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Se
il commerciale guizza nel sociale
Da
un po’ di tempo la pubblicità sociale (non-
profit) si è convinta che per acquisire la
capacità seduttiva, tipica della pubblicità
mercantile, deve addolcire toni e registri argomentativi.
Risulta evidente come un messaggio sociale inibitorio
(non fumare, non drogarti, non bere, non superare
i limiti di velocità, ecc.) verrà
ascoltato e notato se smette di presentarsi con
storiche tinte marcate e tendenti al gravoso tono
colpevolizzante o vittimistico. Tutto sommato la
pubblicità commerciale ha da sempre dimostrato
il potere intrinseco di utilizzare le forme più
frivole e ludiche nei suoi messaggi con la massima
libertà e capacità di successo sul
target adescato: chi compra verrà ricompensato
con l’esclusivo benefit personale, intimistico,
identificativo ed egoistico.
Nello stesso momento in cui il prodotto sociale
si offre con nuove soluzioni edulcorate e meno inquietanti,
il commerciale osa proprio il contrario. Sì
perché, a quanto pare, prendendo spunto da
un messaggio dal sano valore sociale agli occhi
del pubblico, si finisce con imporre un atteggiamento
di “scelta responsabile”, quindi seriamente motivata,
identificativa di valori personali, se e solo se
quel prodotto viene acquistato, posseduto.
Di recente due campagne pubblicitarie, “Adidas,
Impossible is nothing”- versione donna- e “Heineken”-pensaci-,
si presentano con un tono serioso, giocando nel
sadismo per esporre un valore sociale quale i diritti
delle donne rispetto agli uomini e i danni dell’alcool
per chi beve ma anche per chi gli è vicino.
Le due campagne si mostrano quasi come vere campagne
sociali, al servizio della collettività e
legittimamente sostenute dai brand Adidas e Heineken.
La prima azienda vuole ricordare che le donne hanno
le stesse capacità e diritti dell’uomo anche
nelle pratiche sportive; la seconda chiarisce come
la birra, gocciolante da un tavolo al bar, se leccata
da un cane-guida fino allo stordimento, mette a
rischio un uomo privo di vista che si affida ad
esso per muoversi in città.
La discriminazione sociale è amorale, l’alcool
lede chiunque.
Nessun jingle di fondo, nessun sorriso accattivante,
crudezza nel raccontare un peso sociale contemporaneo
e tono estremizzato fino all’ansia, all’inquietudine.
Quanto può esser considerato lecito, tutto
ciò, per un’azienda che vuol solo vendere?
Perché giocare sui mali della società
con l’ambiguo aiuto che si vuol dare alla stessa?
Ma si può parlare d’aiuto? Sì, forse
comprando una birra o una maglia ringrazieresti
l’impresa che ti ha fatto riflettere sul gravoso
problema della discriminazione e dell’alcolismo!
Ma se continui a consumare birra non rasenti il
rischio della dipendenza da alcool? E se compri
quella maglia tanto glamour perché aderiva
splendidamente alle curve scultoree di quelle ragazze
non hai sostenuto ancora una volta chi gioca sull’erotismo
soft per commercializzare ogni artefatto?
In realtà, se parliamo di moralismi non si
finirebbe mai di condannare ed etichettare in malo
modo una lista considerevole di creatività
pubblicitaria. In qualità di osservatore
dell’advertising contemporaneo, ciò che preme
qui evidenziare è l’efficacia di questa strategia
comunicativa che del gravoso ne fa un vezzo.
Nasce forse una nuova tendenza nel costume della
comunicazione di massa? E’ una tendenza o una vera
forma mentis ingegnosa? Deus ex machina dell’advertising
a te il seguito!
di Alessandro Leucci
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