Melting-pot delle marginalità


Tutto quello che non si conosce può trattenersi nelle viscere dell’inesplorato. Molti pensano questo. Quando invece si scopre una diversità, una minoranza sociale o comportamentale, un agire inconsueto, si risponde contrastando, obiettando o semplicemente ignorando l’evidenza.
Ogni forma di comunicazione di massa ha da sempre partecipato nella costruzione di diversi contatti tra popoli e culture distanti diffondendone i valori, i fatti, i protagonisti. Chi non condivide pratica lo zapping, abbandona la poltrona della sala-cinema, vagheggia in un mare di stazioni radio, sfoglia il quotidiano per poi gettarlo via in pochi minuti, legge un saggio per poche pagine e ritorna in libreria alla scoperta d’altro.
In questo ventaglio di forme comunicative/informative di un numero incalcolabile di mix culturali contemporanei – le diversità d’oggi -, il cinema possiede la qualità indiscussa di essere il veicolo primario di sempre nuove forme d’arte visiva e dinamica.
L’arte è l’anima di una società, il pulsare in un’ esistenza meccanizzata senza sosta . L’arte, per mantenere la contemporaneità distintiva di un comunità -sempre più miniaturizzata fino a evolversi nell’ individualità del singolo-, segue le tendenze del progresso o ne anticipa le forme. L’arte quando schiva i fattori dell’azione lucrativa sociale approda nella “purezza”.
L’arte dinamico-visiva che si intreccia con il cinema presenta la risorsa della doppiezza temporale: nel momento in cui, assistendo a una proiezione cinematografica, un film procede nei suoi minuti di “visto in sala”, si compone nella mente dello spettatore un pezzo di storia trascorsa, accaduta altrove. Questa risorsa , però, non sempre viene adoperata con arte per poter comunicare arte. Eppure il cinema va ritenuto, fin dalle sue origini, una delle poche forme artistiche capace di raggiungere la purezza senza le difficoltà di decodifica del messaggio.
Il problema della decodifica resta un dramma dell’arte contemporanea tanto discusso e non risolto; basterebbe ricordare le frequenti installazioni in galleria che generano spesso interrogativi ed esclamativi nel visitatore a eccezione di una modesta nicchia di intenditori.
Ora, se è vero che il cinema definisce il concetto di comunicazione artistica per l’uomo medio, in quale momento esso regala la conoscenza dell’arte delle minoranze? Arte è kubrick o Almodovar, Salvadores o Moretti, Tarantino o Linch? Sono i grandi registi coloro che ci offrono l’occasione di scoprire, comunicandolo artisticamente, i giusti equilibri estetici nella fusione di più culture?
Quanto viene prodotto per una sala cinematografica passando per il tubo catodico perde in quantità e quindi in visibilità. Il pubblico conosce poco dei film documentario “di frontiera” dei mediometraggi e corti di registi minori e dei film in bianco e nero o muti. Soprattutto questi ultimi, per l’opportunità di scoprire le particolarità di attori e regia senza voce che ne completi il messaggio, sono da considerare una minoranza storico-artistica mai diffusa. Perché questa diversità cinematografica contenitore di altre diversità sociali non è visibile con costanza come accade per altri “format filmici”? Questa diversità oggi non piace. Il film muto non “dice” nulla. Vade retro Satana. La scarsa diffusione di cultura diversificata frena a catena la crescita di nuove forme culturali o l’apertura mentale ad altre forme già esistenti.
Importanti associazioni no-profit da tempo operano anche nel settore dell’arte cinematografica ed eventi internazionali, seppure resi poco visibili, tentando una sensibilizzazione del pubblico verso tutto ciò che arte è stata e sarà in rapporto alla molteplicità della comunicazione in pellicola.
Un esempio che merita voce è il Festival Internazionale dei Circoli del cinema tenutosi a Reggio Calabria dove registi minori, ma dal talento spesso grandioso, hanno avuto lo spazio per esibire le loro creazioni con l’intenzione di rendere noto un aspetto tipico di piccole comunità o differenziazioni sociali. Nel corso del Festival una particolare visibilità è stata concessa anche a un regista degli anni ’20, l’avanguardista francese Jean Vigo. L’artista in soli ventinove anni di vita e con pochissime movie-creations riesce oggi a rappresentare in maniera chiara la difficoltà sociale dell’emigrante del XX secolo. Rivedendo pochi frammenti delle sue realizzazioni si delinea un tassello di storia della civiltà mondiale. Un suo corto, “A’ propos de Nice”, ha la forza di creare sconvolgimento e sbalordimento per lo spettatore in 45 minuti di muto. Ma lo spettatore deve essere sensibile e allenato per seguire una visione di tale genere. Non è il caso dell’individuo contemporaneo perché inconsapevole del fatto che negando un muto nega il contenuto di una parte dell’umanità che, dopo infiniti intrecci tra generazioni e culture di più popoli, ha cercato nel tempo di costruire senso, percorsi e mezzi per generare la civilizzazione sociale.
Quello di Reggio Calabria è solo uno dei tanti incontri importanti che punteggiano il mondo silenziosamente scaldando l’estro creativo degli intenditori di cinema.
Le nuove generazioni che scivolano sul filo teso delle tendenze e delle voghe del momento dovrebbero tentare un salto sul filo elastico delle alternative culturali e delle rappresentazioni d’essai; scoprirebbero così quanto può esserci di giocoso nei salti della vita d’avventura lontana dalla falsa giocosità della disciplinata vita alla moda.
Tutti quei Festival che propongono l’essenza delle marginalità, minoranze, microcosmi non chiari e sfumature evanescenti di realtà sociali, meriterebbero la più dignitosa visibilità con la consapevolezza che in essi si scoprirebbe un nuovo concetto d’arte cinematografica: in simili contesti si dovrebbe comprendere e apprezzare l’arte del semplice, del diverso e modesto, del mai detto perché inferiore, del ruvido e crudo di gruppi sociali eccessivamente distanti dal carico dell’immaginario collettivo.
Un particolare dell’uomo moderno si ritrova nella possibilità di confrontare con estrema facilità, il suo essere con il suo non essere. Esclusiva è l’opportunità di scoprire le diversità, gustarne i traguardi d’eccezione lontani dal metodico e dall’alternativo metodico dell’uomo medio. E’ questa l’unica occasione che conduce a un’ auspicabile crescita mentale, impareggiabile vera ricchezza che oggi rimane all’individuo, libero di possederne le gradazioni senza subire nessuno scomodo freno sociale. Il cinema minore d’ogni epoca sussurra i trucchi per avanzare.

di Alessandro Leucci