Il gusto di mangiare
I
lettori probabilmente ricorderanno Popeye, o meglio,
Braccio di Ferro, il famoso marinaio di molti fumetti
e cartoni cui era sufficiente aprire e trangugiare
un barattolo di spinaci per acquisire all’istante
forza fisica. Ebbene, pare che nella nostra società
si stia diffondendo una concezione un po’ “popeyana”
del cibo, cui vengono attribuite proprietà
capaci di indurre effetti diretti, immediati e automatici
sul fisico e la salute.
Enzimi, fermenti, fibre e radicali liberi contenuti
negli alimenti hanno il potere magico di farci dimagrire,
sentire in forza, vivere a lungo, combattere la
malattia e tutto in tempi brevissimi (“provalo per
due settimane”, ammiccano le pubblicità dei
prodotti salutisti). Allo stesso tempo lo zucchero
provoca la carie, il sodio la ritenzione idrica,
il burro aumenta il colesterolo, il cioccolatino
(anche uno solo) va tutto in ciccia e brufoli. La
salute, molto spesso confusa con la sola forma fisica,
è il metro principale col quale misurare
la scelta dei cibi: cibi nocivi, cibi curativi…ci
muoviamo tra questi due opposti spaesati dal continuo
bombardamento di informazioni spesso discordanti
su ciò che fa bene e ciò che fa male.
Al punto che nella babele di proposte e consigli
ognuno adotta un suo stile alimentare personale
condizionato di volta in volta dalla dieta, dai
mass media, da idiosincrasie, oppure ripiega su
una delle innumerevoli mode del mangiare salutista
(vegetariano, macrobiotico, crudista, etc.). E si
parla già di una nuova patologia, anche se
non ufficialmente riconosciuta e codificata a livello
scientifico, l’ortorexia, ossia l’attenzione per
il mangiare portato all’estremo di un’ossessione
che fa incorrere in un disordine alimentare.
Come anoressia e bulimia l’ortoressia infatti comporta
il trasferimento dei principali valori della vita
sull’alimentazione (gran parte del tempo speso nella
pianificazione e preparazione dei cibi, sviluppo
di proprie regole alimentari sempre più rigide,
autostima derivata dall’osservazione delle stesse,
pratiche punitive ed autodepurative quando tali
convenzioni saltano, isolamento sociale); a differenza
di anoressia e bulimia l’asse del disturbo ruota
sulla qualità e non sulla quantità.
L’immaginario alimentare fatto di odori, sapori,
ricordi, tradizioni si impoverisce dunque di quei
significati sociali, personali, affettivi che fino
a qualche tempo fa ci accompagnavano in tavola,
e cede il passo alla ricerca esasperata e ammalante
di una qualità senza gusto, senza piacere,
senza convivialità.
Cibo e alimentazione non sono esclusivamente necessità
di sopravvivenza; sono soprattutto manifestazioni
della soggettività, della storia e della
cultura degli individui, e comunque da sole non
rappresentano la soluzione all’ipocondria che affligge
la società. Farebbe forse meglio allo spirito
e quindi anche la salute rintracciare un equilibrio
alimentare che sia critico ai dettami e alle pressioni
dell’industria alimentare, che rispetti bisogni
e propensioni personali, che sia consapevole delle
appartenenze culturali e delle esperienze affettive
che determinano i gusti, che sia infine capace di
fidarsi dei sensi (tatto, vista, olfatto) come strumenti
di discernimento, difesa, piacere.
C.
Petrini, (2003) Slow food. Le ragioni del gusto,
Editori Laterza, Bari
Pallanti, (2005), Ortoressia, quando mangiar sano
diventa una malattia, www.kwsalute.kataweb.it
Di Katia Carlini