Oggetti del guardare
“in
me, tutto è volto”. Il corpo, in una cultura non feticistica […] non si oppone,
come per noi, al volto, il solo ricco di espressione,
il solo dotato di sguardo:è lui stesso volto e vi guarda”
L’estensione della presunta libertà sessuale è da riferirsi probabilmente
ad una modalità “peraltro essenziale, propria alla sessualità «repressa»: quella che evidenzia mischiando privato e
pubblico: la mise-à-nu. E’ così scrutato, scandagliato, da ogni parte,
ciò che può –deve- esser mostrato allo scopo di incentivarne
l’uso (essere più liberi). Si nota un utilitarismo implicito nel modo in
cui tutta una cultura diventa voyeur”.
Siamo approdati ad una cultura voyeuristica, nella quale l’immagine si fa
carico dell’utopia che ognuno disponga della propria
rappresentazione “verosimile e
manipolabile (quindi appagante) del mondo”,
nella democratizzazione della fruizione di finzioni verosimili per
l’appagamento di desideri autentici . Si potrebbe addirittura “sostenere che
una società è tanto più evoluta quanto più riesce a distribuire verosimiglianza
appagante tra i propri membri”,
secondo una aderenza ai processi mentali dell’uomo e
del suo progetto di antropizzazione del mondo. La nostra è una cultura del
consumo, e nel consumo,
proprio il consumo di immagini risulta essere assolutamente
centrale.
Il fotolinguaggio della moda è intriso da una cultura del consumo:
ne è il riflesso catalizzatore appiattito sulla
bidimensionalità della carta stampata. Con questo si intende
affermare una complessità del reale che non può essere ridotta ad uno, cento,
mille scatti. Ma si intende anche affermare che
attraverso la parzialità di quegli scatti, si può leggere in controluce la
fisiognomica di un’epoca. Le somatopie del Desiderio.
Come nel ritratto, c’è da chiedersi perché è stato scelto proprio
quel volto e non un altro. E’ come se l’occhio consegnasse , dei suoi umori, qualcosa sulla patina della carta. E’
come se il Desiderio si mettesse in posa e componesse l’inquadratura per
consegnarsi, insieme a quegli umori, alla bidimensionalità dell’immagine di
Moda, restituendoci lo sguardo che l’immaginario volge a se stesso, al
Desiderio, e al proprio Desiderare. Nonostante ciò, l’immagine di Moda non è stata sinora
analizzata, se consideriamo la mole degli studi condotti sulla pubblicità e sul
sistema moda, a sufficienza. La scarsa
rilevanza degli studi è un’anomalia, che può essere spiegata solo in parte
dalle peculiari caratteristiche della fotografia di moda, rispetto ai testi
pubblicitari, e dal rapporto intercorrente tra Moda e Pubblicità. A questo
dobbiamo peraltro aggiungere un’ anomalia altrettanto
sorprendente: oggetto ancor meno indagato, il volto, se non sulla scorta di
riduzioni fisiognomiche o in relazione subordinata ai numerosi studi condotti
sul corpo.
Il volto, che nel Novecento assume una centralità inedita rispetto
ai secoli precedenti, è stato “astratto dal corpo”,
e forse , in accordo a
quanto dimostrato da Gombrich,
proprio per la difficoltà di “analizzare un oggetto di studio come il volto, un
oggetto di studio che “ci guarda” . Se lo studioso è
un voyeur, come ogni voyeur, quando si accorge di essere osservato smette
subito di guardare”. Oppure,
ed è quanto si propone di fare questo nostro lavoro, si pone lui stesso come
oggetto del guardare.
Seguendo l’impostazione
canevacciana, doppiamo assumere come distinzione preliminare i concetti di clothing
e dress: mentre clothing si riferisce a vestiti e accessori
(comprendendo gioielli, make-up, tatuaggi e piercing singolarmente presi) , dress “coinvolge e muove quelle pratiche che ne
caratterizzano scelta, incorporazione, combinazione, assemblaggio, cut-up,
morphing e, infine, la selezione verso il contesto”.
Per code, dobbiamo invece intendere quel codice indicante “le scelte
della trasformazione, le logiche sotto- e sovrastanti l'attività semiotica che
il corpo acquisisce sulla base di scelte
spontanee/costruite da parte del soggetto”.
Proprio nella combinazione di dress e code, si intende
sottolineare “una pragmatica del corpo che si modifica, si costruisce, si
risignifica attraverso continue e oscillanti scelte da parte di un soggetto
mutante e molteplice, nella sua relazione costitutiva e mutevole con il
contesto all'interno del quale esporre tale pragmatica comunicazionale”.
:
Dress-code è ibridazione ludica del corpo, la dissoluzione
degli archetipi, la sfida ai significati pre-codificati dall’uso, ovvero dalla
Moda. Ulteriori definizioni preliminari, utili per la
comprensione di questa pragmatica,
sono quelle di attrattori e bodyscape.
Per attrattori si intendono quei “codici
visuali ad alto valore fetish che assorbono attenzione nei loro movimenti
inter- e intra-spaziali”
e la cui aspirazione immanente è “penetrare e farsi penetrare dall'occhio e
dalla sua molle vischiosità erotica”.
7
Gli attrattori sono
codici “policentrici e polimorfi, sincretici e fetish. Gli attrattori
inscenano enigmi silenziati: sono rebus somatizzati da esporre in un
particolare ambiente per uno specifico pubblico. L'attrattore ha (è) una
fisicità semiotica: esso è determinante per il
morphing cui si sotto- e sovrappone il soggetto. I tessuti intertestuali
somatizzati come attrattori sono interzone (corporali e spaziali: corpi
spaziati) costitutive del dress-code”. Per Bodyscape, invece, Canevacci intende riferirsi “al corpo panoramatico che fluttua tra gli
interstizi della metropoli comunicazionale. Il suffisso -scape persegue
accelerazioni di codici prima invisibili che un corpo inserisce, per
assemblaggi successivi, lungo la propria configurazione per costruire una
determinata fisiognomica. Quindi, il corpo di un soggetto che si avviluppa in
dress-code - a differenza del cliente - è sospinto per forza immanente ad
elaborare nuovi sistemi percettivi, nuove sensoralia, esplorando le zone-morte
tra quello che è noto o comunque già visto e quello
che sta emergendo. Il soggetto-dress-code strappa le zone-morte in quanto
feticci e li trasfigura in zone liminoidi dalla potente forza attrattiva
cosmetica, cioè erotica. Eroptica”. E
l’erotica, è appunto, un erotismo dello sguardo. Il corpo panoramatico è allora
Dress-code come location, “selezione
desiderante di uno spazio del corpo per un corpo
spaziato”. Una delle caratteristiche
peculiari del dress-code è di essere sempre in between, un essere “tra”, sorta
di cosmogonia localizzata e attualizzata: “Dress-code è in between la
location e l'altro”,
ovvero “ti incarna come soggetto in quel momento, in quel posto, con quelle
persone: dress-code come cosmogonia temporanea e fluida”.
Una cosmogonia cosmetica che indossa - incorpora e somatizza – codici […]
danzanti”, che vibrano. Transiti come “movimenti da un momento
all’altro del tempo, da un luogo all’altro dello spazio […] dallo stesso
allo stesso”. Dress-code
è la “tecnologia dell'incorporamento parassitico: come codice di trans-gresso:
tra abito e corpo, oggettistica e location. Bar-code. L'oggettistica è corpse.
Cadavere che torna body per una zona-tempo.
Trasfigurazione fetish di body-corpse”.
Transiti: dal body al corpse. Ma oggi non è più possibile accettare questi transiti come
pure successioni. Non c’è dicotomia tra il fermentare della vita nel body, e la
rigidità svilita dei corpse. L’Eroptica è l’affermazione di una nuova
sensorialità accessiva ed eccessiva. Accedere, in una coaugulante proliferazione
di organi percettivi,
negli interstizi, nelle giunture, nelle pieghe oscene. Essere
ambiguamente in between, senza alcuna necessità di normativizzare il
perturbante. Negli interstizi nascono le location
delle culture. Il multividuo che “ha somatizzato il dress-code attira ed è attirato da tali mutanti location”.
Location è allora un “interstizio
metropolitano che caratterizza il transurbanismo contemporaneo, e i cui
codici interni accentuano al massimo la percezione di un dress-code
incorporato”. E’ nel gioco dei
dress-codes somatizzati ed esposti dalla location che
si producono attrattori, definibili come “tensioni comunicazionali e sensoriali
che muovono soggetti che aspirano o hanno in qualche modo già anticipato una
propria affine traccia di corpo panoramizzato. Sia bodyscape che location
esprimono attrattori sessuati in un gioco performativo con continue citazioni,
scambi, inversioni, perversioni, multiversioni, subversioni”.
Bodyscape e location costituiscono due entità fluide e
mutoidi, capaci di superare quei concetti dicotomici ai quali le culture
istituzionali ci hanno abituato, senza
peraltro ridurli alla sintesi dell’uno, ma a sostanziarli di una molteplicità
di frammenti: gender (maschile-femminile), luogo (pubblico-privato), ontologie
(organico-inorganico), morale (bene-male), gerarchie (alto-basso). La
translucenza dei body-corpse si feticizza nella polifonia narrativa dei
sincretismi:dress-code/location/bodyscape.

Fig.4.1-4.4.L’Eroptica è l’affermazione di una nuova sensorialità
accessiva ed eccessiva… Pag.19:a sinistra
immagine fetish-chic di Fabien Azzopardi,
minzione “cosmetizzata”: “Blue Pissing”.
A destra:”Let’s
Kiss”, labbra iperglossate ai limiti dell’inorganico,
per Dior. In questa pagina: Terry Richardson
per la campagna 1999 di Sisley. Nella
pagina accanto: Mario Testino per
Valentino, 2004.
Neodandismo e feticismo visuale
Il neo-dandismo è l’iridizzazione dei corpi
nell’investimento e nel travestimento di location e bodyscape: “ha come configurazione contemporanea i nessi trasmigranti
tra corpo, comunicazione, tecnologie, così come i transiti oltre ogni
tradizionale dualismo”.
Neo-dandy (ND) è Eyesfull-body, corpo retinico, iridizzato. Corpo di occhi che ri-volge i suoi visori erotizzzati all’interno
e all’esterno del proprio body, intessendo “Ia seduzione erotica dentro
l'umidore degli sguardi”. ND è un
eccesso di occhi. “ND si guarda tanto quanto guarda […] nel e per ND è l'occhio che muove ... Occhio come
protesi disseminata nel corpo co-mutante”.
E’ l’ occhio acceso di una metodologia eroptica che
“estremizza intrighi di corpi come pelle intessuta, tecnologie somatizzate,
cosmesi feti-chic, valori aggiunti comunicazionali, zone in-between urbane”.
