Sgranocchiamo
pasto Kitsch
Perché ogni
cosa, squallida merce, viene oggi ad essere estetizzata
con estrema nevrosi?
Per piacere! per essere venduta o consumata! Risponderebbe
qualunque uomo economico contemporaneo con un sorriso
avvisaglia di sapienza e compiacenza.
Voler regalare buon gusto ad un oggetto o ad un ambiente
pubblico e privato in realtà non può
non essere considerato un buon modo per far lavorare
i cervelli creativi contemporanei. Il problema affiora
quando creativi si vogliono sentire anche i consumatori
per il solo fatto di lavorare di testa alla scoperta
di nuove contemporaneità, nuove estetizzazioni,
scoprendo poi solo banali mode o stupidi camuffamenti
alla genuinità di una forma.
La classe sociale media di oggi può essere
confusa con la classe borghese dell’Ottocento; non
cambia nulla se non una data storica contestualizzante.
Se allora l’uomo borghese ricercava l’adattabilità
di stili classici alle spaventose creature industriali
sfornate in serie generando così sovradecorazioni
e pseudo-arte, oggi si ricerca ipermodernismo parlando
ovunque di design fingendo il minimalismo ma simulando
in realtà un falso funzionalismo sotto una
meschina crosta di economia produttiva.
Nel 1933 Hermann Brock scriveva:“…tutti i periodi
storici in cui i valori subiscono un processo di disgregazione
sono periodi di grande fioritura del kitsch…tali epoche
poggiano sul “male” e sull’angoscia per il “male”,
e un’arte che voglia esserne espressione adeguata
(“arte è verità” , M. Heidegger, 1950)
deve essere anche espressione del male che agisce
in esse… L’essenza del kitsch consiste nello scambio
della categoria etica con la categoria estetica; esso
impone all’artista non un “buon” lavoro ma un “bel
lavoro”; ciò che importa è il bell’effetto.”
Parlare di Kitsch potrebbe sembrare un argomento vano,
un futile cavillo che può interessare poco
perché ricorda gli argomenti a sfondo artistico
che si affronterebbero in un salotto affollato di
gente bene quando seri problemi sociali non si conoscono
o non si vuol conoscere poiché sgradevoli o
distanti dalla propria quotidianità. Ma in
realtà un termine così frivolo nasconde
il vero tarlo della cultura del consumatore di massa;
la cultura gravante sulle immaginarie spalle del prodotto
industriale, cultura kitsch per ogni kitsch-mensch
del momento storico specifico.
Si è arrivati a parlare di estetizzazione del
quotidiano per voler rilevare la mania del bello preda
di ogni individuo. Uno spazio urbano si arricchisce
con importanti costruzioni architettoniche, insoliti
rifacimenti di quartire, suggestivi parchi artistici
e quant’altro. Il cittadino viene educato a vedere,
accettare e comprendere solo un codice di comunicazione
visiva chiaro, tecnologico, asettico. Ogni artefatto
viene pianificato per colore, forma e posizionamento.
Nulla è lasciato al caso nella convinzione
che anche una linea retta profilo di un edificio è
conseguenza di un maniaco studio di equilibri estetici.
Anche il verde urbano viene composto, squadrato ed
incapsulato in profili di cemento e tracciati pedonali
in ciottolame dalle dubbie origini.
La vita sociale si va trasformando in un surrogato
di quella autentica; edulcorata, perfettina, piacente
e narcisista la prima tende ad annebbiare la schiettezza
a volte dolente della seconda. Dov’è quindi
la vita vera? Secondo il parere di molti, il vero
ormai si può trovare nel non vero: è
facile la scoperta d’esso in ciò che è
immaginario, fittizio e cioè nella propria
intima soggettività (neoindividualista) e,
con un pressante sostegno tecnologico, anche nel virtuale
(internauta). Recenti ricerche hanno confermato la
facilità delle nuove generazioni di ritrovare
valori umani nella comunicazione di rete attraverso
forum e chat. Gli interessi vengono condivisi e le
parole silenziose, scritte e lette, regalano la sicurezza
per esternare la propria autenticità. Se non
dovesse esistere la condivisione di un pensiero, basta
un click e una discussione è chiusa, remota,
volatile. Cos’altro ti regala tanto potere d’uso in
una quotidianità talmente manipolata dal vezzo
delle apparenze? Diversi sono stati nel XX secolo
critici professionisti che si sono impegnati nel definire
Kitsch il panorama polveroso di una collettività
ottocentesca e contemporanea. Kitsch è menzogna,
kitsch è mid-cult, è cattivo gusto,
è tragicomico, è l’alchimia di una classe
sociale, il non bello di ogni artefatto dove bellezza,
come dice David Hume (1963), “ non è una qualità
delle cose in sé: esiste soltanto nella mente
che le contempla”; la cultura di ogni periodo storico
ne ha imposta volta per volta un quid non più
d’elite ma alla moda, per la moda di tutti. Verso
la metà dell’Ottocento, infatti, si considerò
bello tutto ciò che si rivestiva di arte storica
generando “pseudo-arte” e cioè pasto estetico,
o meglio antiestetico, della borghesia trionfante.
Tutto il mondo si diede da fare per abituarsi ed educarsi
al gusto revivalistico ma ad ingenti dosi seguendo
la moda di un secolo. Si arrivò nel secolo
successivo alle tendenze razionaliste dove “bello
è funzionale” respingendo chi solo osava ispirarsi
ad un’arte del passato.
Il problema di fondo che qui si vuole rilevare è
il fatto che parlando di kitsch si cerca di far capire
che il concetto partì dall’etichettare uno
stile creativo originario nella società moderna
ma con le recenti analisi si è giunti alla
conclusione che Kitsch è, ed è stato,
il modo di vedere e di rapportarsi con la vita. Nell’Ottocento
fu la borghesia, sentimentalista, falsa snobista,
desiderosa di status symbol come mezzo per far bella
figura in società, ispirata dal lusso di vecchie
generazioni aristocratiche, esaltatrice del moderno
ma timorosa inconsciamente dello stesso. Nei tempi
moderni, da quando il benessere si sviluppò
coinvolgendo la maggior parte del popolo del pianeta,
ecco che i mass-media aiutano aziende e designer per
diffondere un prodotto o un brand capovolgendo la
gerarchia dei valori come avvenne per la borghesia
di un secolo prima.
Un oggetto di design potendolo oggi possedere o avvistare
con frequenza quotidiana diviene un punto fisso, una
certezza, una copertura protettiva alle difficoltà
della cruda realtà. Si raggiunge facilmente
una risposta al primo interrogativo sopra esposto:
la normalità d’oggi vede il buon gusto ed il
possedimento d’ogni cosa che ne rispetti i suoi canoni
come un escamotage al duro colpo secco di una vita
satura di frenetiche difficoltà e costanti
complessità. Sfugge poi il fatto che difficoltà
e complessità sono proprio nella voglia di
sottostare alle costanti frenesie di vita contemporanea.
Trovi qualcuno il sapore onesto su questo tavolo ricco
di pietanze perfette ma esclusivamente prefatte!
di
Alessandro Leucci