Il Padrino… e la sua “Famiglia”


A volte basta una singola scena per sintetizzare e descrivere l’essenza di un film, un singolo dettaglio per offrirne la chiave di lettura principale, una semplice inquadratura per definire l’intero quadro psicologico di un protagonista e consacrare, così, un film nell’Olimpo dei capolavori.
In particolare, in questa dissertazione voglio soffermarmi sul personaggio di Don Vito Corleone, protagonista de Il padrino di Francis Ford Coppola, primo episodio della splendida trilogia che il regista italo-americano ha dedicato all’affresco del mondo della mafia, e, soprattutto, alla scena iniziale del film che, a mio parere, rappresenta una vera e propria eccellente prova d’autore per il modo in cui il personaggio di Don Vito, magnificamente interpretato da un grandissimo Marlon Brando, appare in scena e viene presentato allo spettatore.
Per buona parte della scena iniziale, noi spettatori non vediamo mai l’interlocutore con cui l’uomo seduto sta parlando, esponendo, con una certa paura e soggezione, la sua angoscia ed il dramma verificatosi nella sua famiglia. Non ne vediamo il volto, ma riusciamo ad intuire, dalla riverenza mostrata dall’uomo e dalle parole con cui egli gli si rivolge, che si tratta di una persona importante, qualcuno che riveste un ruolo di forza e di potere, al quale egli si rivolge dopo che le istituzioni americane, alle quali si era rivolto da buon cittadino per avere giustizia in virtù del torto subito, non hanno degnamente assolto il loro compito. Un semplice immigrato italo-americano, che ha cercato di integrarsi a pieno titolo nella vita e nei costumi d’oltreoceano, nutrendo la massima fiducia nei confronti delle istituzioni della sua terra d’adozione ma che, deluso, si è convinto a rivolgersi all’unica persona che può, in qualche modo, essergli d’aiuto e rendergli la giustizia negatagli dal sistema statale, quell’uomo che aveva aiutato tanti suoi connazionali a sopravvivere nel marasma e nell’incertezza della misera vita da immigrati in mezzo alla folla di milioni di persone indifese alle prese con una vita in un paese nuovo e diverso ed incapaci, senza il suo aiuto, di costruire un futuro “sicuro” in quella terra sconosciuta e straniera.
Solo alla fine del discorso dell’uomo, attraverso una carrellata all’indietro che dal buio della stanza si fa man mano più luminosa, vediamo finalmente il volto del nostro protagonista, seduto a quella famosa scrivania che tanto sarebbe, nel corso degli anni, diventata riconoscibile all’intero del nostro immaginario cinematografico. Per i primi 10 minuti circa, Coppola decide, quindi, di non mostrarci il protagonista del suo splendido film, ma lascia che la nostra mente sia libera di immaginarlo attraverso le parole pronunciate dall’uomo che si trova al suo cospetto; nella nostra immaginazione si associano, così, differenti caratteristiche che emergono da quel discorso che, messe insieme, ci forniranno l’idea del personaggio che stiamo per conoscere e, in seguito, potremo associare al suo volto il modello che ci siam fatti di lui e vedere se, in qualche modo corrisponde alla personalità che emerge nel film.
C’è poi una seconda, importantissima scena che sintetizza l’intera filosofia e l’ideale che sta alla base della trama del film, sceneggiata con la collaborazione della stesso Mario Puzo, autore del romanzo omonimo da cui Coppola ha tratto il film: è la scena, presente sempre all’inizio del film, del matrimonio di Connie, la figlia di Don Vito. Una scena che mette perfettamente il luce quel valore fondamentale che più volte tornerà nella pellicola attraverso le parole dello stesso Padrino, quello della Famiglia: la Famiglia come punto nevralgico intorno al quale si strutturano tutte le attività controllate dal boss, la Famiglia come luogo sacrale all’interno del quale si prendono decisioni, ci si consiglia, si espongono i propri dubbi o problemi, ci si protegge l’un l’altro, ma anche ci si diverte, si educano i figli… ma, in primis, la Famiglia come cardine di tutto un mondo che è stato costruito intorno ad essa, e quindi come baluardo solido da difendere e custodire a qualsiasi prezzo.
Nella visione della vita e degli affari propugnata dal Padrino, tutto è subordinato rispetto al valore inattaccabile della Famiglia, che occupa una posizione centrale e prevalente, per l’unità della quale si è disposti a tutto: qualsiasi sacrificio, qualsiasi rinuncia, qualsiasi scelta effettuata da un membro di essa deve essere dettata dal principio inoppugnabile su cui Don Corleone ha costituito il suo impero di potere: proteggere e tenere unita e salda la Famiglia!
Assunto fondamentale che, come ci mostra in modo insuperabile il film di Coppola, si frantuma tragicamente e rapidamente nel momento in cui Don Vito cessa di vivere, annientato non dai nemici che già precedentemente avevano tentato di ucciderlo, ma colpito da un infarto mentre gioca allegramente col nipotino nel giardino di casa. La morte del capostipite segnerà, infatti, un progressivo declino e frantumarsi della coesione e del senso della Famiglia così strenuamente difeso da Don Vito, attraverso un susseguirsi di tradimenti, vendette e faide interne che segneranno inevitabilmente la totale frammentazione della Famiglia mantenuta a lungo così unita, ma anche la progressiva solitudine del nuovo capofamiglia, Michael, succeduto al padre e che, però, diversamente da esso, non avrà intorno a sé la coesione ed il calore della tradizionale Famiglia Corleone.




di Milena Comuniello