Graphie del desiderio

 

“L’occhio è una vagina dilatata da cui esce(anziché entra) una pupilla nella forma rotonda del glande.Questo è il palpitare dell’occhio:l’eccitazione oscillante –rientrante e fuoriuscente- di una pupilla-glande umida con al centro la petit bouche iridiscente del fallo.Su di essa ripiegano aritmicamente le palpebre –multilabbra che la accendono di desiderio. Tale battere delle ciglia è carezza. Secerne collirio erotico. Imparare ad ascoltare  il rumore interno , rumore nudo, emesso dall’icontro-chiusura delle palpebre-di-labbra(labios palpebral)”[1].

 

 

Gli occhi sono il metodo dello sguardo. Dello sguardo sottesso a questo nostro lavoro. Sono occhi rivolti al proprio interno per meglio vedere la profonda superficie del contorno, de-formando concetti, paradigmi, metodologie[2]. Per “imparare ad ascoltare  il rumore interno , rumore nudo, emesso dall’icontro-chiusura delle palpebre-dilabbra(labios palpebral)”[3]. Se è infatti la fotografia a spingere l’osservazione etnografica sul campo[4], rivolgiamoci proprio alla fotografia  della pubblicità di  moda (protesi fashionizzante dell’occhio) per accendere il nostro sguardo sulla femminilità che la patina lucida della pagina (una qualsiasi, tra le tante, di una tra le tante riviste che ci passano quotidianamente sottomano)  promana. Perché il “desiderio incanalato dello sguardo fa ricerca”[5], a patto che l’occhio assorba e si lasci assorbire da un’erotica. Eroptica.

 

Lusso e dépense

Il desiderio, che rende godibile, o almeno sopportabile la  discrasia tra la porosità del reale e la realizzazione effettiva delle sue infinite promesse, esperito virtualmente, e ancora esaudito su un piano puramente immaginario, vissuto nell’eccesso (perché è nell’eccesso l’accesso alla sostanza alterante dell’immagine, come soddisfazione delegata e sempre parziale), è radicato alla fisicità organica dei corpi (inestricabilmente biologici e sociali), nell’espressione desiderante dei volti. “Il corpo è la natura fisica del desiderio”[6], si dà al desiderio per eccesso[7]: una parzialità che nell’eccesso, nella riflessione nell’Altro cerca di colmare la mancanza costitutiva del nostro essere[8], la fragilità della finitudine delle carni. Desiderio e mancanza, tra la sovversione e l’interdetto: la nostalgia impotente di quello che non siamo e che vorremmo essere, e diA quello che alla realtà non possiamo prendere ma non sappiamo privarci di volere. Il desiderio per eccellenza è però l’Altro, che è desiderio d’essere desiderato. Sono un essere  desiderante che si riflette nell’Altro, si specchia nei suoi occhi.