Merci-volto
Le merci-visuali sono merci-volto. Sono merci di carne: con un
corpo, una pelle. Una storia. Il volto
delle merci visuali racconta una storia di vita che “"nasce"
nella produzione, acquista i suoi primi mesi nella vendita, poi cresce, si fa
adolescente, cambia sostanza e posizione nel consumo, fino a diventare adulta,
nel pieno delle sue forze semiotiche attrattive. Infine
inizia il declino, più o meno rapido: può essere venduta e acquisire una nuova
giovinezza o una nuova identità, persino nuove funzioni; essere
decontestualizzata e diventare opera d'arte o da collezione; essere gettata via
e riciclata; essere rubata o svolgere solo valore d'uso; essere smontata e
riassemblata in un montaggio infinito”. Protesi della nostra coscienza,
il volto delle merci è un volto truccato. La loro
cosmetica “transita
dal bar-code al dress-code. Dall'identità unica del prezzo a quella fluida
dello stile”. L’ Eroptica rende le merci body-corpse. Barbie-corpse:
sperimentazioni plastiche di corpi mutevoli e mutanti. Femminilità
sintetiche e plasmabili come le bambole offerte dal sito www.realdoll.com sino
ad arrivare ai limiti della sparizione materica della diva Sim-one. Volti-PVC che si nutrono della “dimensione cosmetica come
cosmologia della vanità e del lusso”.
Fig.
5-6. In alto: La faccia “sfonda” letteralmente la griffe per
raccontare il prodotto
nella campagna Moschino.
In
basso: Nell’ambientazione metafisica di Francesco Basia il volto è la
merce-volto.
La maschera e il maquillage
Cosmesi. Cosmos.
Dall’etimologia greca a quella latina ordo e mundus,
ordine e universo.Il maquillage appare dunque come risignificazione del
volto, un atto di (ri-)scrittura del volto. Ordinare nella
doppia valenza di dare un ordine al caos (anagramma di cosa e caso,
cose disposte naturalmente a caso da riporre in un ordine culturalmente
stabilito), una fuga dall’entropia; e dell’atto impositivo di una scrittura,
anzi, di una sovrascrittura. Il volto
stesso nel suo mettersi in ordine diventa un universo di simboli (una foresta
di boudelairiana memoria…), la sovrascrittura artificiale di una scrittura naturale. Una FINZIONE? Una finzione che rivela la vera natura del volto, nella
liberazione del “dentro”. E’ come se la cosmesi, nel suo “mascherare” il volto,
smascherasse il “vero volto”, costretto dall’univocità
fisiologica del naturale. La cosmesi allora libera i mille volti di un volto: “il trucco cancella il volto come natura per rivelarlo come
artificio”. La cosmesi è dunque la
manifestazione esteriore di una volontà interiore: un esserci nella nostalgia
dell’essere altro da sé. Nell’ essere molteplice e
plurale dell’io. Nell’essere “ii”, per dirla alla Canevacci. Il maquillage si pone come
realtà e finzione allo stesso tempo, rivela la propria autenticità nel
desiderio di apparire. Un volto truccato tende ad essere
simile a ciò che vorrebbe essere: un altro volto nell’esaltazione del proprio.
Quello che mostra però dimostra una non appartenenza o
un’ appartenenza provvisoria. Nel rituale del maquillage/demaquillage, l’identità nella sua continua metamorfizzazione rivela
un’ inconsistenza di fondo, il volto è sempre qualcosa “à refaire”,
simulazione di un altro volto, un tentativo di appropriarsi di una forma che
non gli appartiene. E addirittura l’appropriazione di una assenza:
la rimozione del volto, una esasperata sfocatura, una tensione al grado zero
dell’espressione, una anorresia del senso. Così come il mito della purezza e i
suoi riti cosmetici, tendono a cancellare la colpevolezza della corporeità
femminile: sino al bianco assoluto
del vuoto della pagina, dello sperma, della sparizione. O che
trovi una catarsi nel suo opposto: il nero di un sole che brucia, di
un’abbronzatura levigante. Questa tensione all’essenza pura e
ambivalente trova la sua massima espressione nell’assenza: l’annullamento
totale, persino della flebile presenza delle mannequines, per lasciare spazio
alla pura forma della Moda. Ma la “costruzione del volto è la maschera della
nostra identità sociale”,
afferma un' appartenenza eppure la nega. Afferma una appartenenza mentre la nega: si espone il proprio volto
ai canoni della vanità e della bellezza, socialmente iscritti, e si afferma la
propria multividualità sancendo una fuga dalle prescrizioni sociali. La cosmesi
è allora evasione, ancora in una doppia valenza, come affermazione ludica (evasione
come gioco, piacere nel trasformare forme e colori dell’apparire) di questo
voler essere, e come fuga (evasione come essere
imprendibili) dal proprio essere nella società, una società prescrittiva, ergo
limitante rispetto alle infinite possibilità del poter essere altro da sé. Mentre nel volto si manifesta una (supposta) soggettività,
nel maquillage si riflettono la pluralità come estensione della propria
soggettività, la tensione ad appropriarsi di un essere altro, ma anche
l’appartenenza (affermativa o negativa che sia) ad una cultura. E la cultura prescrive significati ai segni del volto.
Il volto non
è una superficie neutra. Chiunque può esperire quotidianamente questa affermazione: ognuno attribuisce un senso ai tratti
dei volti che incontra, e i pregiudizi della fisiognomica sono più diffusi di quanto si è disposti a
credere. E come afferma Patrizia Magli “nel momento in cui la
fisionomica detta una serie di regole in grado di svelare gli enigmi di un
volto, nello stesso tempo rende possibile l’appropriazione di queste regole non
più ai fini di uno svelamento indiziario, bensì di un’attività volta a
riprodurre artificialmente, oppure a mascherare quegli indizi sospettati di
rivelare il segreto di una passione, di un vizio o di una qualità morale”.
Il volto
non è soltanto una superficie di segni, culturalmente codificati e individualmente
interpretabili, ma anche uno spazio di costruzione e rimaneggiamento di questi
segni. “Si tratta di impadronirsi di un sistema di equivalenze
codificate in grado di predire quali marche espressive del volto

Fig. 7-10.In alto a sinistra David
LaChapelle per Bebe. Accanto: Avedon per HM. In basso
Campagne autunno inverno 2005 D&G, scatti di Steven Miesel.
devono essere per
riconoscere la bellezza, un’inclinazione morale o un’attitudine perversa, e il
gioco è fatto”.
Jean-Pierre
Vernant in Figure, idoli, maschere,
lega problematica dell’immagine del volto alla maschera. Il volto (è) maschera, almeno quanto la maschera (che è
un volto senza sguardo,ovvero uno sguardo al di sotto della maschera stessa) è
immagine del volto (ma può sussistere uno sguardo in eccedenza, uno sguardo
senza volto). Così è attraverso lo sguardo(come sottrazione) che il volto può
divenire maschera, e la maschera un volto (individuale-sociale) mascherato, e non una semplice riproduzione facticia
di un volto.
Il “make
up” esprime, come assume Patrizia Calefato, “allo stesso tempo il senso del
“comporre” e quello del “farsi il trucco”; truccarsi per offrire il volto alla
spoliazione, al denudamento totale, alla pornografia esplosiva della
scarnificazione; comporre per scomporsi”.
Dobbiamo riconsiderare il maquillage sulla scorta della carica oltre-passativa
e ultra-passante degli
attrattori: “se il trucco, la maschera, la cosmetica
rappresentano una sfida alla durezza supposta come "naturale" del
corpo mono-identitario (permessi solo per feste particolari), ora essi si
mescolano nella quotidianità incessante con il design e persino con il
packaging”. Indossare la maschera, al di là delle accezioni negative che possono connotare
quest’atto squisitamente antropologico, significa intraprendere un viaggio che conduce a noi stessi e
all’incontro con l’Altro. Incontrare l’Altro e indossarne la maschera,
assumendo su di sé l’Altro (il divino, la Gorgone,
l’inconoscibile), il suo volto (la maschera è innanzitutto un volto) e le sue alterità. Se il senso della maschera è il
contatto con le potenze dell’invisibile, nel mito, Perseo deve affrontare i
demoni, per arrivare ad uccidere la Gorgone Medusa attraverso
un dono (e munus è una delle possibili radici di comunicazione…), il
lucente scudo di Atena. L’unico sguardo possibile è attraverso l’immagine riflessa nello scudo. Uno sguardo che incontri indirettamente la seduzione e l’’osceno, e
che sconfigga la maschera con la maschera. Facendosi maschera. Oggi la maschera indossata
dalla moda è quella smoothfetish del boia-gorgone, è il latex di Dioniso, del
ludico e incontenibile Pan, del Satiro danzante: è l’impossibilità di volgere
direttamente lo sguardo verso l’altro senza riconoscerne, piuttosto che il
ruolo, piuttosto che il feticcio di un
volto posticcio e imperturbabile, la persona. Ed
essere dunque chiamati alla responsabilità. L’altra faccia della maschera non è
allora il volto, ma l’obbedienza
a codici ben definiti di identificazione: è la coercizione, il controllo. Il
potere carnevalesco della maschera è però anche questa capacità di sovvertire, fascinosa e
sprezzante, questi codici.
“L’essere della nudità oscena, la caduta della maschera, delle
vesti o dei veli diventano stranamente contraddittori, quando vengono smascherati, svelati e condannati da quella morale
sgomenta che continua a mettere a nudo quello che paradossalmente è già
nudo e alla quale, al contrario, sfugge ormai, nel delirio totale, la
distinzione tra esteriorità e interiorità”.
Zingari, si riferisce all’intrasparenza propria delle
retoriche del post-moderno, non alla semplice esibizione di un gioco a carte
scoperte, come può essere ad esempio la rappresentazione dell’oscenità
esteriore del porno, ma piuttosto alla pratica dell’equivoco e della
dissimulazione, all’invadenza nell’intimità messa in atto da un erotismo
tecnologico e oggettivo, estremizzando le tesi di Perniola, un’erotica dello
stravolgimento e della degenerazione del desiderio, della oscenizzazione e
della demoralizzazione del sentire. Così gli stessi confini tra esterno e
interno vengono sistematicamente confusi e invasi
nell’estasi dell’indifferenza e nella logica dell’indiscrezione.
“Il fascino […]ha sempre a che fare con il feticismo”.
E il feticismo con la seduzione. Non viviamo
semplicisticamente il tempo dell’effimero, ma della razionalità che agisce
tramite l’effimero,
della democratizzazione della seduzione e del lusso.
Il nostro è il tempo feticistico regolato dalle leggi dell’assenza e della
seduzione. Del desiderio dunque, e della prossimità. Prossimità
del desiderio e del prossimo, l’Altro, che è desiderio per eccellenza
(eccedenza), desiderio d’essere desiderati.
E la seduzione è
femminile, ricorda Baudrillard. La femminilità diviene però fatale quando (ed è il passaggio forse
ancora non completamente compiuto) da oggetto sentimentale viene a porsi
come soggetto sessuale. C’è una carica
Fig. 11: Terry Richardson per Sisley, 2001.
eversiva
nella futilità dirompente del desiderio,
nella sua costitutiva fragilità, nella sua intangibilità e indicibilità, così
come in questa assunzione volitiva di nuove configurazioni del concetto di
femminilità e che la
Moda assume inflazionandole a mode. Se la
Moda riguarda la superficie, questa
superficie è scavata sempre più a fondo della nostra interiorità.
