Quisquilie
aMOROSE
Ho
avuto giornate migliori. Mi mandavo anche dei fiori.
Ma non è di questo che intendo parlare. Parliamo
di amore. Quello con la “a” minuscola, con la differenza
che passa tra una burrago e una micromachine. Perché
parlare di amore se ne parlano tutti? Perché
ne parlano tutti, ed è la risposta più
ovvia. Meno ovvia è la risposta che mi accingo
a darti, mio/a casuale lettore/lettrice: a volte gli
articoli sono dei messaggi in codice che mandi a qualcuno(che
generalmente non recepisce). Questo è uno di
quelli, e la destinataria quasi certamente non riuscirà
a coglierne il sottotesto. Ma questo non ti riguarda,
anche perché (ne son quasi certo) non riguarderà
neppure lei. Allora: aMORE. L’educazione sentimentale,
attualmente, inizia prima che inizi. Dal primo piercing
è già passato troppo per non avere un
passato. Leggi: disastroso. Si perché parlare
d’aMORE oggi significa porre un’incipit del tipo “sai
sto uscendo da una situazione”. Si entra ed esce da
una situazione(termine che rende piuttosto bene questa
sterilizzazione dei rapporti sentimentali) come si
entra ed esce dal bagno quando soffri di colite. Rapporti
sentimentali: senti-mentali “senti” sempre meno, e
quasi mai si dimostrano “mentali”. Nell’epoca della
riproducibilità tecnica dell’opera da mettere
da parte, è la quantità delle “situazioni”
a risemantizzare(in pratica a dare un valore) all’esperienza
sentimentale. L’ “hinc et nunc” dell’incontro amoroso
lasciano il passo al “sempre qui” e al “sempre ora”
del “meglio che niente” e del “peggio di prima”. L’euforia
del nuovo trova però più seguaci della
disforia dell’eterno ritorno del peggio. Nihil novo
sub sole, specie se il cielo non promette nulla di
buono e non hai l’ombrello appresso. “No caro amico
non sono d’accordo, parli da uomo ferito”, potrebbe
obiettarmi Ferradini. Speriamo non lo faccia, perchè
oggi non potrei sopportare anche questo. Ritorniamo
a noi. Dai ragazzi della terza c, passando per quelli
del college e del muretto sino ad arrivare ai giorni
vostri(ormai vivo in una temporalità astratta
che trascende l’attuale e si rifugia in flaubertiane
suggestioni per rendersi accetabile la realtà
della “tresca sperando che cresca”) dei “bella cì
s’aribeccamo”, a parte l’intero assetto mondiale,
qualcosa d’altro è cambiato. E probabilmente
sopravviveremo anche a questo, tempo permettendo.
L’investimento sul corpo si sta forse traducendo in
un investimento(in senso splatter) del corpo? Intimità
e condivisione. Intimità della condivisione
e condivisione dell’intimità. Sono queste due
sostanze inestricabilmente connesse a rendere unica
l’esperienza amorosa. E a differenziarla dalla “situazione”
che non è mai “in sé” ma sempre “tra”
, inserita in una catena di (s-)montaggio e di svelamento(svilimento).
L’investimento sul o del corpo(che aMAR si voglia)
sta producendo una tra le prove più imbarazzanti
che il mondo occidentale possa dare di se stesso(subito
dopo la guerra e la fame nel e del mondo): il “tronista”
di uomini e donne e il rituale di corteggiamento(che
non ha nulla a che fare con quello di seduzione) della
trasmissione. Uno spettro si aggira per l’Europa:il
corpo. Un corpo che fa dell’individualità una
“marginalità dell’eccellenza” in una “solitudine
dell’eccedenza”. Un corpo combatutto tra “ansia da
prestazione” e “apatia da astensione”. Meglio la prima(preferisco
la gastrite alle occhiaie, non foss’altro che per
una questione puramente estetica). Una mia amica si
lamentava di non trovare qualcuno che riuscisse a
sorprenderla. Io del fatto che non riuscissi a trovare
qualcuno in grado di riuscire a farmi sorprendere
di me stesso. Punti di (s-)vista. Non ci si può
sorprendere di un’ovvietà tanto palesemente
ostentata. La reiterazione dell’identico(l’Indentic
Kit dell’ aMANTE) non lascia margini d’espressione
alla negazione dell’interdetto, alla fascinazione
dell’inatteso: alla seduzione, per usare un termine
che non siamo adusi ad esperire quanto a raccontare(e
a raccontarci, lì al bar Mario della nostra
solitudine). E l’usuale, specie l’usuale del nuovo
che avanza e sempre ci precede, clona inesausto surrogati
di quello che vorremmo. In fondo basta davvero poco
per essere felici: semplicemente quello che ci manca.
di
Andrea Silvestri