Il mio desiderio è una turbolenza nostalgica e dissipativa che trova nell’Altro il suo climax , ma anche il suo limite invalicabile: il volto. Una nudità dignitosa che mi chiama necessariamente alla responsabilità[9]. E’ attraverso il desiderio che esperiamo l’Altro[10], la sua differenza e la sua intima inaccessibilità. E’ attraverso l’incontro con il Volto dell’Altro ,che mi guarda e mi riguarda, mi coinvolge, mi pone in questione, mi rende immediatamente e inequivocabilmente responsabile, che questa prossimità diviene etica, che il desiderio si piega alla norma. Che la comunicazione si fa communitas, condivisione (tessere legami come  interessere) , reciprocità, dono, scambio.  E’ utile rifarci alla riflessione batailliana. Il sacro secondo Bataille è comunicazione tra gli esseri, e anzi, “ritrovare la comunità vuol dire riaprire lo spazio sacro del legame e della condivisione”[11]. Se è il consumo “la via tramite la quale comunicano esseri separati[12], il nesso tra “la riattivazione del dispendio e la rinascita della tensione comunitaria”[13] è intimo e imprescindibile. Che cosa intende Bataille per dispendio?  La logica dell’utile non basta a spiegare la complessità dei moti umani. Piuttosto “la tendenza endemica all’eccesso e allo spreco, alla dilapidazione e al consumo improduttivo nella quale si esprime l’irriducibile bisogno di dispendio sia individuale che sociale”[14], sembra contraddire ogni possibile riduzione agli universi della necessità, della pretesa utilità materiale dei principi di utilità e, conseguentemente, della produzione e conservazione dei beni. Fondamento della vita umana è quel bisogno di perdita, potere di perdere, e di dono che è alla base della comunicazione e della vita comunitaria. Infatti “gli uomini si assicurano la sussistenza o evitano la sofferenza, non perché queste funzioni di per sé comportino un risultato sufficiente, ma per accedere alla funzione insubordinata della libera dépense[15], la cui rimozione equivale ad una vera e propria mutilazione della vita pulsionale. Confinando nell’inconscio la pulsione al dispendio, secondo Bataille, si finisce per riaccendere questa pulsione in forme aberrate e catastrofiche (come la guerra, il fondamentalismo, la violenza, ecc.). C’è un surplus di energia, intesa in senso cosmico e globale, che chiede di essere spesa improduttivamente, consumata orgiasticamente. Una energia che “analogamente al sole “dà senza mai ricevere”[16], e che deve essere ricevuta in forme “gloriose”, piuttosto che piegata alle aride logiche dell’utile del potere. Lo stesso attentato alle Torri Gemelle, può essere analizzato come forma “non gloriosa” ma catastrofica di dèpense. Concentriamoci però su quella “perdita senza contrapartita”[17] che è il lusso: dépense di ordine simbolico, come nell’attività erotica non finalizzata alla riproduzione, che trova il proprio senso più profondo nella sottrazione di ciò che si distrugge al mondo dell’utile. Ovvero il sacrificio, il quale esige una sorta di blessure liberatrice, consumo orgiastico di una sovrabondanza vitale fondativo della comunità. Lacerazione che è ancora alla base della festa e, ai fini del nostro discorso, della sfilata di moda e di ogni possibile kermesse e messa in scena mediatica del patinato mondo della moda. Le perdite che i mondi della moda sostengono, creano comunità, la dépense mantiene la sua funzione sociale. Così come questi nuovi atti sacrificali veicolano surplus di energia, l’alta moda in particolare, genera nuovi spazi di sacralità surmoderna che si sottraggono completamente alla mera identificazione col religioso. Ancora secondo Bataille, “il mondo sacro è quello che nasce in seguito alla negazione del mondo o meglio del “dato” naturale imposta dal lavoro che consente l’ingresso nella storia e nel vivere sociale”[18] ma a costo della rinuncia del desiderio, dell’incatenamento ragionevole[19], del differimento dei piaceri, del controllo delle pulsioni, e della reificazione del mondo. Oggi la dissimulazione della dépense operata dall’ascesa della classe borghese[20] viene tradotta nella democratizzazione del dispendio incondizionato ma al contempo di una drastica riduzione del potere di perdere. La democratizzazione del lusso ha cioè operato una affermazione della cultura del wellness e della customer satisfaction: il lusso si fa mind style e si parcellizza in miriadi di micronicchie nel quale il consumatore flaneur si posiziona di volta in volta in base al suo sentire contingente.

Così le sfere del lusso invadono il sAentire contemporaneo e le sfere esperenziali dell’individuo: è potersi prendere i propri spazi, il proprio tempo. Persino l’otium, il sonno, la stasi vengono proposti dalla pubblicità di moda come oggetti di lusso in vetrina, secondo una nuova etica del take it easy.

