Etica
del gioco a zona
MARCATURA
A ZONA- Il calcio all’italiana propone un
tipo di marcatura in cui, essendo A e B
le due squadre che si affrontano, ed essendo
A1, A2, etc. i giocatori, A1 marca costantemente
B1, A2 marca costantemente B2 e così
via. In più, un difensore, che chiameremo
Ax, si apposta dietro agli altri difensori
e ha il compito di intervenire laddove un
attaccante dell’altra squadra riesca a saltare
il diretto marcatore.
Il gioco a zona propone una difesa rigorosamente
in linea, in cui ogni giocatore controlla
una zona del campo e chiunque vi passi di
lì. Si capisce fin da subito che
si tratta di un tipo di difesa meno ferrea
di quella all’italiana. Per ovviare a questo
inconveniente, si adottano in genere due
strumenti: il pressing (ossia, tutti i giocatori
di movimento partecipano all’azione difensiva,
andando a disturbare l’azione avversaria
fin dal suo nascere) e il fuorigioco sistematico.
SCHEMI– Uno dei principi che in genere contraddistinguono
il gioco a zona è l’utilizzo abbondante
di schemi e movimenti. Laddove il calcio
all’italiana propone pochi schemi, molto
semplici, atti a mettere a proprio agio
i giocatori di maggior valore tecnico della
squadra, il calcio a zona prevede dei movimenti
di massima da affidare ad ogni ruolo, che
solo parzialmente cambiano rispetto alle
caratteristiche di chi quel ruolo andrà
a occupare.
PREPARAZIONE FISICA- Altro principio fondamentale
è una preparazione fisica molto accurata,
che consenta di applicare un tipo di gioco
molto dispendioso sia a livello fisico (pressing)
sia a livello mentale (schemi e movimenti).
Socioantropologia
del gioco a zona
Il
calcio si afferma contemporaneamente alla
nascita della civiltà industriale
e metropolitana. Dunque, si pone storicamente
come contemporaneo di quel punto di snodo
delle culture novecentesche che è
la nascita del lavoro astratto. In diverse
occasioni Alberto Abruzzese ci ha ricordato
come il cinema possa, a ragione, essere
considerato insieme il simbolo della trasformazione
delle forme espressive da prodotto di lavoro
concreto a prodotto di lavoro astratto,
e l’ultima frontiera dello stesso lavoro
concreto (pur all’interno di un meccanismo,
appunto, di lavoro astratto). Ebbene, il
gioco a zona punta a oltrepassare il calcio
fatto di individualità, dove i movimenti
in campo portano a degli scopi da tutti
conoscibili, per trasformarlo in un calcio
in cui solo parzialmente si conosce il risultato
finale del proprio lavoro. Si pongono in
atto dei movimenti preordinati di cui solo
raramente si comprende appieno il significato,
e di cui forse solo la grande mente dell’allenatore-organizzatore
del lavoro capisce il risultato complessivo.
Questo è un primo motivo che rende
il calcio a zona, al pari del cinema, arte
della fabbrica. Vi sono almeno altri due
elementi che conducono in questa direzione.
Il secondo è quel processo di proletarizzazione
del lavoro intellettuale. Come lo sceneggiatore
è l’intellettuale posto al servizio
dei processi produttivi, il grande campione,
il dieci (ma anche il nove, come vedremo)
è il genio romantico che deve piegarsi
alle esigenze del sistema, costituendone
però, proprio come lo sceneggiatore
per il cinema, la spina dorsale e la garanzia
di successo. Si ricordi il celebre commento
di Sacchi su Van Basten (“Van Basten è
un giocatore come tutti gli altri”). Poteva
il grande Marco, l’uomo che segnava di destro
e di sinistro, di testa e in rovesciata,
su punizione e sottoporta, di velocità
e di potenza, di agilità e di fisico,
essere considerato un giocatore come tutti
gli altri? Non poteva. E infatti era diverso,
anche per Sacchi. Che però, magari
pur non conoscendo le teorie del cinema,
conosceva il proprio sistema e la sua organizzazione.
Il terzo, e più semplice dei tre,
è quella cultura del lavoro sodo,
tecnico, tattico e fisico, che non può
mancare in un tipo di calcio che più
di ogni altro pretende organizzazione e
fatica.
Zeman
forever
Come
noto, le teorie del calcio totale nascono
negli anni ’70 con il tecnico olandese Rinus
Michels. Con la teoria del calcio totale,
cui anche il grande Cruijff deve piegarsi,
Michels fa spiccare il salto di qualità
al calcio olandese. Il tecnico ottenne tre
coppe dei campioni più una finale
persa dello stesso torneo con l’Ajax, una
finale di coppa del mondo nel 1974 (persa
con la Germania) e un titolo europeo nel
1988 con la nazionale olandese, uno scudetto
spagnolo con il Barcellona.
In Italia, in sostanza, il gioco a zona
nasce con Arrigo Sacchi e il suo grande
Milan (uno scudetto e due coppe dei campioni),
prima squadra italiana ad “imporre” il proprio
gioco all’estero.
Tuttavia, ancor oggi l’espressione più
pura, più spettacolare e più
utopistica del gioco a zona è applicata
da Zdeneck Zeman, tecnico boemo divenuto
famoso a Foggia (dove conquistò un
posto in coppa Uefa), affermatosi definitivamente
nella Capitale, con tre stagioni alla Lazio
e due alla Roma, e poi caduto in “disgrazia”
più per certe sue dichiarazioni anti-sistema
(tuttavia poi rivelatesi più che
fondate) che per effettivi disastri sportivi.
Nella stagione 2004-2005 Zeman sembra aver
ritrovato la propria alta dimensione sportiva
ancora in Puglia, a Lecce, dove sta ottenendo
risultati di tutto rispetto. Il calcio zemaniano
è l’applicazione calcistica pura
della fabbrica: allenamenti fisici rigorosissimi,
movimenti preordinati da interpretare, calcio
totalmente votato alla fase offensiva, sistema
meccanico a livello svizzero.
Appendice:
cosa resta del gioco a zona?
A
parte Zeman, cosa ci resta di una grande
filosofia calcistica (ma della società
tutta)? Nel calcio restano degli allenamenti
e una preparazione fisica oggi di molto
superiori a ieri, il pressing a tutto campo
ormai praticato dalla quasi totalità
delle squadre, la tattica del fuorigioco.
Non c’è più, invece, l’idea
di un calcio spettacolare che nasca per
dare emozioni e per divertire.
Nell’immaginario, invece, resta la grande
utopia sportiva di uno sport che porta ala
massimo livello la sua dimensione di squadra,
l’idea di un calcio bello e (spesso) perdente,
e, soprattutto la più grande utopia
del novecento, che il gioco a zona ha tentato
di applicare nel calcio: l’uguaglianza.