Un genere tra i generi

 


Il genere nella cultura di massa1

“Un ricorso a un sistema dei generi è considerato uno strumento efficace nell’analisi della cultura di massa, […] Eppure da molti anni se ne osservano soprattutto i rimescolamenti, le contaminazioni, le deformazioni, le decostruzioni.”

Questa considerazione di Isabella Pezzini ci introduce all’interno della complessa problematica che riguarda la categoria del genere nella della cultura di massa. Pur sottolineando come il genere sia una categoria e una modalità di sistematizzazione che attraversa tutta la produzione umana, espressiva e non, è tuttavia all’interno dei linguaggi dell’industria culturale moderna che a essa viene attribuito il giusto peso come categoria di produzione e di consumo. Chiedendoci perché il genere abbia assunto una piena centralità interpretativa solamente all’interno del cinema, del fumetto, della paraletteratura, della televisione, e non, ad esempio, all’interno della poesia o della pittura, dove tale categoria assume solo parzialmente una funzione interpretativa, la risposta la possiamo trovare nelle definizioni stesse di “genere” nella cultura di massa. Una buona sintesi delle diverse tipologie di definizione di genere che nel corso del tempo sono state utilizzate ce la fornisce Aldo Grasso, che individua quattro raggruppamenti, tutti contenenti elementi di interesse, ma ognuno con punti di incompletezza a vari livelli:
4. Il genere come contenuto del prodotto. Si tratta di una definizione semplice, per non dire semplicistica. E’ vero, ogni genere ha dei contenuti ben riconoscibili. E questo è lo spunto di interesse di questa definizione. Che però, proprio rimanendo all’interno della sfera dei contenuti, incontra il suo limite maggiore. Se ogni genere si potesse distinguere esclusivamente in base al suo contenuto, dovremmo immaginarlo come un contenitore chiuso ermeticamente rispetto all’esterno. L’inadeguatezza di questa possibilità è del tutto evidente. Non è necessario arrivare alla televisione e ai sempre più labili confini tra finzione e realtà, tra informazione e intrattenimento, per valutare la limitatezza di tale prospettiva. Si pensi a un classico del cinema western come Duello al sole (Duel in the sun, K. Vidor, 1948): la sua appartenenza di genere appare assolutamente fuori discussione. Eppure, se dovessimo limitarci ai contenuti, niente ci vieterebbe di inserirlo nel genere melò. L’intero film, in effetti, si regge sulla bellissima storia d’amore tra i due protagonisti. O, ancora, si pensi a uno dei prodotti più importanti di tutta l’industria culturale italiana, Tex. Come ci suggerisce Sergio Brancato:

“Questo successo è dovuto a molti fattori, tra cui: […] l’approccio laico e festoso ai generi letterari di massa, dall’horror fino alla science fiction…”

