“L’occhio
è una vagina dilatata da cui esce(anziché entra) una pupilla nella forma
rotonda del glande.Questo è il palpitare dell’occhio:l’eccitazione oscillante
–rientrante e fuoriuscente- di una pupilla-glande umida con al centro la petit
bouche iridiscente del fallo.Su di essa ripiegano aritmicamente le palpebre
–multilabbra che la accendono di desiderio. Tale battere delle ciglia è
carezza. Secerne collirio erotico. Imparare ad ascoltare il rumore interno ,
rumore nudo, emesso dall’icontro-chiusura delle palpebre-di-labbra(labios
palpebral)”.
Gli occhi sono il metodo dello sguardo. Dello sguardo sottesso a
questo nostro lavoro. Sono occhi rivolti al
proprio interno per meglio vedere la profonda
superficie del contorno, de-formando concetti,
paradigmi, metodologie.
Per “imparare ad ascoltare il rumore interno
, rumore nudo, emesso dall’icontro-chiusura
delle palpebre-dilabbra(labios palpebral)”. Se è infatti la fotografia a spingere
l’osservazione etnografica sul campo,
rivolgiamoci proprio alla fotografia della
pubblicità di moda (protesi fashionizzante dell’occhio) per accendere il nostro sguardo
sulla femminilità che la patina lucida della
pagina (una qualsiasi, tra le tante, di una
tra le tante riviste che ci passano quotidianamente
sottomano) promana. Perché il “desiderio
incanalato dello sguardo fa ricerca”,
a patto che l’occhio assorba e si lasci assorbire
da un’erotica. Eroptica.
Lusso e dépense
Il desiderio, che rende godibile, o almeno sopportabile la
discrasia tra la porosità del reale e la realizzazione effettiva delle sue
infinite promesse, esperito virtualmente, e ancora esaudito su un piano
puramente immaginario, vissuto nell’eccesso (perché è nell’eccesso
l’accesso alla sostanza alterante dell’immagine, come soddisfazione delegata e
sempre parziale), è radicato alla fisicità organica dei corpi
(inestricabilmente biologici e sociali), nell’espressione desiderante dei
volti. “Il corpo è la natura fisica del desiderio”, si dà al desiderio per eccesso: una parzialità che nell’eccesso,
nella riflessione nell’Altro cerca di colmare la mancanza costitutiva del
nostro essere,
la fragilità della finitudine delle carni. Desiderio e mancanza, tra la
sovversione e l’interdetto: la nostalgia impotente di quello che non siamo e
che vorremmo essere, e diA quello che alla realtà non possiamo prendere ma non
sappiamo privarci di volere. Il desiderio per eccellenza è però l’Altro, che è desiderio
d’essere desiderato. Sono un essere desiderante che si riflette
nell’Altro, si specchia nei suoi occhi.
Il mio desiderio è una turbolenza nostalgica e dissipativa che
trova nell’Altro il suo climax , ma anche il suo limite invalicabile: il
volto. Una nudità dignitosa che mi chiama necessariamente alla responsabilità. E’ attraverso il desiderio che
esperiamo l’Altro,
la sua differenza e la sua intima inaccessibilità. E’ attraverso l’incontro con
il Volto dell’Altro ,che mi guarda e mi riguarda, mi coinvolge, mi pone
in questione, mi rende immediatamente e inequivocabilmente responsabile, che
questa prossimità diviene etica, che il desiderio si piega alla norma. Che la
comunicazione si fa communitas, condivisione (tessere legami come interessere)
, reciprocità, dono, scambio. E’ utile rifarci alla riflessione
batailliana. Il sacro secondo Bataille è comunicazione tra gli
esseri, e anzi, “ritrovare la comunità vuol dire riaprire lo spazio sacro del legame e della condivisione”.
Se è il consumo “la via tramite la quale comunicano esseri separati”, il nesso tra “la riattivazione del
dispendio e la rinascita della tensione comunitaria” è intimo e imprescindibile. Che cosa
intende Bataille per dispendio? La logica dell’utile non basta a spiegare la
complessità dei moti umani. Piuttosto “la tendenza endemica all’eccesso e allo
spreco, alla dilapidazione e al consumo improduttivo nella quale si esprime
l’irriducibile bisogno di dispendio sia individuale che sociale”, sembra contraddire ogni possibile
riduzione agli universi della necessità, della pretesa utilità materiale dei
principi di utilità e, conseguentemente, della produzione e conservazione dei
beni. Fondamento della vita umana è quel bisogno di perdita, potere di
perdere, e di dono che è alla base della comunicazione e della vita
comunitaria. Infatti “gli uomini si assicurano la sussistenza o evitano la
sofferenza, non perché queste funzioni di per sé comportino un risultato
sufficiente, ma per accedere alla funzione insubordinata della libera dépense”, la cui rimozione equivale ad una
vera e propria mutilazione della vita pulsionale. Confinando
nell’inconscio la pulsione al dispendio, secondo Bataille, si finisce per
riaccendere questa pulsione in forme aberrate e catastrofiche (come la guerra,
il fondamentalismo, la violenza, ecc.). C’è un surplus di energia, intesa in
senso cosmico e globale, che chiede di essere spesa improduttivamente,
consumata orgiasticamente. Una energia che “analogamente al sole “dà senza mai
ricevere”,
e che deve essere ricevuta in forme “gloriose”, piuttosto che piegata alle
aride logiche dell’utile del potere. Lo stesso attentato alle Torri Gemelle,
può essere analizzato come forma “non gloriosa” ma catastrofica di dèpense.