 

:Siamo immersi in un regime di visibilità totale[21], il voyeurismo implode in se stesso: e c’è ben poco da vedere. Ancora. Oltre. Il corpo è circuito, indagato, esplorato, nella sua fisicità, nella sua intima (im-)penetrabilità. E il volto nella sua ancor più intima inaccessibilità. Così dalla psichiatrizzazione del piacere(il voyeurismo come patologia), questo guardare (dentro più dentro: oltre e altrove) si fa dispositivo di visione, metodo dello sguardo. Sottende uno sguardo fotografico, erotizzato. Estetica della(di-)visione. Nell’Uomo della folla[22], il protagonista osserva la sua “vittima” da dietro. Il suo sguardo è sedotto, induce all’inseguimento (spossante, notturno). Finchè la “vittima” si gira all’improvviso, guarda a sua volta…rivela il suo volto. Ma è come se il volto fosse sempre di spalle, come ri-volto verso un dovAe che sfugge. E che inseguiamo. Come un uomo della folla…

 

9Newton. Dall’estetizzazione del voyeurismo all’esibizionismo dirompente del lusso.

Il lusso è la celebrazione della ricchezza. Ostentazione. La fotografia di Newton, rispetto alla “sensualità patinata di Seidner, all’erotica ornamentale di Herb Ritts e Steven Meisel, all’estetizzazione quotidiana che diffonde mode e cultura dell’oggetto di lusso, fashion a basso prezzo, seduzione erotiche tradotte visivamente dal corto circuito moda, fotografia e pubblicità, è onirica, costruzione dove la scena è ostentazione di lusso e ricchezze, ma il cuore dell’immagine, perentorio bianco e nero, o colori acidi e dirompenti, esibisce un corpo femminile balestrato e muscolare, una donna postfemminista, aggressiva ma comunque legata ad un feticismo opulento e codificato da un immaginario erotico maschile”[23].

 

Visus e feticismi visuali

 

Se l’erotismo è  l’approvazione della vita fin dentro la morte[24], e attiva il desiderio rimandando sempre ad altro, la pornografia esaspera l’anatomia del reale feticizzandolo in  frammenti decontestualizzati: il feticismo muove il desiderio fra questi due poli. Da una parte opera un nascondimento ed è adorazione del velo[25], dall’altro segue l’analitica performativa e frammentante della pornografia[26].  La marginalità del surrogato acquisisce così nuove valenze simboliche e al contempo si opera una reificazione di  categorie astratte al fine di trasformarle in  scenografie nelle quali performare il desiderio.  Hebdige[27] ha evidenziato proprio come “in determinate situazioni, gli oggetti possono diventare il fulcro dell’esercizio del poAtere e della sua negazione. E così un tubetto di vaselina, simbolo dell’omosessualità di Jean Genet, è capace di condensare nella sua forza simbolica le forme dell’alterità culturale e della subalternità sociale, trasformandosi in uno scudo identitario contro le umiliazioni e le percosse degli aguzzini che avevano incarcerato lo scrittore il cui “esilio volontario“ è è paragonato allo stile delle sottoculture”[28]. Una sensibilità fetish sarebbe alla base degli street style, nell’ostentazione dei segni della devianza, già a partire dagli anni Settanta,  come manifesto di rivendicazione della propria esistenza. Il glam ha da allora, riprendendo la metafora della vasellina, spalmato questo lubrificante sul filtro dell’obiettivo, così come fanno i fotografi per ottenere l’effetto flou, diffondendo la sensibilità fetish delle sottoculture più che massivamente. Oggi il feticismo si è trasformato “da iniziale segno di perversione individuale a emblema di una diversità subalterna che deborda i suoi confini e viene assorbita dall’industria culturale, specialmente della fotografia, dal cinema, dalla pubblicità e dalla moda”[29]  e  “l’ integrazione sistematica del fetish nelle logiche del sistema”[30] è pienamente realizzata.  Ciò è avvenuto dall’emersione degli street style sulla superficie del mainstream e del loro assorbimento “all’interno dei processi creativi delle aziende di moda” [31] , seguendo una logica di funzionalizzazione della devianza[32] che è andata sempre di più riformulandosi all’interno di scambi simbolici con gli universi delle griffe.  Il feticismo ha raggiunto un volore normativo negli immaginari, la “donna fallica” e “il trauma della mutilazione”[33] si sono cristallizzati nei codici visuali contemporanei. E’ indubbio che il femminile sia maggiormente investito da questo processo nei testi fotopubblicitari, e senza ricorrere a spiegazione di tipo fanta-biologico[34],  che partono dal presupposto che  l’impulsività sessuale maschile inerisca a un’area del cervello, “una parte dell’ipotalamo vicina al sistema di ricezione visiva (il nucleo preottico)[35]. Le cause sono invece molteplici e complesse, una spiegazione più semplicistica può essere al limite assunta (scongiurando riduzionismi di qualunque tipo) come suggestione “ottica” per la comprensione del fenomeno “moda”, così come la considerazione dell’abito come caratteristica sessuale secondaAria, già presente di natura nel mondo animale, e invece giocata affatto culturalmente dall’uomo.