E, di certo, Tex è un fumetto western. Dunque, dovremmo utilizzare il genere come categoria del contenuto principale (ma non sempre – vedi Duello al sole) della storia? La fragilità di tale definizione viene qui alla luce in maniera evidente.
4. Il genere come l’insieme di procedure standardizzate di produzione. Questa definizione ci torna molto utile. Dobbiamo sempre tener presente, quando parliamo di cultura di massa (ma è un assunto che tornerebbe utile nello studio di tutte le forme espressive), il momento produttivo. Soprattutto riguardo al cinema, negli affannosi tentativi di elevare tale medium al rango di “arte pura”, il momento produttivo è passato non di rado in secondo piano negli interessi degli studiosi, rispetto ad altri, ben più aleatori, elementi. Anzi, molto spesso si è guardato con sospetto a discorsi sulla “produzione” cinematografica, che, nell’artificiosa contrapposizione tra arte e industria, è stata vista come il momento “profano” di questo medium, quando non l’ostacolo stesso nella tensione verso il momento artistico. In ambito televisivo, al contrario, la fase produttiva è stata sempre tenuta ben presente (anche troppo, a dire il vero…) rispetto ad alcuni generi, mentre rispetto ad altri (è il caso della fiction, in particolare quella d’importazione d’oltreoceano) è stata totalmente oscurata. Ad esempio, la letteratura scientifica sulla distorsione involontaria delle notizie e sulle routines produttive delle redazioni attribuisce grande peso al momento produttivo. Ciò non accade per la fiction, che si pretende spesso di giudicare con gli stessi parametri del cinema (per lo meno da un certo tipo di critica cinematografica, che a sua volta valuta il medium filmico secondo parametri mutuati dalla critica letteraria o artistica…), senza tener conto che le esigenze produttive di una soap sono completamente diverse da quelle di un film. Tuttavia, l’assunzione dei modelli produttivi come unici parametri per la definizione di un genere rischia, anche qui, di liquidare il problema in maniera piuttosto semplicistica. Parlando di media, non si può non parlare infatti di consumo e di pubblico, e non si può isolare il momento della produzione da quello della fruizione. Si produce, inevitabilmente, perché qualcuno veda, ascolti, legga. E una categoria interpretativa della cultura di massa non può dimenticarlo.
4. Il genere come emblema della cultura di massa, in quanto insieme di stereotipi. Questa è una corrente di pensiero che, come si può ben immaginare, ha incontrato fervidi sostenitori nei detrattori della cultura di massa. Scavando sotto la superficialità con cui questo concetto è spesso stato assunto, accanto alla poca dimestichezza con l’oggetto di studio, e sottolineando come anche le forme culturali ritenute più nobili si basano sulla ripetizione di molti meccanismi, tuttavia un assunto del genere può anch’esso tornarci utile. La natura archetipica della cultura di massa è stata sottolineata da molti studiosi che necessariamente fanno da punto di riferimento negli studi del settore (si pensi a Morin e ad Abruzzese), e solo un’adeguata attrezzatura teorica può far sì che la complessità di pensiero che questa caratteristica comporta non scada in un arido atteggiamento apocalittico. Pensiamo a generi come la fantascienza, in grado di produrre, rappresentare e alimentare l’immaginario tecnologico della società, o il poliziesco, come rappresentazione della dialettica tra ordine e disordine nella modernità. Questi elementi difficilmente possono essere colti da atteggiamenti volutamente snob o involontariamente impreparati sull’argomento. Dunque, tornando al nostro discorso, il genere è per molti versi, lo sviluppo di archetipi. E’ un punto importantissimo, per quanto ci riguarda. Ma, ancora una volta, c’è qualcosa di più.
4. Il genere come insieme delle marcature testuali che ne permettono la comunicabilità. Arriviamo a uno snodo problematico importante. Il genere non è dunque solamente una categoria inerente al testo e alla sua produzione, ma è qualcosa che inesorabilmente coinvolge il suo pubblico. Non si vuole, qui, aprire un discorso che si preannuncerebbe assai complesso, e per il quale si rimanda piuttosto ai cultural studies. Tuttavia, è necessario sottolineare il ruolo dinamico svolto dal pubblico non solo a livello interpretativo, ma anche a livello di arricchimento (il cosiddetto finish del consumatore, seguendo Marx). Per questo, in una fase storica che sembra annunciare, e forse mostrare già con chiari segni, la crisi dei linguaggi generalisti, e quindi dell’industria culturale moderna, è da rivedere il ruolo stesso del consumatore di cultura nelle dinamiche della comunicazione, anche quelle afferenti i media ormai più “tradizionali”.
Quest’ultima definizione viene assunta da Grasso prevalentemente in termini semiotici. Risulta a noi indispensabile allargare la prospettiva anche ai territori della sociologia. A questo proposito, ci sembra utile citare quanto detto da Sergio Brancato sul rapporto tra cinema e realtà:

“Il consumo collettivo, che ben presto assume una dimensione rituale, consente di attribuire al film uno statuto di veridicità che passa per una oggettivante consacrazione pubblica. […] La realtà del cinema è, più che frutto della sua matrice tecnologica, la conseguenza di una interazione spinta tra testo e spettatore, tra pubblico e privato. Essa non è il fondamento ontologico del medium, quanto l’effetto di una modalità del contratto sociale.”

