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Murder Psalm e l’arte della visione: il cinema di Stan Brakhage

Murder Psalm è una delle più importanti opere cinematografiche realizzate da Stan Brakhage, il più autorevole esponente del New American Cinema, fondamentale corrente del cinema sperimentale americano a cui egli ha dato un impulso ed un contributo di grande rilievo.

Nato a Kansas City nel 1933, Brakhage è morto a Victoria, in Canada, nel marzo 2003. “Egli si afferma agli inizi degli anni Cinquanta come il maggiore sperimentatore di un cinema prettamente percettivo, aprendo la strada a tutto quel cinema sperimentale che si affermerà negli anni successivi fino alla recente video-arte, in particolar modo alla rivoluzione tecnologica dell’ expanded cinema, quel cinema espanso nel quale l’intervento materiale sulla pellicola attraverso modificazioni, graffi, collage e segni grafici crea un ritmo visivo assolutamente unico”[1].

Brakhage è l’autore nel quale vita e film si identificano in un percorso unico, impossibile da separare. E’ partendo da questo presupposto che è possibile esaminare seriamente alcune affermazioni dell'autore secondo il quale i suoi film non erano astratti, bensì rappresentazioni di eventi reali quali la nascita di un bambino, il sesso, la malattia e cosi via. Il suo cinema era un cinema di soggettive interiori, di visioni della propria coscienza, di percezioni puramente visive espresse attraverso la pura plasticità cinematografica; celebrando la luce e la sua natura più intrinseca, Brakhage ha reso il cinema libero da ogni altra forma artistica, rendendolo completamente indipendente da ogni interferenza esterna.

Iniziò a girare film a diciannove anni, influenzato, come egli stesso amava ricordare, dal Neorealismo, da De Sica e, soprattutto, da Rossellini, ma, contemporaneamente anche dal surrealismo di Jean Cocteau, un poeta e cineasta che egli ammirava fortemente e che intendeva imitare. Non a caso, i suoi primi film, realizzati tra il 1952 e il 1956, di genere “psicodrammatico”, sono stati anche definiti un po’ neorealisti ed un po’ onirici. Con Anticipation of the night, del 1958, il grande cineasta americano elabora una nuova forma, il cinema lirico: all’interno di questo film l’eroe ed il protagonista diviene lo stesso film-maker dietro la macchina da presa; nella forma lirica, le immagini corrispondono a quello che il cineasta vede con i suoi occhi, alle sue reazioni di fronte a ciò che osserva, girate facendo si che la sua presenza non possa mai essere dimenticata dallo spettatore. Come scrive P. Adams Sitney, “ lo schermo è denso di movimento e quel movimento, sia della macchina da presa sia del montaggio, amplifica l’idea di un uomo che guarda”. E, grazie alle sovrimpressioni, prospettive e tempi differenti coesistono all’interno dello stesso spazio e permette di trasmettere anche allo spettatore l’intensa esperienza della visione. E se la visione è il valore massimo del film, allora la cinepresa ed il cineasta, devono lasciare che la visione avvenga piuttosto che ricercarla affannosamente.

Dopo questa sua opera, per la quale aveva elaborato una stupenda sceneggiatura in versi, il regista prese, quindi, una decisione cruciale per il prosieguo del suo lavoro: l’eliminazione del “dramma” dai suoi film e, di conseguenza, il superamento della sceneggiatura. Egli stesso affermò in una dichiarazione di essere cresciuto molto in fretta come artista nel momento in cui si è sbarazzato della sceneggiatura come fonte d’ispirazione per le sue opere, cominciando a sentire che tutta la storia, la vita, tutto il materiale su cui poter lavorare doveva cercarlo dentro se stesso.

Secondo Stephen Dwoskin, “il cinema di Stan Brakhage trasferisce in campo filmico il processo mentale della poesia ma, si potrebbe aggiungere, la sua ricerca può essere facilmente accostata anche alla composizione musicale”. Nelle sue meravigliose sinfonie per immagini, quasi sempre mute, elementi minimi vengono infatti accostati come se si trattasse di note, e la loro successione è regolata da rapporti di frequenza, ritmo e melodia, elementi ovviamente fondamentali nel mondo della musica.

La fase lirica dell’autore culmina con la realizzazione di Dog Star Man tra il 1961 e il 1964, in cui rielabora in termini mitici la sua visione del mondo già presente nei film lirici precedenti. Questa può essere, probabilmente, considerata l’opera più ambiziosa di Brakhage, all’interno della quale egli compie una sorta di esplorazione archetipa della sua stessa psiche: descrive l’emergere della coscienza, il ciclo delle stagioni, l’eterna lotta dell’uomo con la natura, l’ambivalenza sessuale con l’evocazione visuale di un Titano dal nome cosmico «Uomo della stella del Cane». Il film è attraversato da una tale marea di esperienze e significati reconditi che è quasi impossibile condensarli in poche frasi. In Dog Star Man emerge in tutta la sua potenza la sua concezione in qualche modo “arcaica” dell’arte: per Brakhage l’ispirazione poetica è da considerarsi vera e propria poiesis, azione per eccellenza, dissimile ed ovviamente superiore rispetto all’azione comune, e quindi azione magica che esprime ed evoca una più grande realtà creativa “medicatrice delle passioni” dell’animo umano.

Negli anni ’80-’90 Brakhage realizza un gran numero di film dipingendo direttamente sulla pellicola o graffiandone l’emulsione con vari strumenti. A questo periodo appartiene il cortometraggio Murder Psalm, realizzato nel 1981: Brakhage dichiarò che l’impulso di realizzare il film sia scaturito dopo un incubo in cui aveva sognato di assassinare sua madre. Il film è costituito in gran parte da found footage... le immagini che colpiscono maggiormente vengono da un film educativo sull’epilessia: “c'è una ragazza vista in differenti scenari: in un giardino dove contempla una fontana in cui fanno il bagno gli uccelli ed in cui viene gettata una palla rosso brillante; come viaggiatrice in una macchina; come il soggetto di un esame medico, ed infine come una figura che contempla sé stessa davanti ad uno specchio e, attraverso una dissolvenza cinematografica, cresce fino ad una versione matura di sé stessa. In questo film c'è anche un dottore che sembra spiegare la disfunzione cerebrale che causa la sua epilessia”[2]. Il tema del film sull'epilessia è trasformato in una meditazione sulle circostanze sociali e culturali del trauma infantile, attraverso una successione visiva di immagini semicircolari. Sostituendo un'immagine con un'altra - per esempio il modello del cervello con una carovana - Brakhage unisce i loro significati e le relative implicazioni.

All'interno del sistema di Brakhage, si può dire che tutte le immagini semicircolari “causino” la sua risposta traumatica… “Un cartone animato di un topo poliziotto, sbilanciato in avanti, è inserito nel tema del film in diversi modi. Il manganello del topo ha la forma di un pene e, a un certo punto, nella scena dell'autopsia sostituisce il pene del cadavere. Ancora una volta Brakhage fa notare la natura fallica della violenza in generale..."[3].

Sul letto di morte, pur dilaniato dai tremendi dolori causati da un cancro in fase terminale, ha continuato ad immaginare e creare fino all’ultimo, girando The Chinese Series, spesso graffiando l’emulsione con le unghie.

di Milena Comuniello

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[1] Alessandro Morera, Omaggio a Stan Brakhage: il cinema come arte del visibile, articolo tratto dal sito “Frame on line”.

[2] Marjorie Keller, The Untutored Eye: Childhood in the film of Cocteau, Cornell, and Brakhage, Fairleigh Dickinson University Press, Rutheford, New Jersey.

[3] Ibidem.