Concentriamoci però su quella “perdita senza contrapartita” che è il lusso: dépense di
ordine simbolico, come nell’attività erotica non finalizzata alla riproduzione,
che trova il proprio senso più profondo nella sottrazione di ciò che si
distrugge al mondo dell’utile. Ovvero il sacrificio, il quale esige una
sorta di blessure liberatrice, consumo orgiastico di una sovrabondanza
vitale fondativo della comunità. Lacerazione che è ancora alla base della festa
e, ai fini del nostro discorso, della sfilata di moda e di ogni possibile kermesse e messa in scena mediatica del patinato mondo della moda. Le perdite che i
mondi della moda sostengono, creano comunità, la dépense mantiene la sua
funzione sociale. Così
come questi nuovi atti sacrificali veicolano surplus di energia, l’alta moda in
particolare, genera nuovi spazi di sacralità surmoderna che si sottraggono
completamente alla mera identificazione col religioso. Ancora secondo Bataille,
“il mondo sacro è quello che nasce in seguito alla negazione del mondo o meglio
del “dato” naturale imposta dal lavoro che consente l’ingresso nella storia e
nel vivere sociale” ma a costo della rinuncia del desiderio, dell’incatenamento ragionevole, del differimento dei piaceri, del
controllo delle pulsioni, e della reificazione del mondo. Oggi la
dissimulazione della dépense operata dall’ascesa della classe borghese viene tradotta nella
democratizzazione del dispendio incondizionato ma al contempo di una drastica
riduzione del potere di perdere. La democratizzazione del lusso ha cioè
operato una affermazione della cultura del wellness e della customer
satisfaction: il lusso si fa mind style e si parcellizza in miriadi di
micronicchie nel quale il consumatore flaneur si posiziona di volta in
volta in base al suo sentire contingente.
Così le sfere del lusso invadono il sAentire contemporaneo e le
sfere esperenziali dell’individuo: è potersi prendere i propri spazi, il
proprio tempo. Persino l’otium, il sonno, la stasi vengono
proposti dalla pubblicità di moda come oggetti di lusso in vetrina, secondo una
nuova etica del take it easy.
:Siamo immersi in un regime di visibilità totale, il voyeurismo implode in se stesso:
e c’è ben poco da vedere. Ancora. Oltre. Il
corpo è circuito, indagato, esplorato, nella
sua fisicità, nella sua intima (im-)penetrabilità.
E il volto nella sua ancor più intima inaccessibilità.
Così dalla psichiatrizzazione del piacere(il
voyeurismo come patologia), questo guardare
(dentro più dentro: oltre e altrove) si fa
dispositivo di visione, metodo dello sguardo.
Sottende uno sguardo fotografico, erotizzato.
Estetica della(di-)visione. Nell’Uomo della folla,
il protagonista osserva la sua “vittima” da
dietro. Il suo sguardo è sedotto, induce all’inseguimento
(spossante, notturno). Finchè la “vittima”
si gira all’improvviso, guarda a sua volta…rivela
il suo volto. Ma è come se il volto fosse
sempre di spalle, come ri-volto verso un dovAe
che sfugge. E che inseguiamo. Come un uomo
della folla…
9Newton. Dall’estetizzazione del voyeurismo
all’esibizionismo dirompente del lusso.
Il lusso è la celebrazione della ricchezza. Ostentazione. La fotografia
di Newton, rispetto alla “sensualità patinata
di Seidner, all’erotica ornamentale di Herb
Ritts e Steven Meisel, all’estetizzazione
quotidiana che diffonde mode e cultura dell’oggetto
di lusso, fashion a basso prezzo, seduzione
erotiche tradotte visivamente dal corto circuito
moda, fotografia e pubblicità, è onirica,
costruzione dove la scena è ostentazione di
lusso e ricchezze, ma il cuore dell’immagine,
perentorio bianco e nero, o colori acidi e
dirompenti, esibisce un corpo femminile balestrato
e muscolare, una donna postfemminista, aggressiva
ma comunque legata ad un feticismo opulento
e codificato da un immaginario erotico maschile”.
