Seduta su una panchina guardando le oche



Trattenimenti… mi (in)trattengo con la valutazione dell’esterno e dell’interno, mi (in)trattengo con l’analisi socio-culturale, però non mi trattengo dal dilagare di queste considerazioni. L’apatia si diffonde a macchia d’olio nella contemporaneità, penetra nelle vene di soggetti in anestesia generazionale, ammalia per poi distruggere qualsiasi cellula con la quale viene a contatto. Combatterla o lasciarsi andare? Conformarsi alla massa o distinguersi? Nei secoli la massa è andata sempre più assumendo connotazioni negative, l’individualismo l’ha negata e utilizzata come trampolino di lancio della propria campagna pubblicitaria: siamo tutti uguali, dobbiamo essere tutti uguali, è necessario che ci sia uniformità d’interessi, vedute, modi di agire, strutture di pensiero ecc. La catena di montaggio e la produzione intensiva dell’inutilità hanno svolto un ruolo decisivo nell’individualismo massificante. Il risultato: tutti uguali, tutti identici, ma con la simpatica presunzione del contrario. L’insicurezza annidata in un numero sempre maggiore di persone ha contribuito al subdolo diffondersi di questo virus… tanto da giungere al tristissimo “anche male, purché se ne parli (di me, ovviamente, senza poi soffermarsi su chi sta dietro quel “me”)”. Io non voglio che si parli male di me, io pretendo che se proprio si deve parlare di me lo si faccia per parlarne bene, cosa che non implica un’assenza di criticità da parte degli altri o di errore da parte mia. Come il Faust che tendeva alla conoscenza assoluta e totale al punto da vendersi l’anima pur di sapere, come quel Dio che Goethe fa buono e magnanimo al punto da perdonare la tracotanza del personaggio, considerando che dopo tutto quell’errabondo stava semplicemente facendo funzionare il cervello… così ritengo che la criticità è essenziale allo sviluppo, e (luogo fin troppo comune per motivi spudoratamente utilitaristici) sbagliando s’impara. Faust sbaglia e alla fine impara, ma le obiezioni che gli sono poste rispettano sempre la sua grandezza. Allora penso che parlare male non è essere critici, è essere stupidi. E penso anche che parlare bene non è elogi e quant’altro. La massa fa un’operazione di appiattimento talmente pesante da far diventare la parola funzionale a se stessa. Si parla perché siamo dotati di corde vocali, di una cavità orale e di alcuni aggeggi che ci permettono di articolare un numero indefinito di suoni, più o meno piacevoli. L’individualismo, dal canto suo, ha anche qui una bella parte… l’egocentrismo è infatti una delle caratteristiche più diffuse, e ritengo di esserne affetta anche io. Ma paradossalmente la positività o il suo contrario poco c’interessano come esiti. Il protagonismo in questo nostro modo di concepire la società ci rende quindi individualisti e massificanti; siamo massa se abbiamo qualche problema e vogliamo ricorrere al “tutti per uno” (dimenticando volutamente l’”uno per tutti”); siamo individualisti quando ci gira bene e facciamo il Gastone del momento. Tutti hanno un Paolino Paperino dentro di sé… sembra minimizzante e quasi mortificante metterla in questi termini, ma cosa ne sarebbe del pennuto più famoso del mondo se non ci fosse una nonna Papera che gli porta la torta, una Paperina che se lo fila ogni tanto, tre piccoli omologhi che lo tirano fuori dai guai e così via? Ora, la massa è Paperopoli, l’individualità è più probabile che sia Paperino piuttosto che sia Gastone. A questo proposito le Leggi di Murphy sono illuminanti: la sfiga è una componente essenziale della vita, inutile sfuggirla perché ha le antenne. Considerando appunto tutte le volte che ognuno di noi si trova ad avere a che fare con quella maledetta, considerando che accade relativamente spesso, e considerando pure che è inutile farci a botte che vince sempre lei, l’unico motto che non ritengo fuori luogo è “mal comune mezzo gaudio”. Riportando tutto su un binario comprensibile al lettore (che per sua fortuna non è entrato nella mia testa e si è quindi risparmiato un bel casino), massa e individualismo devono compenetrarsi e compensarsi. Non in base alla situazione o valutando la convenienza dell’una piuttosto che dell’altro, ma rendendoli realmente efficaci. L’individualità è privata, casalinga, sta dentro di noi e si esprime con le impronte digitali, con la calligrafia, con il colore degli occhi e con il tono di voce. La massa è l’esterno, il rapporto che lega gli esseri umani tra loro, la possibilità di comprendere le più diverse situazioni e la capacità di adattarsi ai più svariati contesti. Fare della propria individualità lo scopo supremo del nostro agire quotidiano rende vuoto ogni nostro particolare, perché lo pone in competizione con i particolari degli altri, e la competizione non è l’apoteosi del proprio riuscire, piuttosto è il suo fallimento. Fare della massa e dell’altro lo scopo del nostro pensare rende ogni nostra privata caratteristica inutile soprattutto a noi stessi, e nel nostro intimo trionfa il deserto. Rendere la propria esistenza il più possibile vicino alla serenità con se stessi e il più possibile armoniosa con l’altrui personalità è forse il vero obiettivo. L’azione e la contemplazione, il coinvolgimento sincero e distaccato, il sorriso mai di circostanza e sempre leggermente accennato, la stretta di mano calorosa e l’autentico interessamento: sono forse questi gli strumenti per costruirsi la felicità?
Nel frattempo dedico parte del tempo a guardarmi dentro, parte a guardarmi intorno, e cerco di riflettere un po’, senza lasciarmi andare all’autoesaltazione o all’autocommiserazione. Oggi sono massa e individuo, e spero di non scindere mai la bellezza di essere viva per me e di essere viva con gli altri. Separare queste realtà, ordinarle gerarchicamente o peggio eliminarne una mi renderebbe eremita o crocerossina, ed entrambe queste figure mi intristiscono enormemente.

di Vanessa Ianni