La moda negli ultimi tre lustri ha attinto a piene mani nel mondo delle “perversioni sessuali o alle sottoculture sessuali”[36]: in passerella come nelle riviste il fenomeno ha assunto sempre maggiore visibilità.

Gli anacronistici scatti di John Willie divengono i filtri usitati delle rappresentazioni fotopubblicitarie del femminile, ma è Newton è uno dei fotografi che è riuscito a declinare questa sensibilità con maggior creatività, rendendo il fetish chic,

 

     

Fig. 1-4. John Willie, “Senza titolo”, 1936. Accanto:Helmut Newton per Yves Saint Laurent, 1993. In basso a sinistra ancora Newton per , Vogue America, “Monte Carlo”, 1998. In basso a destra: Helmut Newton “Bergstrom, Paris”, 1976.

          

 

focalizzandosi sulla relazione tra sesso e potere[37]. I suoi personaggi sessuati erano “il voyeur, l’esibizionista, la prostituta, il feticista, il sadomasochista, il travestito e la dominatrix”[38]. Il fetichic ha percorso trasversalmente le mode che si sono succedute nell’ultimo trentennio, con esiti più o meno interessanti, ma quel che in questa sede si vuole rilevare è la sua pervasività all’interno degli immaginari. Il volto della moda è fetish. Fetish-face. Chi brandisce la frusta può interessare ad un certo dibattito femminista, il nesso da esplorare è piuttosto quello del rapporto tra sesso e potere all’interno della comunicazione pubblicitaria della moda.

 

 

4 Irotismo, erotismo e pornografia

 

L’erotismo esige dépense.

Nonostante il processo di razionalizzazione della natura, permane una “tendenza perenne all’eccesso, che può essere ridotta soltanto in parte, mai completamente”[39].

Proprio “il momento della trasgressione è l’esplosione in pura perdita delle pulsioni, è la dèpense illimitata che svincola, “scatena” gli individui dal mondo del lavoro protetto dai divieti, e fonda così’ il mondo sacro”[40]. Ed è il sacro “che risponde al problema della coesione sociale”[41].

Nulla di davvero trasgressivo nella pornografia, i cerimoniali del sacro si riducono a teatralizzazioni performative del godimento.

La pornografia è arresa al godimento (non necessariamente solitario), ovvero a non poter esprimere più di quel che mostra: una funzione (anche quando deviataA) anatomica del corpo sessuato. Ce n’è per tutti gusti. E’ un universo di consumo iperparcellizzato al quale attingere in (per-)versioni più edulcoral-democratiche e da rivendere glamourizzate nel sofisticato packaging (makeup) del pornochic. Ancora l’irotismo la password per accedere ai criptati sistemi  dell’immaginario. Perché non ci sarebbe davvero differenza tra la messa in mostra di corpi anatomici vestiti e cadaveri in attesa di essere spogliati per fargli un’autopsia.  A meno che non si aggiunga una buona dose di autorialità come nella serie Morgue di Serrano. Autorialità alla quale, forse troppo spesso, è demandata la capacità comunicativa delle campagne di moda. Irotismo, dunque. Irotismo e bassa versus alta definizione. Per risultare seducente un corpo di moda non può meramente mostrarsi come anatomico e sessuato. Lo scarto è nella sua capacità di mostrarsi come e quando deve, e demandare il resto alla carica eversiva dell’interdetto e del velato. Riferendosi all’artificiale, perché “la seduzione non appartiene mai alla sfera della natura”[42], ma lasciandolo fluttuare nell’indeterminazione del senso e dei sensi. L’iperrealtà del sesso, l’ “iperrealismo del godimento, in particolare al femminile”[43] , se non necessariamente deve condurre ad una catastrofe del principio di realtà, sicuramente non basta a stimolare le zone erogene degli immaginari del consumatore. La saturazione visuale dei corpi e l’omogeneizzazione dell’immagine-corpo[44] è contingente e complementare alla necessità di individuare la verità dei e nei volti per  rispondere adeguatamente all’anestesia visuale della quale siamo vittime e carnefici. Mentre possiamo assuefarci alla visione di corpi resi indifferenti da un veder troppo e ovunque,  non possiamo fare altrettanto con i volti, perché il volto rimanda sempre in un altrove che ci sfugge, e che neppure l’eccesso sa renderci più accessibile. Un corpo per non risultare anatomia deve essere individualizzato da un volto. Saremo pur sempre filosofia sul bancone del macellaio, ma avremo almeno e comunque posto la nostra differenza nella dignitosa inaccessibilità del volto.