Lipovetsky parla di una generalizzazione della forma-moda, della
ridefinizione globale a carico della seduzione e
dell’effimero, cardini non più soltanto della Moda ma della società nel suo
insieme, arrivando a configurarsi come “principi organizzatori della vita
collettiva”, ma senza cedere al
catastrofismo autocompiaciuto di gran parte degli apocalittici
e dei tuttologi, tantomeno al lasseiz faire dell’ “apologia beota dello
show-biz generalizzato”.
D’altra parte la Moda, che “appare prima di
tutto come agente principale della spirale individualista e del consolidamento
delle società liberali”
, come (attraverso l’eteronomia della cultura di massa e della seduzione) “vettore
ambiguo ma effettivo dell’autonomia delle persone”
come opportunità effettiva, nella riconfigurazione dei nuovi scenari delle
democrazie, in barba alle analisi francofortesi incentrate sullo spauracchio
della manipolazione delle coscienze, a quelle debordiane delle coscienze
“falsate”, o dell’ heideggeriana “autonegazione della vita”, o ancora alla
baudrillardiana “sparizione della realtà”; continua, “inseparabile dalle
crociate dell’anima bella intellettuale”, a prosperare grazie all’ astuzia della
propria irragionevolezza. Palesando, tra l’altro, che oggi “la seduzione
riduce l’irragionevolezza, [che l’] artificiale favorisce l’accesso al reale,
[che il] superficiale permette un uso accresciuto della ragione, [che] la
spettacolarità ludica è trampolino verso il giudizio soggettivo”.
Attraverso la pubblicità di moda veniamo
pervasivamente esposti ad una quotidiana proliferazione di volti: un’eccedenza
che alla lunga porterà all’inflazionamento dell’Altro, o ad un suo più maturo
riconoscimento?

Fig 12. La femminilità fatale per Alexander McQueen
Il corpo rivestito.
Il dualismo interiorità esteriorità viene
superato dal concetto di corpo “rivestito”, superando la concezione puramente
“vestimentiara” o “economico-politica” della Moda, riferendoci cioè
all’operazione di make up della propria soggettività. Ai dressing-codes.Così
la Moda
viene designata come semplice modalità di questa
operazione performativa di significazione e risignificazione del corpo, mai
nudo seppure spogliato.
Il vestito rende il corpo significante, come osserva Roland
Barthes: «Il vestito riguarda tutta la persona, tutto
il corpo, tutti i rapporti dell’uomo con il suo corpo, così come i rapporti del
corpo con la società.
La Moda
è soprattutto moda del corpo in una cultura del corpo.
Un corpo, liberato o da liberare,
che plasmi la soggettività obbedendo(e persino la sovversione è l’ accettazione di un potere altro) ad un idealtipus:
di giovinezza, salute, snellezza ecc. o
adeguandolo alla standardizzazione delle misure e alla stilizzazione delle
misure degli abiti nel prêt à porter. Una soggettività comunque sempre più desiderosa di manifestare se stessa,
nell’illusione di una trasparenza, sia pure rarefatta nell’ipervisibilità dei
corpi, e attraverso la quale la dicotomia essere/apparire si profila del tutto
irrilevante, arrivando a definire una pressochè totale coincidenza delle due sostanze. Dall’essere
nei corpi si passa alla rivendicazione del diritto(interdetto dalle culture
istituzionali) di essere dei corpi.
E alla corporeità è affidata l’inedita possibilità di esprimere le proprie, plurali, soggettività. Magari adottando un corpo
cyber, svincolato daIla corporeità biologica e
materiale. Il corpo si riversa all’esterno riconfigurando le geografie
dell’osceno: corpi-moda in plastilina che le soggettività modellano
secondo le ineffabili e inquiete logiche del desiderio. Body-corpse.
Maquillage come pratica di stilizzazione del corpo.
Con la democratizzazione della moda, intesa come lusso di massa,
e che accompagna una ridefinizione di democrazia nel senso di una estensione delle pari opportunità non solo politiche ma
dei consumi quotidiani, la moda
intraprende il percorso diffusivo della comunicazione di moda, palesando il
“nesso irresistibile di comunicazione, cultura e consumo”,
ma anche una sostanziale mancanza di un concetto forte e ben definito di
comunicazione. La comunicazione di moda avviene pertanto attraverso modalità
assolutamente atipiche, senza precisi posizionamenti
del prodotto, a partire da pochi segni minimi ad alta valenza estetica, pensati
quasi unicamente per la stampa, e che danno vita “spesso in maniera
inconsapevole, a delle strategie che cercono di stabilire una relazione
con il consumatore e sono in grado di
stimolare un’efficace identificazione da parte di quest’ultimo”. Una comunicazione essenzialmente
autoreferenziale, che affidando la strategia comunicativa allo stilista (il
quale tende a gestire la comunicazione del prodotto a tutti i livelli) e sacrificando
all’intensità dei ritmi produttivi le possibilità espressive. Non c’è pertanto,
nella comunicazione di moda, specie negli anni Ottanta, articolazione e
proposizione di “promesse coerenti, obiettivi specifici e posizionamenti
distintivi dei relativi prodotti o marchi”
semmai una articolazione di codici specifici(coerenti rispetto al sistema
moda), volti alla definizione di mondi simbolici di marca(stabili rispetto alla
velocità dei cicli della moda).
Negli anni Novanta fattori quali l’accresciuta specializzazione e
frammentazione del comparto della comunicazione, la proliferazione e
l'affermazione di marchi
concorrenti unitamente alla contrazione dei consumi, e di nuovi
canali comunicativi(la rete globale) e nuove logiche competitive (come il
pronto moda o l'affermazione della
distribuzione diretta), creano la necessità di una comunicazione meno
indifferenziata. Ciò avviene essenzialmente attraverso la promozione
di una comunicazione integrata, di sponsorships, di esperienze di
co-marketing, o semplicemente alzando il tiro della creatività(come nel caso
della comunicazione di una originale e androgina ambiguità sessuale in Calvin Klein).
Lavorando per continui aggiustamenti, alla fine degli anni Novanta la moda
tende addririttura alla sparizione, celandosi dietro la poliedricità delle
suggestioni, ponendosi
nel piano astratto ed evocatico suggerito dalle fotografie. E’ ambientazione
rarefatta di un contesto, l’ apparizione
fantasmagorica di volto, l’ineffabilità dei corpi e ancor più dei desideri. La
comunicazione di moda diviene allora comunicazione di immaginario(la Sicily D&G,
l’antifashionism Moschino, l'ironico succesfull living di Diesel), in questo
passaggio da moda come cambiamento a moda come gruppo di stli
in un eterno ritorno dell’effimero.
L’oggetto si fa immagine, e l’immagine oggetto, sia che la si
veda nella apocalittica accezione baudrillardiana, sia in una prospettiva
“integrata” di elogio dionisiaco della virtualità.
Fig 1-6: In alto: Versace. Atmosfera allusivamente s/m in un
contesto borghese glacialmente torrido…In basso un
esempio di antifashionism alla Moscino. In basso a destra: androginie stile CK.
Nella pagini seguenti: esempi di “successful living
dieseliano” e la “Sicily” di Dolce & Gabbana, Campagna 2001.
“Se
esiste una misura dell’erotismo, essa consiste nella sovversione”
Non c’è poi molto di perverso nella perversione ludica ostentata dalla
pubblicità di moda secondo le sue attuali tendenze sadochic.
La devianza è uno scenario inflazionato da una rappresentazione
ironica e raffinata, dove la raffinatezza è data dall’ autorialità
della composizione e dalla purezza formale. Si poterebbe parlare di un irotismo,
un erotismo ironico che si configura come trasposizione ludica di pornografia
ad alta valorizzazione estetica. L’ironia non è però
sempre sufficiente a far passare per giocosa una strategia inflazionata come
quella della trasgressione senza vera trasgressione,
anche se gli scenari ritualizzati e simbolici s/m sono palesemente slegati
dal macchinismo sadomaso.
Dobbiamo assumere come dato preliminare, il carattere evasivo dell’ s/m, le possibilità liberatorie di disporre i corpi
alla passibilità, ovvero ad un
sentire fetish svincolato dai tradizionali sistemi simbolici ai limiti
dell’inflizione di piacere. Ma forse, questa
comunicazione erotizzata ed eccessiva si è esautorata in una allusività
che non trova più curiosità di decodifica di un fruitore annoiato dal fin
troppo visto. L’oscenizzazione del visibile non ha
implicazioni soltanto morali, ma anche estetiche: passi il sesso per vendere
(che venderà sempre, in barba alle apocalittiche profezie dei benpensanti e dei
moralisti ), qui è la creatività ad esser messa sotto accusa. La
riproposizione dell’identico impercettibilmente variato, alla lunga stanca. Il
problema non diventa allora solo intenzionale, ma riguarda gli esiti stessi
della comunicazione. Inoltre, spinge a ripensare a livello sistemico la
comunicazione di moda e le sue professionalità. La moda e la
sua capacità seduttiva: la seduzione dei corpi. Potremmo leggere questa aderenza ai corpi e ai volti, come ad un ancoraggio
ad una umanità troppo umana,
ancestrale, rispetto ad una realtà del virtuale non ancora
completamente realizzata. Seduzione dei
corpi che trova una saturazione visiva nella
pornografia, nella sua incapacità di essere davvero trasgressiva , e che
nella pubblicità di moda ritroviamo nella blanda traduzione di una fascinazione
della merce sempre più volgarmente
allusiva. Se da una parte possiamo assumere con Reeves che la
modella seduttrice vampirizza il prodotto, dall’altro dobbiamo ammettere
una statica omogeneità persino in questa rincorsa all’eccesso. Ovvero l’incapacità di riuscire a fare anche quello. Una normalizzazione dell’eccesso che non allude quasi più a nulla
che a sé. Un’ evidenza esasperata del visibile, che
non riesce nemmeno più a risultare sinceramente oscena, ma solo esteticamente
kitsch. Pornokitsch pituttosto che pornochic. Potremmo definirla una omogenizzazione
verticale. Certo, la pubblicità di moda è costitutivamente debole, se tendiamo
a considerare debolezza questo suo affidarsi alla creatività del fotografo (non
sempre e non solo di moda). Questo ha portato ad una sorta di
omogenizzazione orizzontale: basti guardare alla campagna 2005 della
Guru, che più che dire qualcosa circa la
Guru, ci dice qualcosa, e niente di nuovo,
circa La Chapelle. O
alle numerose campagne della Sisley, che affidandosi alla sapiente mano di
Richardson, hanno comunicato, e assimilato per osmosi, un mondo che non è certo
l’alter ego della Benetton, ma l’autoreferenziale mondo di Richardson.
