Cosmesi.Cosmos.Dall'etimologia
greca a quella latina:ordo e mundus,
ordine e universo.Il maquillage appare dunque
come risignificazione del volto, un atto
di (ri-)scrittura del volto. Ordinare nella
doppia valenza di dare un ordine al caos(anagramma
di cosa e caso, cose disposte
naturalmente a caso da riporre in un ordine
culturalmente stabilito), una fuga dall'entropia;
e dell'atto impositivo di una scrittura,
anzi:di una sovrascrittura. Il volto stesso
nel suo mettersi in ordine diventa un universo
di simboli(una foresta di boudelairiana
memoria…), la sovrascrittura artificiale
di una scrittura naturale. Una FINZIONE?
Una finzione che rivela la vera natura del
volto, nella liberazione del “dentro”.
E’ come se la cosmesi nel suo “mascherare”
il volto, smascherasse il “vero volto”,
costretto dall’univocità fisiologica
del naturale. La cosmesi allora libera i
mille volti di un volto: “il trucco
cancella il volto come natura per rivelarlo
come artificio” .
La cosmesi è dunque la manifestazione
esteriore di una volontà interiore:
un esserci nella nostalgia dell’essere
altro da sé. Nell’ essere molteplice
e plurale dell’io. Nell’essere
“ii”, direbbe Massimo Canevacci.
Il maquillage si pone come realtà
e finzione allo stesso tempo, rivela la
propria autenticità nel desiderio
di apparire. Un volto truccato tende ad
essere simile a ciò che vorrebbe
essere:un altro volto nell’esaltazione
del proprio. Quello che mostra però
dimostra una non appartenenza o una appartenenza
provvisoria. Nel rituale del maquillage/demaquillage,
secondo Gilbert Lascault, l’identità
nella sua continua metamorfizzazione rivela
una inconsistenza di fondo, il volto è
sempre qualcosa “a refaire”,
simulazione di un altro volto, un tentativo
di appropriarsi di una forma che non gli
appartiene.
Ma
la “costruzione del volto è
la maschera della nostra identità
sociale”,
afferma una appartenenza eppure la nega.
Afferma una appartenenza mentre la nega:
si espone il proprio volto ai canoni della
vanità e della bellezza, socialmente
iscritti, e si afferma la propria multividualità
sancendo una fuga dalle prescrizioni sociali.
La cosmesi è allora evasione, ancora
in una doppia valenza, come affermazione
ludica(evasione come gioco, piacere
nel trasformare forme e colori dell’apparire)
di questo voler essere, e come fuga(evasione
come un proteico essere imprendibili) dal
proprio essere nella società, una
società prescrittivi, ergo limitante
rispetto alle infinite possibilità
del poter essere altro da sé. Mentre
nel volto si manifesta la soggettività,
nel maquillage si riflettono la pluralità
come estensione della propria soggettività,
la tensione ad appropriarsi di un essere
altro, ma anche l’appartenenza (affermativa
o negativa che sia) ad una cultura. E la
cultura prescrive significati ai segni del
volto. Il volto non è una superficie
neutra. Chiunque può esperire quotidianamente
questa affermazione: ognuno attribuisce
un senso ai tratti dei volti che incontra,
e i pregiudizi della fisiognomica sono più
diffusi di quanto si è disposti a
credere. E come afferma Patrizia Magli “nel
momento in cui la fisionomica detta una
serie di regole in grado di svelare gli
enigmi di un volto, nello stesso tempo rende
possibile l’appropriazione di queste
regole non più ai fini di uno svelamento
indiziario, bensì di un’attività
volta a riprodurre artificialmente, oppure
a mascherare quegli indizi sospettati di
rivelare il segreto di una passione, di
un vizio o di una qualità morale”.
Il volto non è soltanto una superficie
di segni, culturalmente codificati e individualmente
interpretabili, ma anche uno spazio di costruzione
e rimaneggiamento di questi segni. “Si
tratta di impadronirsi di un sistema di
equivalenze codificate in grado di predire
quali marche espressive del volto devono
essere per riconoscere la bellezza, un’inclinazione
morale o un’attitudine perversa, e
il gioco è fatto”.