Visus e feticismi
visuali
Se l’erotismo è l’approvazione della
vita fin dentro la morte,
e attiva il desiderio rimandando sempre ad altro, la pornografia esaspera
l’anatomia del reale feticizzandolo in frammenti decontestualizzati: il
feticismo muove il desiderio fra questi due poli. Da una parte opera un
nascondimento ed è adorazione del velo,
dall’altro segue l’analitica performativa e frammentante della pornografia. La marginalità del surrogato
acquisisce così nuove valenze simboliche e al contempo si opera una
reificazione di categorie astratte al fine di trasformarle in scenografie
nelle quali performare il desiderio. Hebdige ha evidenziato proprio come “in determinate situazioni, gli oggetti possono
diventare il fulcro dell’esercizio del poAtere e della sua negazione. E così un
tubetto di vaselina, simbolo dell’omosessualità di Jean Genet, è capace di
condensare nella sua forza simbolica le forme dell’alterità culturale e della
subalternità sociale, trasformandosi in uno scudo identitario contro le
umiliazioni e le percosse degli aguzzini che avevano incarcerato lo scrittore
il cui “esilio volontario“ è è paragonato allo stile delle sottoculture”. Una sensibilità fetish sarebbe alla
base degli street style, nell’ostentazione dei segni della devianza, già a
partire dagli anni Settanta, come manifesto di rivendicazione della propria
esistenza. Il glam ha da allora, riprendendo la metafora della vasellina,
spalmato questo lubrificante sul filtro dell’obiettivo, così come fanno i
fotografi per ottenere l’effetto flou, diffondendo la sensibilità fetish
delle sottoculture più che massivamente. Oggi il feticismo si è trasformato “da
iniziale segno di perversione individuale a emblema di una diversità subalterna
che deborda i suoi confini e viene assorbita dall’industria culturale,
specialmente della fotografia, dal cinema, dalla pubblicità e dalla moda” e “l’ integrazione sistematica del
fetish nelle logiche del sistema” è pienamente realizzata. Ciò è avvenuto dall’emersione degli street style
sulla superficie del mainstream e del loro assorbimento “all’interno dei
processi creativi delle aziende di moda”
, seguendo una logica di funzionalizzazione della devianza che è andata sempre di più
riformulandosi all’interno di scambi simbolici con gli universi delle griffe.
Il feticismo ha raggiunto un volore normativo negli immaginari, la “donna
fallica” e “il trauma della mutilazione” si sono cristallizzati nei codici visuali contemporanei. E’ indubbio che il
femminile sia maggiormente investito da questo processo nei testi
fotopubblicitari, e senza ricorrere a spiegazione di tipo fanta-biologico, che partono dal presupposto che
l’impulsività sessuale maschile inerisca a un’area del cervello, “una parte
dell’ipotalamo vicina al sistema di ricezione visiva (il nucleo preottico). Le cause sono invece molteplici e
complesse, una spiegazione più semplicistica può essere al limite assunta
(scongiurando riduzionismi di qualunque tipo) come suggestione “ottica” per la
comprensione del fenomeno “moda”, così come la considerazione dell’abito come
caratteristica sessuale secondaAria, già presente di natura nel mondo
animale, e invece giocata affatto culturalmente dall’uomo.
La moda negli ultimi tre lustri ha attinto a piene
mani nel mondo delle “perversioni sessuali o alle sottoculture sessuali”: in passerella come nelle riviste
il fenomeno ha assunto sempre maggiore visibilità.
Gli anacronistici scatti di John Willie divengono i
filtri usitati delle rappresentazioni fotopubblicitarie del femminile, ma è
Newton è uno dei fotografi che è riuscito a declinare questa sensibilità con
maggior creatività, rendendo il fetish chic,
Fig. 1-4. John Willie, “Senza titolo”, 1936. Accanto:Helmut
Newton per Yves Saint Laurent, 1993. In basso a
sinistra ancora Newton per , Vogue America, “Monte Carlo”, 1998. In basso a
destra: Helmut Newton “Bergstrom, Paris”, 1976.

focalizzandosi sulla relazione tra sesso e potere. I suoi personaggi sessuati erano
“il voyeur, l’esibizionista, la prostituta, il feticista, il sadomasochista, il
travestito e la dominatrix”. Il fetichic ha percorso trasversalmente le mode che si sono succedute nell’ultimo
trentennio, con esiti più o meno interessanti, ma quel che in questa sede si
vuole rilevare è la sua pervasività all’interno degli immaginari. Il volto
della moda è fetish. Fetish-face. Chi brandisce la frusta può
interessare ad un certo dibattito femminista, il nesso da esplorare è piuttosto
quello del rapporto tra sesso e potere all’interno della comunicazione
pubblicitaria della moda.
4 Irotismo, erotismo
e pornografia
L’erotismo esige dépense.
Nonostante il processo di razionalizzazione della natura, permane
una “tendenza perenne all’eccesso, che può essere ridotta soltanto in parte,
mai completamente”.
Proprio “il momento della trasgressione è l’esplosione in pura
perdita delle pulsioni, è la dèpense illimitata che svincola, “scatena” gli
individui dal mondo del lavoro protetto dai divieti, e fonda così’ il mondo
sacro”.
Ed è il sacro “che risponde al problema della coesione sociale”.
Nulla di davvero trasgressivo nella pornografia, i cerimoniali del
sacro si riducono a teatralizzazioni performative del godimento.