Ma la Sisley non
riesce a ricreare mondi e modi di essere alla D&G, e neppure a divertire
con l’ironia della Diesel. O meglio: non si allude a niente, si congela l’attimo prima del cortocircuito, e il cortocircuito
semplicemente non avviene. Il problema, è da ribadire,
è soprattutto strutturale, riguarda una comunicazione che non sempre riesce a
far fronte all’accellerazione vorticosa di una moda che deve continuamente
rinnovarsi e rinnovare. Sul piano strettamente formale, le campagne possono
avvalersi degli scatti di fotografi a volte geniali, resta
da domandarsi se questo possa bastare o meno a sostanziare la comunicazione di
moda. Da un punto di vista est-etico, che è quello maggiormente
indagato, sono fermamente convinto che il problema sia in realtà un falso problema:
si può benissimo osare, a patto che lo si faccia bene. Giocare sul fetish, così
come fece Versace all’inizio degli anni Novanta, è un’operazione comunicativa
non solo riuscita, ma est-eticamente valida. Scimmiottare la campagna di
Versace, risulta , oltre che meno credibile,
estremamente noioso e pacchiano. Questo fenomeno è acuito nel
settore profumi e cosmesi, dove il “ritratto” procede per infinitesimali
variazioni dell’identico. Nel settore degli accessori di moda (occhiali,
orologi, gioielli, e in misura minore borse e scarpe), è invece più spesso il
prodotto a fagocitare il fascino delle modelle: con la sua collocazione
in primo piano, con una intenzione provocatoria più velata e comunque più
ambigua, con un ricorso meno ostentato alla nudità. Da notare il più frequente
ricorso all’ headline, che nella pubblicità di
moda, manca quasi completamente.
Fig.
5.8: Terry Richardson per la campagna “black” di Sisley 2002.
La stampa (quotidiani e periodici, ma anche riviste specializzate
se consideriamo che in Italia
le immagini utilizzate per la vendita al trade e al consumatore
finale, piuttosto che fornire
informazioni sul prodotto, utilizzano
una comunicazione di tipo emozionale) è il medium attraverso il quale, più di
ogni altro, la moda , nel tell-out,
comunica se stessa. Tralasciando la comunicazione realizzata attraverso
la gestione dei rapporti con la stampa da parte del sistema moda,
concentriamoci su l'utilizzo della stampa come veicolo pubblicitario. In
particolare la specializzazione rispetto al target e la natura (colore, resa
grafica, ecc.) dei periodici, li rende particolarmente appetibili per la
comunicazione delle griffe, sebbene debbano far fronte alla omologazione
di target e contenuti delle riviste e alla saturazione dei messaggi(campagne e
redazionali) al loro interno. Ai fini del nostro discorso, è utile riprendere l’ analisi di Lucretia Escudero Chauvel e Coline Klapisch su
Marie Claire, sulle diverse edizioni
nazionali della rivista femminile, e che veicolano un diverso “discorso” sulla
femminilità, o un diverso "eterno femminile", per dirlo alla maniera
delle autrici. La ricerca estetica è pervasiva e preganante, al
di là delle specificità nazionali. Così come è
altresì sempre presente una dimensione narrativa, che assume però le proprie
peculiarità nelle diverse edizioni nazionali secondo la prospettiva il cui moda e femminilità si
collocano rispetto al mondo naturale e culturale di riferimento.Limitando il
riferimento al nostro paese, conveniamo con Lucretia Escudero Chauvel e Coline
Klapisch, nel sostenere la moda sia quella di un “Noi, noi siamo”. In Italia infatti, la modella,quasi sempre utilizzata, “rappresenta
il collegamento tra le differenti istanze di enunciazione”
, volta a stabilire una relazione, un contatto, una comunicazione inclusiva e
facilitata, con la lettrice attraverso lo sguardo(sempre rivolto verso il
destinatario), e con l'ambiente che la circonda. La presentazione dell'abito
che indossa è infatti sempre collegata alla
scenografia: "la modella serve in
qualche modo da cinghia di trasmissione tra l’abito indossato e l’ambiente nel
quale viene portato".
Il fotografo ruba con lo scatto una realtà che sta per essere raccontata, e un
soggetto(la modella) agisce in questa realtà. La narrativizzazione messa in
scena, sostengono le studiose, è di tipo anedottico.La narrazione è
sempre ancorata a una realtà condivisa con il lettore
e , pertanto plausibile. La moda è collegata ad elementi primari, è concepita
secondo una evoluzione senza contrasti scioccanti,
e in questo accordo tra intimità ed esteriorità, tra
individuo e sociale, tra natura e cultura, “la modella incarna la nozione
stessa di intermediario”,
rappresenta una interiorità coesiva, un io unico, “antropologico” lo
definiscono le studiose, romantico, dalle molteplici sfaccettature, all’interno
di una ricerca estetica sempre volta all'armonia.
Fig 5.9: Steven Meisel. Copertina
di Vogue Italia
Febbraio 2006
Foto e grafie
Maria Pia Pozzato, in riferimento ad una
proposta operativa per un’analisi semiotica
dei cataloghi di moda,
sostiene una tripartizione dell'immagine di moda su tre livelli:la
presentazione del prodotto, il livello dell’organizzazione narrativa del testo,
infine il livello delle strategie comunicative. Per quello che interessa ai
fini del nostro lavoro, il primo livello attiene al grado di “centratura” sul
prodotto della singola immagine. La marginalità del capo vestimentario rispetto
all'organizzazione discorsiva generale, è una tendenza sempre più diffusa (e
non fosse che per questo, rilevante) nelle campagne: la valorizzazione
indiretta dei prodotti Benetton nelle fotografie, al limite della fotografia di
reportage, realizzate
da Oliviero Toscani, costituiscono un caso eclatante di questa tendenza,
portata alle estreme conseguenze dal fotografo, tanto da non far comparire
affatto il prodotto.
Il secondo livello, ovvero l’organizzazione narrativa del testo,
rende conto della complessità narrativa di un'immagine di
moda. Grado che aumenta all’aumentare
dell’importanza del parametro di simbolia del capo vestimentario o con la
necessità di illustrarne dettagliatamente i contesti
d’uso e che nel "grado zero"
di questa complessità, è un capo non indossato fotografato su sfondo neutro o
assente. Un abito non abitato da un corpo, non riferibile ad
un volto.
“Un abito che rimanda un corpo e di un corpo evocato che si
rappresenta per difetto: a un certo punto di del
proprio processo di autorappresentazione è questa maschera pubblica la sola che
viene ritenuta adeguata ad esprimere un senso che si costruisce in quella
tensione tra visibile e occulto che sempre sottende ogni discorso sulla
maschera, sulla moda e, anche sul corpo in quanto corpo sociale”, sostiene
Grandi.
Se il capo viene invece indossato, alle sue
caratteristiche si affiancano tutte le "infinite determinazioni
semantico-narrative insite nella tipologia dei modelli (sesso, razza, fascia di
età, grado di celebrità, caratteristiche fisiche) e della loro
gestualità."
Secondo le indicazioni della studiosa, la descrizione della
valenza espressiva delle modelle si dovrebbe sostanziare proprio di quelle
considerazioni fisiognomiche(ma anche prossemiche e gestuali) delle quali
questo nostro lavoro rende, in parte, conto. In
riferimento al terzo ed ultimo livello d’analisi, troviamo tutti gli elementi
di un'immagine o di un catalogo di moda che rimandano al rapporto comunicativo
fra il suo enunciatore e il suo enunciatario e al contesto di
enunciazione-produzione nel suo complesso.
Gran parti delle campagne del nostro corpus
testuale sono incentrate su una figura dell’enunciatore del testo: il
fotografo al quale la griffe si rivolge. Ed è il caso
di Richardson per Sisley, Toscani per la Benetton,
o LaChapelle per Diesel, ecc.
In riferimento
all'inquadratura fotografica si può anche fare in modo che le figure dei
modelli istituiscano un rapporto diretto con il lettore mediante lo sguardo in
macchina (ponendo attenzione alla distinzione dei lettori-modello dai
fruitori-modello).
Bisogna porre attenzione, ancora secondo le
indicazione della Pozzato, anche alle particolari scelte
dell’inquadratura per quanto riguarda le procedure di focalizzzazione, e
analizzare l’aspettualizzazione spaziale e temporale, la resa visiva, ecc. Ma
ai fini del nostro lavoro, l’analisi semiotica dei testi è solo una degli
strumenti di analisi utili all’interno di un percorso necessariamente
multidisciplinare.
Se è vero che “tutte le pulsioni, le attenzioni,
le cure e le ritrosie che si sviluppano
attorno al tema del corpo e del suo desiderio
si nutrono […] della contraddizione che
sta a fondamento dell’esistenza, tra libertà e necessità, aspirazione
all’eterno e vanità, felicità e dolore
[e] poiché non esiste mediazione, poiché
sul corpo e la sua corsa verso la fine
i discorsi scivolano come aria oleata,
e il desiderio è molle e gassoso quanto
più è forte e ineffabile, si tratta di
trovare delle metafore, delle scorciatoie
che si avviluppano al corpo senza sovrapporsi
ad esso, al fine di dare consistenza e
comunicabilità alle sue snodature fatte
di angoscia, amore, dolore, desiderio,
ebbrezza”, per affrontare e sfidare queste
metafore “in un crescendo di intimità
e forse anche di increscioscità con la
materia del corpo: il corpo e la sua vestizione,
la cosmesi che ne altera le apparenze,
la sua superficie curata e incrostata
di menzogna, la connessione del corpo
agli apparati tecnologici che ne amplificano
ed esaltano la propriocettività, il corpo
che disegna geografie desideranti attraverso
l’occhio e nell’occhio riproduce la sua
oscena innocenza,le parti del corpo trascurate
da un’indole funzionalista che ha segnato
la sua teoria, i muchi, le salive, i residui
del corpo e i suoi lividicome reazioni
all’offensività della vita che usa il
corpo per soddisfare se stessa”. Bisogna
adottare cioè
“un’erotica dello sguardo (un’Eroptica)
in grado di far implodere ogni visione
acquisita e sistematica del desiderio”,
che indaghi il Desiderio stesso.
Fig. 5.10: Campagna Diesel
primavera estate 1996 curata da LaChapelle. “Guide to being a man”.
Nel postmoderno l’immagine anonima e seducente della
fashion model è replicata e diffusa pervasivamente nei territori della
metropoli comunicazionale. Proprio il ruolo delle fashion
model può essere considerato uno dei dispositivi per la comprensione della
condizione postmoderna. Una
(più che ovvia ma comunque necessaria) distinzione priliminare è
tra le modelle e le topmodel(termine al quale sarebbe preferibile
l’anglosassone“supermodel”, ma che eviteremo in questo lavoro per conformità
alla terminologia nostrana ): quest’ultime (tra le quali annoverare Kate Moss,
Linda Evangelista, Cindy Crawford, Christie Brinkley, Naomi Campbell, Claudia
Schiffer, ecc) sono le uniche a godere della riconoscibilità da parte del
pubblico, le altre, invece, scendono mute nel gorgo dell’obsolescenza,
immediatamente sostituite da una miriade di “new faces”, ben felici di
rimpiazzarle. Riprendiamo da Jameson alcuni concetti elaborati in Postmodernism
and Consumer Society: quello di “pastiche”,di
“death of the subject” e di “schizophrenia”. “Pastiche” si riferisce all’ appropriazione di stili del passato come una delle
caratteristiche salienti della condizione postmoderna, così come "the
death of individuality and unique vision” del quale le fashion model sarebbero
un esempio. La modella è “without individuality”: non c’è
sostanza nella verità(il vero volto) che propone: la modella è
un’attrice che recita il ruolo della Moda che indossa(ruolo attraverso il quale
la topmodel riesce a springionare una propria particolare individualità).