Per Baudrillard “il femminile seduce perché non è mai lì dove pensa di essere”[45].  Il volto è al femminile. Per questo seduce. Ed è per sineddoche il corpo, in una retorica erotizzata della genitalità.

Ma pensare il “femminile” necessita un pensare molteplice, spingendosi ben oltre le differenze di genere. Ri-pensare  il femminile, vuol dire ripensare il corpo come “codice di comunicazione  aperto e giocosamente radicale nella sua carnalità diffusa [poiché] l’identità della donna non è più basata sull’opposizione di genere (maschile/femminile) e non è più arenata nel mostrare una condizione di dolore e di sofferenza come risposta alle forme di controllo , ma vuole essere un’identità fluida, capace di manifestarsi attraverso una rete di legami diffusi, estesi , acentrici, reticolari”[46]. Fuori dalle dinamiche oppositive la fluidità e l’autodeterminazione  delle strutture di genere, svincolate dai costrittivi paradigmi della scienza e della tecnologia[47].  Così se la partecipazione femminile alle dinamiche di produzione di cultura e Aconoscenza, e nei processi tecnologici, è sempre più importante, nuove forme di biopotere tendono a ricalcare obsolete logiche duolistico-oppositive. 

Persino l’attitudine  proiettiva a pensarsi al futuro deve fare oggi i conti con una alterità che è anarchia della progettualità, con una utopia pratica ma labirintica e a tempo determinato: si cita il passato nella recita del futuro. Così l’ossessione occidentale per le figure ibride, freaks e fascinosamente de-formi e debordanti, nata dalla fabbrica[48] si fa sguardo erotizzato sull’alterità prima, quella femminile, che è “minaccia per il programma di artificializzazione della vita”[49], nel suo residuo di naturalità fertile.

La femminilità viene allora investita nell’immaginario,   dell’ambiguità del doppio perturbante (come la bambola e l’automa) e  dell’artificiale destabilizzante (il cyborg): della seduzione virale di nuove geografie desideranti. L’immagine produce da sé le sue anatomie di carne, il suo delirio desiderante.

TSe Raggi x, Endoscopia, ecografia, tomografia, scansioni elettroniche, ecc. ci hanno restituito nuove immagini del corpo, denunciando ancora una volta il divorzio tra corpo e immagine e proiettandoci in un mondo di immagini senza corpo e corpi senza immagine[50], un inconscio fisico come quello proposto da Bellmer[51] hackerizza il concetto di desiderio e di seduzione e, quindi, di corpo. La pubblicità di moda propone invece spesso (ma non è quella che ci interessa) un menu di corpi così ampio che ognuno può trovarci dentro proprio quello che vorrebbe essere o possedere. L’ampiezza di tale menù è di fatto limitata a variazioni infinitesimale dell’identico: in diverse salse, ma sempre e comunque lo stesso piatto. Con ciò non si vuole di certo accusare gli universi della moda e della pubblicità di voler uniformare le masse a dei modelli prestabiliti e da troppo tempo sin troppo stabili: se ne è discusso già abbastanza e spesso senza troppa intelligenza. Si vuole invece affermare un deficit creativo e soprattutto un’incapacità di essere davvero, se non precorritori di mode e tendenze, almeno al passo coi tempi. Non riusciamo a pensarci al futuro, ma ci sfugge anche il presente. Se l’anatomia seduce poco, il resto è demandato ai volti e ai contesti. Se il sesso per vendere venderà sempre, continuando su questa linea, venderà sempre meno. O si munirà di una buona dose di ironia per farsi perdonare. Fermorestando frequenti cadute di gusto e di stile.

