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La preparazione di un Manhattan Perfect

Il Manhattan Perfect è una via di mezzo tra il classico Manhattan del Club newyorkese anni Venti, e il più recente ed asciutto Manhattan Dry. Una via di mezzo dunque, ma priva della goccia di Angostura. Oggi mi sento un Manhattan Perfect. Sì, ma quel “Perfect” non rimanda nella testa imperfetta del mio cuore a una idea di “Perfezione”, neppure per approssimazione. E’ piuttosto un residuo affettivo di una infanzia mai del tutto abbandonata. E’ a quel “Perfect” di “Street Fighter” che ritorna la mia mente, nei lunghi pomeriggi delle sale giochi(adesso sostituite dagli innumerevoli internet point), quando non bastava vincere la partita e finire il gioco, ma vincere con il “perfect”: atterrare il nemico senza ricevere neppure un colpo. Ecco, è così che mi sento. Ho vinto questa mia vaga insofferenza addentando un Cremino; prendendo per vero che la felicità si nasconda nelle piccole cose. E giocando a nascondino con la felicità, sono arrivato allo stecchino. Non siamo nella Manhattan di Woody Allen, è questo che continuo a ripetermi roteando lo stecchino nella bocca. Non siamo a Manhattan. Neppure Manhattan è “perfect”. Già. Siamo a Roma, zona prenestino-labicano, non in quella meravigliosa mitologia pre-postmoderna delle “Vacanze Romane”, e accanto a me non passeggia l’aristocratica semplicità di una Hepburn ma una protosciampista invero piuttosto sofisticata. La mia Divine interiore troverai mai il suo Waters? Forse domani. Nel frattempo mi cammina accanto una “quarta donna”. Lipovetsky definiva “terza donna” la donna che è riuscita a realizzare se stessa, attraverso l’ autodeterminazione e l’affermazione piena e consapevole nella propria differenza rispetto all’altra metà della mela, passando attraverso tre fasi fondamentali: la “prima donna” ossia quella denigrata, sfruttata e sovente demonizzata, la “seconda donna” angelo del focolare domestico, depositaria virtuosa del miracolo della procreazione, e “la terza donna”, quella del Ventunesimo secolo non più soltanto mater ma matrioska che racchiude in sé le due tipologie precedenti, pur superandole nella prospettiva indefinita e indefinibile di “essere donna in divenire”. Fino a divenire “quarta donna”? Quella che mi cammina accanto leccando un Califfo alla coca, è una specie di postgenderizzato cyborg alla Donna Haraway. Una specie di “organismo cibernetico che è un ibrido di macchina e organismo, tanto una creatura della realtà sociale quanto della narrativa”: una protesi del proprio cellulare, con un palinsesto neuronale perfettamente allineato a quello televisivo, in cerca del grande amore che la salvi da se stessa. Per quanto sia aduso a farmi del male(e provi in ciò un sottile piacere che mi percorre la corteccia sino a liquefarla) , non sarò io il suo principe biancoazzuro o giallorosso che sia. Malinconia. Ho una malinconica nostalgia della plastificata femminilità della Marylin di “Quando la moglie è in vacanza”. Cinque lustri appena son passati, e ci ritroviamo accanto dei mostri che per sentirsi donne cannibalizzano la propria femminilità con la verve di un imbianchino pronto a invadere la Polonia. Non voglio trasformarmi in metrosexual per riuscire a sopportare tutto questo. Non voglio iscrivermi in palestra, darmi ai latini americani e salutare il cervello con un “bella di padella”. Voglio un altro cremino, seminare la protosciampista ora intenta a guardare un completino da Intimissimi e godermi questo rassicurante smog metropolitano in beata solitudine…e magari stasera, brindare con gli amici a questa fuga perfetta con un Manhattan Perfect.

di Andrea Silvestri