Starebbe proprio qui uno dei
paradossi della pubblicità di moda: mentre il consumatore per una
sorta di antropofagia, sarebbe stimolato all’acquisto del prodotto(anche
se il passaggio non è poi mai così ingenuamente diretto o semplicisticamente
lineare) per incorporare l’individualità
apparentemente unica rappresentata dalla modella, in realtà proprio
questa fraintesa selfexpression altro non è che una costruzione
fittizia(da facticio, costruito). La schizofrenia, intesa come perdita di significato e
senso di coerenza, è legata al vissuto del postmoderno come esperienza di una
soggettività “condemned to live a perpetual present with which the various
moments of his or her past have little connection and for which there is no
conceivable future on the horizon […] schizophrenic experience is an experience
of isolated, disconnected, discontinuous material signifiers which fail to link
up into a coherent sequence. The schizophrenic thus does not know personal
identity in our sense, since our feeling of identity depends on our sense of
the persistence of the `I' and the `me' over time”.
La rappresentazione della modella, come della topmodel, nella
pubblicità di moda è intimamente
legata all’esperienza schizofrenica: mentre la modella è eternamente giovane,
vive fuori dal tempo lineare, rimpiazzata
ciclicamente da modelle sempregiovani, la topmodel vive una presenza
discontinua, potendo apparire simultaneamente su territori diversi del
panorama mediatico. Al di là delle differenze tra
modella e modella, tra modella e topmodel, e tra top model e top model, la loro
rappresentazione (nel tempo e nello spazio) è intimamente legata all’esperienza
schizofrenica. Proprio a causa di questo "lack of reality", la
modella è un feticcio
vincolato ad una rappresentazione schizofrenica e prevalentemente visuale:una esistenza come “signifier that has lost its signified
has thereby been transformed into an image”.La
stessa Naomi Campbell spiega: “Part of the problem is that people only take
models at face value. In
a way, what we do is like acting, except that we don't speak. Because we don't
speak, we don't have anything to say. What we try to do is project all our
emotion and personality through our faces, but that can be misconstrued. ...
When you have a very visual job, your appearance is taken to be the most
important thing about you. There is no
defence”.
L’interdizione della voce porterebbe pertanto ad una espressione
semanticamente “sovraccarica” a livello visuale, e allo stesso tempo alla
riduzione a stereotipo del soggetto rappresentato. Un processo nel quale “men look at women. Women watch
themselves being looked at. This determines not only most relations between men
and women but also the relation of women to themselves. The surveyor of woman
in herself is male: the surveyed female. Thus
she turns herself into an object and most particularly an object of vision: a
sight”.Questo
segno viene sovente rappresentato, e quindi
visualizzato, secondo una logica del frammento, quasi a proporre una visione
sineddodica della femminilità, nella quale la bellezza , non più concepita come
unità, viene a identificarsi con un lavoro topico di addizione, accumulo,
somma, cui sottoporre ogni singola parte del corpo,
la cui mancanza compromette il valore estetico dell’insieme. Tuttavia non bisogna dimenticare che la funzione della
modella è rendere più desiderabile un prodotto, prestando la propria
immagine. Và da sé che questa debba essere
esteticamente conforme ai desideri del target di riferimento e che le modelle,
seguendo il percorso tracciato da Berger, abbiano la funzione “ [to display the reader's] self which [s]he
might be”.Un self
che è enviable proprio in quanto glamourous self: “The happiness
of being envied is glamour. Being envied is a solitary form of reassurance. It depends precisely upon
not sharing your experience with those who envy you. You are observed with
interest but you do not observe with interest. If you do, you will become less
enviable. ... It is this which explains the absent, unfocused look of so many
glamour images. They look out over the looks of envy which sustain them”. L’ enviable glamour
viene a costituirsi attraverso la bellezza e l’imposizione di una distance.
La modella diventa “enviable” perchè la sua bellezza appare
effortless. Le modelle incarnano un (auto-) costrittivo mito della
bellezza,
un ideale estetico standardizzante e contraddittorio
che spesso tende a proporre
l’ ideal typus di corpo-feticcio iper-sessualizzato al quale conformarsi
per assumere diritto di cittadinanza nell’olimpo della desiderabilità. A questo
si aggiunga che il riciclo continuo di modelle è del tutto coerente con
l’obsolescenza programmata dal sistema stesso.
Dalla
diva alla Plot model
Laura Mulvey , partendo dall’assunto
della fondazione del cinema hollywoodiano
sul piacere dello sguardo, individua le componenti costitutive di questo
piacere. Ai fini del nostro lavoro è interessante riprendere, astraendole, due
delle tre componenti individuate dalla Mulvey. In
primis la componente scopofila, ossia il “piacere di usare un’altra persona come
oggetto di stimolazione sessuale attraverso la vista”,
e la componente narcisistica, basata sul processo di identificazione tramite
fascinazione del fruitore. Lo sguardo, secondo la studiosa, viene a dispiegarsi
nell’ordine attivo/maschile e passivo/femminile. Il femminile tende però a
coincidere con l’oggetto “erotico” di uno sguardo desiderante maschile. Questo
fallocentrismo scopico riduce quindi l’oggetto del guardare a feticcio da
adorare e/o castrare: una scopofilia feticistica che sarebbe alla base del
culto delle star. Esasperando le considerazioni della Mulvey, potremmo assumere
come naturalizzate, al pari delle tecniche del corpo, le tecniche
dello sguardo sottese al voyeurismo. E assumere quindi come naturale la disposizione femminile a
mostrarsi come soggetto oggettuale dello sguardo. E’ altresì doveroso
constatare come questa oggettualità sia mutata
seguendo lo spirito dei tempi, diffratta in una pluralità concomitante di
sguardi, sino a porsi come soggetto stesso del farsi guardare,
acquisendo sempre maggiore padronanza e consapevolezza a questa riflessività.
Invadiamo ancora altri territori audiovisivi:la
perversa lolita di Like a Virgin, che ha usato le tattiche della
seduzione femminile erigendole a una vera e propria strategia della
trasgressione, facendo propri e sfruttando gli stereotipi degradanti della
femminilità, ha promosso una vera e
propria rigenderizzazione dello sguardo. Orde di material girl sono seguite negli
anni a venire. E mentre la vergine diventava
Fig. 11: Madonna
fotografata da Mario Testino per Versace, campagna
primavera estate 2005.
dominatrix
assistevamo allo Spice invaders che , riproponendo l’usitato ruolo della donna
(finto)oggetto in chiave camp-virago, avrebbe imposto non solo lo
strapotere del girl factor nel costume, come effetto volano, ma soprattuto l’acquisizione di
consapevolezza di un cambiamento di (dis-)gusto del pubblico. Il successo delle
Spice girls è da ascrivere infatti alla loro capacità
di essere come il pubblico che ne ha decretato il sucesso. Il loro
essere role models per fun altrettanto insignificanti. Al contempo la star
è declassata a top,
il divo ha smesso di funzionare come testimonial, e la top model diventa plot model di una miriade di plots scritti
dai corpi desideranti del pubblico. “Una volta era il cinema che costruiva la grande attrice per sedurre ogni pubblico, per entrare nei
sogni più segreti di uomini e donne.Il suo volto-un visus che
si dilata nell’intero schermo-emereva prepotente ma delicato dai primi piani
del cinema, vere e proprie ovazioni alla bellezza irragiungibile.Il
primo piano, parsimonioso e irresistibile, esplodeva nello schermo planetario
il segreto misterioso e utopico della bellezza.Poi è iniziato il declino della
forma-star legata ai modelli tradizionali dell’industria culturale.In parallelo
a questo declino, fino alla sua dissoluzione finale […] si è andata formando la
top model”. Le divinità elaborate
dal dispositivo mitologico della cultura di massa ,
non solo perdono, secondo l’indicazione benjaminiana,
l’aura dell’attore in quanto individualità, ma arrivano anche a sacrificare la
costruzione compensatoria del culto divistico, non riuscendo più a “mobiltare
ed alimentare processi di proiezione e identificazione immaginaria”
di un pubblico più disposto ad investire simbolicamente su corpi-segni più
accessibili. Non più, o non più soltanto, oggetti di valutazione espressiva ed
emotiva per ciò che sono, divengono anche oggetto di valutazione razionale per
ciò che fanno e soprattutto per il senso di
prossimità che sanno rappresentare in un pubblico(disincantato) composto di
attori sociali desiderosi di affermare la propria individualità in un
protagonismo di massa che erge la sfera del quotidiano a spettacolo (e che trova
nel reality uno dei luoghi di massima condensazione). Così i divi
“cessano di essere considerati modelli di comportamento da imitare, e vengono impiegati come protesi simboliche per la costruzione
di una vita autentica ed autodiretta, riflesso di una condizione sociale
narcisistica caratterizzats dalla decadenza della sfera pubblica, dalla
disaffezione per la politica e dal ripiegamento degli individui nel privato”.
In questo scenario assistiamo a una crescita
esponenziale di celebrità pret a porter, e ad una riduzione altrettanto
sostanziale dell’investimento emotivo da parte del pubblico. “La star sta nel
cielo, è divina , è utopica, rinvia ad un desiderio o
a una politica irrudicibile. E invisibile:nel senso
che è fatta di pellicola stellare. La top sta in cima
[…] è tutta terrestre, sta nel qui-e-ora.E’ materiale:è
fatta di stoffa e di carne, di plastiche
in pelle.E’ iper-visibile.La sua apparenza sta dappertutto”.
Il modello seduttivo femminile scende così dalla verticalità
inaccessibile dell’iperuranio, ad una cima ragiungibile(proprio in virtù di una
cultura del corpo, che lavora su un corpo eXterminato,
perennemente in nuce, su un corpo panoramatico sul quale inscrivere i segni del
miscenaçao
). E’ dalla cima che quel corpo materico (con un proprio carattere, un proprio spessore, una propria storia), non più solo
forma, emana il proprio fluido seduttivo, ibrido, sessuato. Corpi penetrati dal
quotidiano, corpi che di questa quotidianità(esperibile,
esprimibile) ne portano inscritti i segni.
Corpi-persona che la
Calefato definisce popmodel,
corpi-contenitori di quotidianità e alterità , “figura
che in ogni luogo del vivere contemporaneo riesca a dar senso ad un gesto, a
un’acconciatura, a un indumento”.
Una soggettività in between..
Torniamo alla metafora dello specchio. La costruzione
dell’identità soggettiva riesce a interiorizzare
l’Altro senza considerarlo una mera estensione del sé?
Il nostro sguardo riesce ad alterarsi o semplicemente
fruisce voyeuristicamente dei volti occorrenti cercando di confermare la
propria verità? O meno prosaicamente: ognuno
naufraga nella propria isola? Occorre perdersi nel proprio sguardo per vedere
oltre: per vedere altro e l’Altro. Occorre, seguendo
l’impostazione canevacciana, guardarsi guardare, riscrivendo le
geografie del desiderio, adottando un’ Eroptica nella
metodologia d’analisi.
