso
corpi resi volto, corpi voltificati, dalle instabili e inquiete
fisionomie: dall’incorporeo all’algido-asessuato sino a raggiungere quel limite
estremo che è l’anoressia del senso. Superate le prove dell’accettazione
della indefinibilità (e dell’indicibilità) del genere, passando dall’
androginia al metrosexualismo contemporaneo, sentiamo oggi la necessità di
rovistare negli armadi dei nonni per apparire, ancora una volta, davvero seducenti
attraverso il genere che indossiamo. Il gender come
organizzazione sociale della differenza sessuale, ha vinto...ma è una vittoria
di Pirro, dato che al macho e alla vamp non ci crede davvero più
nessuno. Sono le maschere del carnevale di Venezia del desiderio. Niente di
più. E del carattere carnevalesco, la confusione dei generi, conserva la
possibilità di un rovesciamento temporaneo, un sovvertimento che nulla sovverte
ma che anzi è volto a ristabilire (rafforzandolo) l’ordine prefissato
dall’organizzazione sociale della differenza di genere. Dobbiamo allora porre
l’accento, più che sull’appartenenza, sul posizionamento. Si potrebbe
parlare di T.A.Z.
di genere. Gender come soglia marginale che è capace di eccitare i
sensi e lo sguardo del viewer: volti come tableux vivants di
sguardi desideranti e ibridizzazioni risignificanti.
Volti-moda rappresentati da quella
comunicazione capace di scardinare gli immaginari attuali e che, proprio in
forza di ciò, riesce meglio a interpretarli.