 

 

FOTOGENIE

“Il successo della macchina fotografica nell’abbellire il mondo è stato tale che ora sono le fotografie, e non il mondo , il modello della bellezza”[52]

 

“Man mano che facciamo e consumiamo immagini, abbiamo bisogno di altre immagini e di altre ancora. Ma le immagini non sono un tesoro per impadronirsi del quale occorra perlustrare il mondo: sono esattamente ciò che abbiamo a disposizione ovunque si posi il nostro occhio”[53]

 

La pubblicità di moda, essendo essenzialmente fotografia di moda, diffonde capillarmente non soltanto schemi e moduli estetici[54], sorta di grammatica della visione, ma “cosa ancor più importante, un’etica della visione”[55]. Una estetizzazione del visibile, che ci restituisce, attraverso quel carattere che la Sontag aveva definito di trasparenza strettamente selettiva[56], una realtà pubblicitaria della quotidianità. La fotogenia assurge a carattere fondante della realtà, ancor più della verosimiglianza stessa che le culture accademiche vorrebbero alla base del reale: questo non rende tanto conto della sostituzione dela realtà con dei suoi simulacri[57], quanto del fenomeno tutto attuale che la realtà obbedisca non soltanto alle leggi fisiche che la regolano, ma anche ai filtri della rappresentazione che stanno alla base dello sguardo sociale sulla realtà. In pratica la vecchia filosofia della realtà come percezione della realtà, ma come percezioneA estetizzata. Tra volto e scatto fotografico c’è quindi un’analogia ambigua: la nudità del volto, unica zona del nostro corpo che non ci è data di controllare attraverso il nostro sguardo, e che invece si offre allo sguardo altrui,  è la stessa nudità che affiora in quella violazione dell’intimità che è lo scatto fotografico, in quanto fotografare qualcuno significa vederlo

 

come lui “non può mai vedersi, avendone una conoscenza che non può mai avere”[58]. Le foto delle modelle nella pubblicità di moda non sono però crude testimonianze di violazioni per contratto, non c’è intimità nell’ipertrofia della posa da studio, quanto la volontà di stilare campioni di desiderabilità, e costituire (riflettondolo e moltiplicandolo esponenzialmente) un repertorio di ciò che una data cultura considera desiderabile e su come rendersi desiderabile proprio aderendo a quei mondi rappresentati. Ciò in fede a quel principio in base al quale fotografare significa attribuire valore a ciò che si fotografa[59]: da qui il  carattere altamente selettivo[60] della fotografia, e ancor più della fotografia di moda. Quello che non viene ad annoverarsi in quel repertorio di desiderabilità che è la pubblicità di moda, sembrerebbe allora non avere diritto di cittadinanza nell’Olimpo della desiderabilità. Se questa è un’ovvia semplificazione del processo, ci aiuta però a comprendere come il volto femminile della pubblicità di moda, non sia mai un volto in astratto, ma sempre quel volto e proprio quel volto, tra tanti altri di tante altre pubblicità, e ancor più: tra quei tanti volti non fotografati proprio perché non rispondenti a determinati caratteri e criteri di desiderabilità. Proprio quei caratteri distintivi che riflettono la cultura che li elabora, più che l’interiorità del soggetto secondo i dettami della fisiognomica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1]G.M. Grundenbuam, Labios palpebral, manoscritto inedito.  In M.Canevacci, L’occhio palpitante: il desiderio come etnografiaA dello sguardo, In Avatar, n. 3, maggio 2002

[2] Ibidem.