Attivando l’occhio pineale batailleano,
così da rovesciare l’asse della visione, ed accecare il nostro sguardo
erotizzato.
“Sogettivamente
esistiamo proprio dietro ai nostri occhi, che sono un
velo trasparente sul mondo. Per mezzo dello sguardo controlliamo l’esterno, e
allo stesso tempo siamo esposti ad esso”
Play4 Foto. Graphie. Scrivere con la luce: sedurre, circuire l’oggetto. Ambirlo.
Scrivere come un “segnare, significare, distribuire la luce sulla realtà in
modo che colpisca con intensità differenziata il
marmorizzato dato del quotidiano, chiamarlo in vita nel chiaroscuro”.
8Riflessioni
e rifrazioni di scritture desideranti in un’iridiscente passerella di
specchi: nessuna grafologia è possibile. Nessuna fisiognomica
ancora (ammesso mai lo sia stata) davvero credibile. Solo
fughe anatomiche di luce, contaminazioni inquiete e instabili di volti e dress-codes,
voltificazioni di moda e di corpi di moda. Volti di illuminata fatticità. Volti sconvolti?
Niente affatto: siamo sempre più alfabetizzati ai linguaggi dell’ibridazione. E anzi: se moda e pubblicità sono i termometri caldi del
mutamento, il mercurio sta tutto nei volti che indossano le fisionomie
dell’alterità. E ancora: se il vestire espone il corpo
alle infinite possibilità della metamorfosi;
vestire un volto è l’alta sartoria dell’alterazione. Le identità mediatiche,
linguistiche, etniche, culturali e sessuali, non sono più date una volta per tutte.
E un certo panorama fotopubblicitario si fa esposimetro
di queste inedite graphie di luce. Ma soltanto la
giusta combinazione di tempi e diaframmi del nostro sentire, innesca il desiderio…
Foto. Graphie.
“Un’immagine è un’emozione, sempre. Non può essere
nient’altro, solo se emozione è un’immagine, altrimenti è una brutta
rappresentazione di qualcosa”
INDIETRO9 Foto. Graphie.
Scritture ready made di una realtà che si fa opera: rappresentazioni fotopubblicitarie
della realtà. Di una
realtà la cui percezione è aprioristicamente filtrata dalla rappresentazione.
Non ha, ad avviso di chi scrive, senso porre la questione del realismo nella
rappresentazione, quando questo stesso realismo è già
filtrato dallo sguardo: dell’operator, dello spectator, dello spectrum. Ci riferiamo
alla nota distinzione barthesiana tra le sfere del fare, del subire, del
guardare. Lo scatto presuppone sempre uno sguardo: una visione fotografica.
Che non è soltanto quella dell’operator, del fotografo.
Persino nel fotoritratto, davanti all’obiettivo “io sono contemporaneamente
quello che io credo di essere, quello che vorrei si
creda io sia, quello che il fotografo crede io sia e , quello di cui egli si
serve per far mostra della sua arte”.
Uno sguardo complesso, dunque, persino al livello della passività attiva
dello spectrum. Una complessità che si problematizza ulteriormente
nell’esperienza della fruizione. Cioè
al livello dello sguardo dello spectator. Una visione che in
un’ottica baudrillardiana potrebbe essere considerata pura persuasione
interiorizzata, messa in mostra di un
mostrare.
La pervasività del linguaggio pubblicitario ,
nella contemporaneità, permea allora non
solo lo sguardo sulla realtà (senza dover necessariamente riferirci a dei
simulacri) ma anche temi, forme e tecniche del fotografare
(e ancor prima del guardare). Questo
vuol dire anche non riferirsi alla mera efficacia di un testo
foto-pubblicitario nel rendere sogno l’obiettività del suo sguardo. Anche perché, l’alfabetizzazione al fotolinguaggio ci ha
reso oggi meno ingenui rispetto alla verità delle sue rappresentazioni. O meglio: crediamo oggi nella verità di una fotografia
quanto crediamo veri gli effetti speciali al cinema. E non c’è assolutamente
bisogno di riferirci all’eccesso fanta-barocco del trattamento digitale, ad
esempio di un LaChapelle, quando basterebbe citare Helmut Newton che per i suoi
scatti utilizzava
una semplice Canon 35mm e un classicissimo 6x6.
Siamo altresì lontani dai tempi in cui la fotografia aveva una funzione
puramente descrittiva dei capi di moda all’interno delle
riviste, mentre le copertine illustrate inerivano ad una funzione onirica-immaginativa.
Lontani anche dalle prime copertine di Irving Penn e ,
andando ancora più a ritroso nel tempo, dalle Cartes de visite borghesi,
che molto ci suggeriscono circa la pubblicitarietà intrinseca allo
sguardo fotografico.
Ed è curioso
notare che proprio quei fotoritratti dal formato di un biglietto da visita,
ovvero dei volti in miniatura, possono essere considerati i precursori
(non troppo remoti diacronicamente parlando) della fotografia pubblicitaria
moderna e ancora, della fotografia nella pubblicità di moda.
Da qualunque ottica si voglia
guardare quella tecnica dello sguardo che è la fotografia, il suo apporto è
stato decisivo allo sviluppo della pubblicità moderna.
Restano da indagare le implicazioni
comportate dalle peculiarità della pubblicità di moda rispetto alla pubblicità
classica, in riferimento alla tematica del volto.
Vedremo, nei prossimi paragrafi, come proprio il volto venga a profilarsi come
elemento fondante di questa specificità e medium di comunicazione tra
prodotto-moda e consumatore.
Il volto è il prodotto comunicato almeno quanto il consumatore è
moda (e la moda consumo).
Breve storia del visus fotopubblicitario
Una storia del visus fotopubblicitario è come una storia delle suggestioni
pubblicitarie: impossibile. Ovvero: produce ed è
prodotto da uno sguardo disseminato. Così com’è disseminato nelle sue scritture.
Per questo è sotteso al nostro lavoro, si fa spazio tra le righe della pagina
come una radice nella terra, e infine emerge. Affiora, nella sua effervescente
parzialità(e non sequenzialità), tra pause, accellerazioni, ritorni.
Suggestioni, appunto.
In questo breve paragrafo, allora, nessuna storia del visus. Ma piuttosto: la storia nel visus. Nella diffrazione di
queste narrazioni (nella pubblicità di moda, come in questo nostro lavoro, tra
i vari capitoli e i vari paragrafi), una breve
storia(un esercizio di stile alla Quenau)
del visus fotopubblicitario di moda. Concentriamoci dunque sul corpo della
modella. Mod-elle.
Il passaggio dalla mannequin alla topmodel
segna anche il sorpasso storico del corpo sulla moda. Il corpo della modella eccede l’abito, spesso lo fagocita. Tale eccedenza si
stabilizza intorno agli anni Ottanta: ed è tramite tale
eccedenza che l’abito(la moda) trae significato. Il corpo di moda prevale sulla
sua scrittura(la moda): una versione individualizzata
del corpo, fotografato in “situazione”. Un corpo-evento: una narrazione. E proprio “in quanto evento, il corpo della topmodel
accoglie dentro di sé il tempo, e di conseguenza non si limita più a mostrare,
prendere e raccontare”
La plotmodel è tanto più al top,
quanto più il suo racconto tocca (aderisce, svilppa, stimola) l’immaginario
dell’osservatore. Così ogni immagine fotopubblicitaria contiene in sé (più o
meno esplicitamente, più o meno implicitamente)un racconto. Il volto della
modella costituisce l’evidenza di un racconto nel corpo-di-carta
della fotografia di moda.
Così il corpo-immagine degli Ottanta-Novanta è intriso dalla sensibilità ibrida e
densa del medium fotopubblicitario: capace di concentrare, cioè, “lo stile di
una possibile vita nel lampo di un’immagine”...o
di un servizio di moda. Come Kate Moss assurta a
icona(heroin chic, look waif) attraverso “la famosa serie fotografica Under
Exposure, che alla modella britannica dedicò nel 1993 Corinne Day, sulle
pagine di Vogue”.
Il viewer legge il proprio volto sul volto
della plotmodel: il suo sguardo è specchiante. Di riflesso: il
prodotto…Gli anni Ottanta sono invece gli anni della penetrazione degli umori
dell’eccesso dei corpi-di-moda nella quotidianità; corpi sempre più
finzionalizzati: anzi proprio il gap tra il corpo del viewer e quello della
plotmodel, è “coperto” dallo scambio finzionale tra quotidianità e moda(e i reciproci
racconti). Il corpo non si da più come corpo che si
vuole vestito: ma come corpo-vestito: l’abito(la moda) è introiettato. Come a
dire: non si pone la questione dell’indossabilità della Moda, quanto della
corporeità(carnalità) dell’abito.
Volti nella pubblicità di moda
Il volto, alle origini della diffusione massiva
della moda, si consegnava alla moda come
superficie acefala e neutra. Volti di manichini della moda
che si sono andati via via animando, sino a neutralizzare il carattere
totalizzante dell’alta definizione della moda. Ieri come top,
oggi come plot.
I volti nella pubblicità di moda non si caratterizzano tout
court nella loro valenza estetica , sino a
fagocitare il prodotto-moda, ma raccontano (ed è un “riflesso”, un
racconto-di-citazioni) questo prodotto attraverso l’enigma nudo che il
volto parzialmente disvela nei suoi racconti.
Volti-plot , dunque, e che,
azzardando una similitudine con l’erotismo orale, voltificano i corpi
nella moda.
Corpi resi volto e racconto, emboided plot. Ma anche: enfaced-body-corpse.
Tra moda e modella viene allora ad instaurarsi sì un incontro
dialogico fondamentale (non certo una equivalenza)
nell’immagine fotopubblicitaria, ma che solo nella rifrazione con lo sguardo
del consumatore, innesca il desiderio.
Gli anni Ottanta idolatravano volti muti, comunque distanti anni luce dai volti gloriosi e ventriloqui
delle star, volti muti sui quali il desiderio scavava la profonda
superficie dell’effimero e dell’edonismo.
Nell’arco di un ventennio le pratiche discorsive del desiderio
incarnato nei corpi fotopubblicitari
sono implose in se stesse: non soltanto a causa una dilagante apatia dovuta
all’inflazionarsi della seduttività e della seduzione come strategia
pubblicitaria, ma anche (e direi soprattutto) per la concomitanza di due
fattori. Da una parte un prosumerismo sempre più diffuso nella
sensibilità del sentire contemporaneo, che rende ineludibilmente più spessa la pelle
del consumatore e quindi più problematico
l’assorbimento degli umori della moda per sola osmosi.
Dall’altra, l’emergere di culture eXtreme
che dalla marginalità nella quale erano stati relegati sino ad allora, si sono
via via infiltrati nella porosità del sentire contemporaneo. Ora la Moda
deve fare i conti con queste nuove sensibilità liquide, più smaliziate e
competenti rispetto al passato (anche nella contraddizione irrisolta di una omologazione parcellizzata e diffratta). La moda è moda
di essere, (non-)forma della cultura contemporanea: “specchio
di una realtà all’interno della quale l’unitarietà del reale, così come
rappresentata dalla modernità, si smaterializza nelle molteplicità delle singole
unità che la compongono”.
:
La maschera di Marquardt è un dispositivo, ideato da un chirurgo plastico di Los
Angeles, il dott. Stephen Marquardt, ottenuto sovrapponendo centinaia di foto
di bellezze “oggettive”(o tali ritenute) e risalendo a quei comuni denominatori
che vanno a costituire le tracce esenziali e le proporzioni della maschera
(secondo i canoni estetici del secolo che ci siamo lasciati alle spalle). La
maschera di Marquardt è sovrapponibile a qualunque foto, e in base alla sua
relativa corrispondenza con le fisionomie dei soggetti è possibile determinare l’aderenza
agli attuali standard estetici. Tale maschera è agli antipodi della tesi qui
esposta, ma ne è in qualche modo anche una sua ulterore conferma: la bellezza del nostro
tempo si è diffratta e moltiplicata.
Il ritratto di Dorian Gray è poroso: ha assorbito gli umori delle
avanguardie storiche.
E’ una macchia di Rorschach
la bellezza fotopubblicitaria dei giorni nostri e nessuna maschera riesce a ridurla ad una, sia
pur democratica, eugenetica del bello secondo i dettami di una estetica
filochirurgica della fisiognomica.
Secondo la maschera di Marquardt, Cindy Crowford avrebbe un volto troppo
tondo e Marilyn Monroe naso e bocca fuori posto. Tutto
ciò però non sovverte la poetica delle serigrafie warohliane e neppure
l’autocompiacimento narcisistico anniottantesco. Tale maschera proclamerebbe
piuttosto una visione monolitica della bellezza che non aggiunge nulla di
assolutamente nuovo rispetto alla ricerca di canoni estetici “pseudo-oggettivi”
sottesa ad ogni arte di ogni epoca e di ogni società,
da che l’uomo è sulla terra. L’unico stralcio di novità risiederebbe pertanto
nel mero passaggio dal pennello al bisturi, ma ammortizzato l’entusiasmo
positivistico nella chirurgia estetica, l’impatto sull’immaginario sembra
essere sensibilmente inferiore rispetto a quello che si era
immaginato dover essere rispetto anche solo ad un decennio fa. La
bellezza è instabile, la soggettività liquida, il desiderio inquieto. Nessun
teorema è oggi dimostrabile. Nessuna equivalenza aprioristicamente valida.
L’erotismo della complessità ha svilito la fede in ogni vera o
presunta fisiognomica del bello. Oggi la soggettività non è più un’etichetta
griffata all’interno di un capo di moda: oggi la griffe
è visibilissima, ma assolutamente meno ostentata della soggettività che la
veste.

Fig. 1-3 In alto a sinistra: La
maschera di Marquardt. In alto a destra:Ernest Mayer
e Louis Pierson, “La Contessa di
Castiglione”,1864 .In basso: Fig 6.1 Irving
Penn, Black and White Vogue Cover, New York (Jean Patchett) 1950.

Fig. 4-6:
Figura in alto a sinistra: Modella “bratzizzata” per la campagna 2004 di Steve
Madden. In alto a
destra: Orlan, "Parodie make-up au miroir nr.21".In basso: Eve
Valoise, al secolo Lolo Ferrari.
AVANTI VELOCE: Plastic dream: Eve Valoise. Diva del softcore francese: una ventina
di interventi chirurgici. Un record da guinnes dei
primati: dieci chili di seno.
Ma quello che interessa, ai fini del nostro lavoro, è il suo volto:
completamente manipolato dalla cosmesi chirurgica. Due interventi agli zigomi,
cinque al naso, tre
agli occhi, tre alla bocca. Il suo corpo necessita
quotidianamente di manutenzione.
La sua ossessione identitaria
rende il volto faccia. Anzi: inter-faccia. Interfaccia
di “tensioni, ossessioni, lacerazioni”
identitarie.
Eve Valoise(al secolo, Lolo Ferrari) rappresenta la soglia prima
della quale il corpo è un corpo segnato. Un corpo
significante. Ma rappresenta anche la soglia oltre la
quale il corpo è disegnato (da un’eugenetica del bello, da un’estetica
chirurgica della femminilità).
Un corpo-caricatura che non ha nulla a che vedere con il self
fashionig di Barbie, quanto piuttosto con il dismorfismo glam-blasè
delle Bratz.
Eve Valoise: Wannabe Barbie. Ma
non basta essere di plastica per essere Barbie.
INDIETRO VELOCE9 Chicago anni Trenta.
Un certo dr Miller pratica interventi di “chirurgia
cosmetica”. E a lui che si rivolgono le signore per
correggere le forme delle labbra, eliminare le borse sotto gli occhi, creare le
fossette sulle guance.
Si sperimentano “paraffina, fili di seta, particelle di celluloide e altri
materiali come filler per spianare le rughe d’espressione”.
Sono gli anni in cui si impone la moda
del “viso da bambola”:
occhi grandi e sgranati, ingranditi da ciglia finte e sopracciglia depilate e
ridisegnate ad arco sottile, la “boccuccia rossa a cuore” e boccoli d’oro.
Ben presto la
Bambola diventerà Maggiorata
e Oca Mercenaria stile Marylin Monroe, esasperando il New Look
parigino firmato Dior, e la sua versione nazional popolare, Sweater girl.
Volti della pubblicità di moda
Investire nell’immaginario per la Moda ha sinora significato
accentrare la creatività sullo stilista e rischiare di risultare autoreferenziale,
poco comunicativa e altrettanto poco efficace.
Tralasciando quella statica , quanto diffusa, omologata omogeneità delle campagne di
moda, e che annichilisce persino l’ipse-dixit delle grandi firme, come dei
fotografi di moda , possiamo affermare che oggi sono proprio gli immaginari
legati all’identità di marca a comunicare la moda come mondi e modi di essere.
E l’identità di marca è essenzialmente
l’identità dello stilista (o dello stilista per la griffe…pensiamo
ad esempio a Galliano per Dior).
La pubblicità di moda viene a
configurarsi come la risultante dell’incontro di due essenze creative:
quella dello stilista e quella del fotografo (necessariamente in sintonia con
lo stilista).
La pubblicità di moda è differente dalla
pubblicità classica anche per la mancanza di strategie
comunicative atte a differenziare prodotti apparentemente simili e a sedurre il
consumatore.
Nella moda è il consumatore a inseguire la
Moda, e quest’ultima a cercare di capire
come farsi inseguire dal consumatore per i prossimi sei mesi.
Ciò avviene essenzialmente delegando in toto la
comunicazione alla componente iconica, ovvero alla fotografia, ergo al
fotografo di moda e non troppo indirettamente allo stilista.
Concentrarsi sulla comunicazione della Moda
significa però doversi preliminarmente riferire all’evento spettacolare della
sfilata e ai percorsi mediali delle collezioni.
Ma non è di questo che intendiamo
parlare: piuttosto, quello
che interessa, ai fini del nostro discorso,
è sottolineare la specificità della pubblicità di moda, e in particolare
il suo essere sostanzialmente costruita sul visual, nonchè la frequente
corrispondenza tout court del visual con il volto della modella, specie
in particolari settori, come quello dei profumi, della cosmesi e degli
accessori di moda.
Ciò avviene in quanto la pubblicità di moda vuole spesso
comunicare semplicemente uno stato d’animo, un’ emozione, e il volto è il
dispositivo d’eccellenza di comunicazione dell’espressione umana delle
emozioni. E l’espressione umana, come già assunto altrove, si fa
sempre più glocal e quindi sempre più comunicativa a livello
planetario. Il volto umano è come il nome del brand di Renzo Rosso, Diesel: si
pronuncia più o meno nello stesso modo ovunque. Non sorprenda allora la
pervasività dei volti (e di ambientazioni cornice in
corrispondenza di questi volti) nella pubblicità di moda, così come la
voltificazione dei panorami delle metropoli comunicazionali.
INDIETRO
VELOCE 9 Le prime foto di
moda femminile
risalgono al 1856.
In una delle rare serie di stampe degli albori della
fotografia di moda (perlopiù parigina) giunte fino a noi, ed esposta al
Metropolitan di New York, compare la “modella” e nobildonna toscana Contessa di
Castiglione, che posò per lo studio Mayer e Pierson. Questi scatti
d’altri tempi ci restituiscono uno sguardo sulla bellezza incomparibilmente
diverso dagli sguardi disincantati del presente. Ogni
scatto presuppone, più o meno implicitamente, determinati criteri di carattere
culturale e ideologico,
un particolare “sguardo
sul mondo” e sulla bellezza. Il
dispiegarsi di questi sguardi costituisce la storia della fotografia di moda. Ma la fotografia di moda ha una storia
controversa, in quanto se da un lato “it has fought
for recognition as a legitimate form of photography with its own aesthetic
conventions”, dall’altro “it has been based on projecting images of femminity
in terms of desire”.
Jennifer
Craik, in accordo all’analisi di Evans e Thornton, arriva a sostenere che proprio “by
creating fantasies, fashion photographs stand for “desire itself”.
La fotografia e la moda, “have been accomplices in the renewal of their
objects”, l’una variando le tecniche, l’altra “by restructuring of the image of
woman by which an age seeks to discover its own identity”.
E’ possibile assumere la storia della fotografia di moda, come la
storia dello sguardo sul desiderio, e sull’acquisizione di questo desiderio.
Erotizziamo ancora una volta concetti noti, in
questo caso alcuni concetti della Sontag.
Relativamente alle
differenti forme acquisizione nelle quali la fotografia si presenta possiamo
riferirci a tre forme di acquisizione desiderante: come possesso
virtuale dei corpi-immagine, come consumo ancora viruale di eventi, e in ultimo
come conoscenza avulsa dall’esperienza. Attraverso queste forme di acquisizione desiderante si è riplasmata la
materia iridiscente del desiderio, e riconcettualizzata (e al contempo
atomizzata, nominalizzata)la femminilità. I volti femminili nella pubblicità di
moda fisionomizzano uno sguardo, anche quando disincantato e sfuggente,
comunque consustanziale al desiderio
(apparentemente analogico ed è questa il grande bluff della fotografia:
questo suo dissimulare la connotazione,
questo suo rendere opoca l’evidenza della connotazione attestando piuttosto una
pretesa di oggettività, e sottacendo la “messa in codice” dell’analogia col
reale) dei corpi di e della Moda. La femminilità enviable dei
volti della pubblicità di moda è una femminilità connotata, e ci riferiamo qui
ai procedimenti connotativi nella fotografia individuati
da Barthes, dal trucco
(interveniante già sul piano della denotazione), dalla posa (che che
conferisce una serie di atteggiamenti connotativi e stereotipati al soggetto
fotografato), dagli oggetti (mai davvero “innocenti” e neutri sul piano
della connotazione), dalla fotogenia (la connotazione dell’immagine
nella tenica fotografica), dall’estetismo, dalla sintassi, dal testo.
Ebbene, la bellezza dello spectrum (ovvero il soggetto della foto) non è
pura analogia col reale, anzi la
Moda impone proprio una distance incolmabile
dal reale: la fotografia di moda è il maquillage della realtà non meno
evidente(ma di una evidenza spesso dissimulata) di
quello dei volti (a maggior ragione ben riuscito quando completamente
dissimulato da un’apparenza di naturalità acqua e sapone).