[3] Ibidem.

[4] Ibidem.

[5] Ibidem.

[6] U. Volli, Figure del desiderio,  Corpo, testo, mancanza, Ugo Cortina Raffaello, 2002, p. 14-15.

 

 

[9] Cfr. E. Lévinas, Dall'altro all'io, Roma , Meltemi, 2002.

 

 

[11]E.Pulcini, Introduzione a G.Bataille, Il dispendio, Roma, Armando, 1997.

 

[12]G. Bataille, La parte maledetta, Torino, Bolladi- Boringhieri, 2003, p. 105.

[13]E. Pulcini, op. cit.

[14] Ibidem.

[15] Ibidem

[16] G. Bataille, op. cit., p. 17.

[17] E. Pulcini, op. cit., p. 14.

[18] Ibidem

[19] G. Bataille, op. cit., p. 104.

 

[20] Ibidem

[21] Cfr. E. De Cecco, Relazioni plurali: qualche ipotesi attorno all’idea di corpo collettivo, in Avatar, Roma, Meltemi, 2006.

[22] E. A. Poe, “L’uomo della folla”, in Racconti del Terrore, Milano, Oscar Mondadori, 2000.

[23] G.Fiorentino, “Foto-piercing: helmut newton”, in Avatar-Corpo, Dislocazioni tra antropologia e comunicazione, Roma, Meltemi, n. 5, marzo 2005, pp. 111-112.

 

[24] G. Bataille, op. cit.

[25] N. Barile, “Essenza del feticismo”, introduzione a V. Steele, Fetish. Moda, sesso e potere, Roma, Meltemi, 2006.

[26] Ibidem.

[27] Ibidem

[28]A Ibidem, p. 15.

[29] Ibidem, p. 18.

[30] Ibidem, p. 19.

[31] Ibidem, p. 20.

[32] Cfr A. Abruzzese, N.Barile,  op. cit.

[33] Cfr P. Greenacre, citato in V. Steele,op. cit, p. 35.

[34] La problematica non vuole essere affrontata se non in un’ottica (eroptica…) multidisciplinare, e la sessualità è solo parzialmente determinata dalla biologia…e non meramente riferibile ad essa secondo supposte equivalenze

[35] W. Glenn, 1989, p. 86 citato in V. Steele,op. cit., p. 42.

 

[36] V. Steele, op. cit., p. 55.

 

[38] Ibidem

[39] G. Bataille, l’Erotismo, Milano, ES, 1997,cit. p. 47.

[40] E. Pulcini, op. cit.

[41] Ibidem

[42] J. Baudrillard, Della seduzione,  Milano, Es, 1997, p. 11.

[43] Ibidem, p. 15.

[44] Cfr. Cfr. Fam, VIRUS MODA. Chic and Choc. Rivestimenti: moda, modelli e mutazioni, Milano, Skira, 2005.

[45] AIbidem, p. 16.

[46]T.Bazzichelli, Subversive body-tech:identità fluide dal cyberfemminismo alla pornografia, in Avatar n. 5.

 

[47] Ibidem

[48]A. Caronia, Il corpo virtuale: dal corpo robotizzato al corpo disseminato nelle reti, Padova, Muzzio, 1997.

 

 

 

 

[50] M. Senaldi, Corpo Arte Video, in Avatar n.5, op. cit.

[51] H. Bellmer, Piccola anatomia dell'inconscio fisico ovvero l'anatomia dell'immagine e altri scritti, Roma, Arcana Editrice, 1980.

 

 

[52] S. Sontag, Sulla Fotografia. Realtà e immagine nella nostra pubblicità, Torino, Einaudi, 1978, p. 74.

[53] Ibidem, p. 155

[54] G. Dorfles, Il feticcio Quotidiano, Milano, Feltrinelli, 1988, pp. 121-126.

 

[55] S. Sontag, op. cit.

[56] Ibidem, p.6

[57] Cfr. J. Baudrillard, op. cit.

[58] S.Sontag, op. cit., p. 14.

[59] Ibidem.

[60] Ibidem.



di Andrea Silvestri