Essere come
i corpi della moda significherebbe allora farsi operator della realtà del
proprio corpo e che questa realtà sia al contempo
diffusamente punctum, in una sorta di
moltiplicazione esponenziale delle zone erogene dello sguardo. E però. La fotografia di moda attesta che quella bellezza
ideale non è idea, bensì esiste (seppure esiti a manifestarsi nella realtà del
quotidiano). O almeno: quella bellezza è stata colta dallo scatto, era lì
e quindi reale, seppure non nell’ hic et
nunc della fruizione dell’immagine da parte dello spettatore, nella
sospensione della posa ma anche nella sua evidenza (così come ogni volto che mi
interpella è qui inequivocabilmente
davanti a me ma sempre non qui, non ora: altrove…ma dove?
L’enigma del volto…). La
Moda si impone allo
scatto, vuole essere fotografata. Ma la realtà non è
suscettibile di trattamento in postproduzione.
◄◄ Poell. Carol Christian
Poell. Dalla frammentazione identitaria a quella dell’abito.
Lo stilista austriaco annulla il corpo. Il corpo voltificato diviene
puro e semplice volume, forma informe sul quale costruire geometrie di senso:
le sue modelle non hanno bocca. Non hanno occhi. Il sesso, l’identità sono gli umori densi di una liquefazione: il corpo forse
c’è, ma non qui, non ancora. E’ un corpo presentito,
non dato.
◄◄ Martin Margiela. Il corpo è un’atteggiamento. Il volto uno
stato d’animo. L’espressione delle passioni è una disposizione alla vestizione
della forma-corpo. Non più necessariamente il volto il
veicolo dell’espressività: come nelle foto di Marina Faust per l’Inverno 94-95,
o quelle di Tatsuya Kitayama per l’inverno successivo, dove i volti sono
incappucciati, ora dalla plastica, ora dalla seta. L’apparenza è l’unica
possibilità espressiva dei manichini. L’abito è la persona, la maschera:
essere donna, intercabiabilmente e simultaneamente donne
diverse o non-solo-donne. Essere, piuttosto, proteiformi. Farsi smagliatura sulla pelle grassa della moda.
◄◄ Icone mediane al desiderio. Di questo necessità un atto masturbatorio. Non modelli, ma
travestimenti. “Non corpi interi ma pezzi di corpi, dettagli:
cose “non finite”, da portare a termine”.
Una bellezza che si vuole dispersa, consunta, deturpata.
Una bellezza che lavora per sottrazione, e che si sottrae al Desiderio per
continui aggiustamenti, sino alla pressochè totale coincidenza con la parodia
del desiderio:il consumo. Helmut Newton. Il demiurgo di una bellezza-feticcio consacrata al consumo.
Il feticcio con Newton diviene tecnica dello sguardo,
in quanto lo affascina e lo presuppone, e ancora, lo dispone al desiderio che
si congela, in ultimo, nello scatto fotografico. In un’intervista di Teresa
Macrì per Virus,
Newton arriva a sostenere: “Alcune persone attraverso le mie fotografie
sogneranno, e in realtà la cosa non mi interessa;
molti uomini mi hanno detto che con esse si masturbano: credo che l’atto
masturbatorio rappresenti un forte livello di emozione e di attiva comprensione
per ciò che rappresenta l’immagine”. Il desiderio con Newton cammina sui tacchi
a spillo, forse per mettere meglio in evidenza i
muscoli delle gambe del desiderare, o forse perché è necessario imporre
costrizioni al suo naturale incedere per scongiurare quell’attitudine snobbish-blasè
che contraddistingue, da sempre, la moda
e le sue antropofagie semiotiche.
◄◄ Dalla donna intellettuale di Prada, a quella sexy e
altera di Gucci, altrettanto sexy ma più ironica la donna di Blumarine, e
radicale ed eccessiva quella di Westwood, dalla donna minimalista di Issey
Miyake, alla provocatrice eccentrica di Liza Bruce, da quella autonoma e
seducente di Versace, alla donna consapevolmente donna di Gaultier.
Infinite declinazioni della femminilità: mod-elle. E nella pubblicità di moda queste
declinazioni si fanno immagini-emozioni: volti. Volti-flusso. Così come il corpo, “manipolato, frammentato e deformato in mille
maniere diverse nel processo di messa a punto della migliore identità sociale
possibile”. I volti del femminile
sono come assuefatti ad una condizione di metamorfosi permanente, di variazione
incessante senza un percorso preciso, senza una meta ben definita. Sono una nebulosa rarefatta di identità, citazioni, prodotti, passioni…i contorni sono
labili. Sono la fluorescenza di un apparire. Il volto della pubblicità di moda
non può dunque essere associato ad un concetto di identità
in quanto processo di “costruzione stabile dell’io, unico ed irripetibile,
attraverso la stratificazione di emozioni, sentimenti, pensieri”.
Se vogliamo riferirci ad una fisionomia, quella stessa fisionomia si mostra
inevitabilmente effimera,
approssimativa,

Fig.6.7-6.13.In
alto a sinistra la “donna intellettuale” di Prada. In alto a destra_ la
femminilità “fatale” di Dior. In basso a sinistra la donna
“autonoma e seducente” di Versace. In basso a destra: la donna “sirena”
di Gaultier. Nella pagina accanto: l’universo total-woman di
kookai. In basso a sinistra e a destra: donna
attraverso lo sguardo di Helmut Newton per Zoppini e di Mert e Marcus per
Gucci.


fugace,
anche se “dispotica e tiranna nel volersi affermare seppur in tempi brevi”.
I volti femminili nella pubblicità di moda sono volti diasporici:
volti oltre il femminile, oltre le griglie identitarie. Oltre il prodotto-moda.
Volti che abitano i mondi rappresentati dalla comunicazione della
moda, che non si appiattiscono sic et sempliciter
sul posizionamento del prodotto-moda, ma che piuttosto sollecitano empatia con
i destinatari della comunicazione.
Ciò avviene essenzialmente attraverso la messa in scena, la
costruzione di una situazione nella quale “la modella è costretta a giocare un
ruolo narrativo all’interno della storia”,
ed è quindi attraverso il “riconoscimento e l’identificazione che il
destinatario ricostruisce l’intera struttura narrativa”.
Oppure attraverso la costruzione di una “ atmosfera
psicologica, che cerca di porsi in sintonia con il destinatario”.
In entrambi i casi, la geometria dell’identità è
tracciata con una grafia non sempre, o sempre meno spesso, precisa e
comprensibile. Una sorta di indecisione identitaria
che non caratterizza semplicemente l’universo moda, ma la stessa condizione del
presente (postmoderno?surmodernità?), della quale la moda(che è sempre pubblicità
di moda) è un riflesso catalizzatore.
Volti del femminile
Non si afferma nulla di nuovo sostenendo che la pubblicità di moda
ha giocato e continua a giocare un ruolo assolutamente
centrale nella definizione delle identità di genere. Eppure,
proprio questo sembra essere uno dei punti più controversi nella comprensione
dell’evoluzione del gender. La
pubblicità, così come il
consumo, possono essere considerati
degli slangs del mutamento. L’evoluzione dell’immaginario ci parla attraverso
questi linguaggi, conservando un margine di indecifrabilità.
E’ in quel margine che il desiderio fermenta. Ed è su
questi margini che lo sguardo del ricercatore si deve fare metodo: eroptica.
I concetti di maschile e femminile sono concetti
naturalizzati, che non è più possibile assumere come concetti dati non
suscettibili di (continua, incessante) ridefinizione. La sessualità biologica è
plurale e instabile, ma nell’opera di reificazione
della natura operata dall’uomo nel suo essere al mondo, qualche forma di riduzionismo era fin troppo prevedibile.
Indicare l’esistenza di categorie da assegnare ai sessi biologici
in nome della differenza
di natura, non è altro che un’applicazione particolare
della fisiognomica al gender.
E neppure in
questo caso il pregiudizio fisiognomico è esente da errore.
Il volto deve rendere, in conformità ad una organizzazione
sociale della differenza di genere piuttosto stabile, immediatamente
l’appartenenza ad una categoria altrettanto immediatamente riconoscibile. Anzi:
il volto è l’evidenza antropologica di questa appartenenza.
Senonchè proprio la pubblicità, e per quanto ci riguarda, la pubblicità di
moda, ha spesso operato in una direzione esattamente contraria: la confusione.
Il volto è stato reso démontable e al contempo
espressivamente anodino. Da una parte la fabbrica del
monocromo, dall’altra un lunapark della sfumatura.
A distanza di un ventennio, cioè da
quando Gaultier ha mandato in passerella l’uomo con la gonna, la fabbrica e il
lunapark si sono andati confondendo.
Oggi viviamo infatti una apparente
contraddizione: la fluidità delle strutture di genere coesiste con una parodica
aderenza ai vecchi stereotipi di virilità e
femminilità (in opposizione alla quale , peraltro, questa fluidità si è
andata definendo).
Superate le prove dell’accettazione della
indefinibilità (e dell’indicibilità) del genere, passando dall’
androginia al metrosexualismo contemporaneo, sentiamo oggi la necessità di
rovistare negli armadi dei nonni per apparire, ancora una volta, davvero
seducenti attraverso il genere che
indossiamo. Il gender come organizzazione sociale della differenza
sessuale, ha vinto...ma è una vittoria di Pirro, dato
che al macho e alla vamp non ci crede davvero più nessuno. Sono
le maschere del carnevale di Venezia del desiderio.
Niente di più. E del carattere carnevalesco, la confusione
dei generi, conserva la possibilità di un rovesciamento temporaneo, un
sovvertimento che nulla sovverte ma che anzi è volto a ristabilire (rafforzandolo) l’ordine prefissato
dall’organizzazione sociale della differenza di genere.
Mi astengo volentieri da giudizi di valore sull’operato storico
del femminismo, preferendo riferirmi all’assunzione di un dato
ineludibile: oggi è possibile porre
l’accento, più che sull’appartenenza, sul posizionamento.
Si potrebbe parlare di
T.A.Z. di genere, ma al
contempo dobbiamo assumere come dato preliminare (ma non incontrovertibile),
l’odierna aderenza , pur quanto stereotipata e parodiata, a categorie di gender
ad una prima occhiata (look) invece assumibili come superate ed
obsolete.
In questo lavoro viene però posto
l’accento sullo scarto dell’eccesso, sulla soglia marginale che è capace di
eccitare i sensi e lo sguardo del fruitore: su quella comunicazione che esplora
i territori alterati e alteranti della femminilità e che è capace di
fare dei volti tableux vivants di sguardi desideranti e ibridizzazioni
risignificanti. Quella comunicazione, in altre parole, capace di scardinare gli immaginari attuali
e che, proprio in forza di ciò, riesce meglio a interpretarli.
D’altra parte, il femminile si esprime oggi attraverso
corpi resi volto, corpi voltificati, dalle
instabili e inquiete fisionomie: dall’incorporeo all’algido-asessuato sino a
raggiungere quel limite estremo che è l’anoressia del senso.