Questa considerazione, per quanto legata a un discorso diverso (che, tra l’altro, tornerà a interessarci nei prossimi capitoli), mette però bene in risalto il ruolo centrale assunto dallo spettatore nella cultura di massa. Rispetto al genere, tale centralità si esprime non soltanto come polo della comunicazione, ma entra nella definizione stessa del genere. E’ nostro parere che lo spettatore, in quanto abitatore e attraversatore di luoghi e di processi sociali e culturali, assuma anch’egli un forte potere classificatorio, specie in quei fenomeni culturali e comunicativi sempre più indefinibili. Prendiamo uno dei “casi” della tv italiana nella stagione 2003/2004, la love story di Costantino e Alessandra. Reality o fiction? Se dovessimo chiederlo al pubblico, probabilmente riceveremmo risposte contrastanti, tuttavia nessuna totalmente falsificabile. Probabilmente molti vivranno la storia come “vera”, e dunque si emozioneranno, si commuoveranno, sorrideranno. Altri la vivranno come qualcosa di totalmente preparato, e addirittura si irriteranno al solo sentirne parlare. I primi parleranno di reality, i secondi di un prodotto di finzione.
L’assunzione di tale posizione di forza dello spettatore ci consente dunque di individuare il periodo nel quale, storicamente, da categoria sbilanciata su elementi testuali, il genere diviene in maniera molto determinata categoria di consumo. Il processo inizia negli anni ’30 dell’Ottocento. Il feuilleton si trasforma in romanzo d’appendice nel 1936, da un’idea di Emile de Girardin, direttore di “La Presse”, dando vita a una produzione letteraria esplicitamente orientata al consumo (avremo modo di affrontare più avanti il discorso sul feuilleton). Nella seconda metà dell’Ottocento, poi, restando ancorati all’ambito letterario, grazie a figure come Edgar Allan Poe, Arthur Conan Doyle, Jules Verne, Herbert G. Wells, per citare solo i precursori più noti, si va facendo strada una letteratura che con più profondità produca e sia prodotta dall’immaginario del tempo. Tra pulp magazine ed editoria nasceranno, entro gli anni ’30, i generi paraletterari di maggior successo, dal rosa, alla fantascienza, al poliziesco in tutte le sue diverse declinazioni. L’Italia vive un rapporto complesso con la paraletteratura: molto apprezzata dal pubblico, non godrà che di pochi scrittori famosi, come Liala e Carolina Invernizio nel rosa o Giorgio Scerbanenco nel poliziesco.
Il cinema, già nei primi anni del Novecento, risolve la dialettica tra fotografia animata e fiction in favore di quest’ultima strada. Nel cinema americano si affermano i generi, dal film storico, al western, al noir, al musical (dopo l’avvento del sonoro), alla fantascienza, mentre in quello italiano, con la prima guerra mondiale e con l’avvento del fascismo, il settore entra in un vortice di sofferenze che lo caratterizzeranno, salvo un breve periodo negli anni ’60, per tutta la sua storia. Laddove si paventerà una maggiore industrializzazione del settore, lo si farà passando per un unico, grande genere (la commedia). Alla lunga, questa “via italiana” risulterà troppo gracile e ricca di ostacoli.
Tra gli anni Venti e gli anni Trenta anche il fumetto affronta il sistema dei generi, con un ruolo nevralgico giocato, in questo settore, dagli editori e dalle differenti tradizioni nazionali. Il fumetto è l’unico settore dell’industria culturale, assieme alla moda, in cui l’Italia possa vantare uno sviluppo realmente importante a livello produttivo, grazie in particolar modo alla casa editrice Bonelli (ma non solo: una figura come quella di Giuseppe Nerbini, nel primo dopoguerra, ha contribuito in maniera fondamentale alla nascita di una cultura fumettistica in Italia).
Ancora, la radio diviene strumento broadcasting negli anni ’10, e svilupperà un sistema di generi forse più complesso, perché più ibrido, rispetto al cinema, al fumetto, alla paraletteratura. La dialettica tra parola e suono ancora oggi scandisce le linee editoriali delle emittenti radiofoniche.

“La post-televisione rappresenta la fase del delicato passaggio tra la catastrofe dei mezzi, dei formati e dei soggetti televisivi e l’esplosione dei linguaggi interattivi e virtuali legati al computer e alla telematica.”

Queste parole sono di Alberto Abruzzese e Davide Borrelli. L’individuazione dei new media come punto di implosione dei linguaggi dell’industria culturale, non ci impedisce però di osservare come già l’universo televisivo, con pochi ma decisi segnali, ha potuto avviare quella grande rivoluzione che viene ricondotta, in genere, al passaggio dai mass media ai personal media. Pensiamo al telecomando, nato negli Stati Uniti nel 1956, strumento di affermazione dell’attività corporea dello spettatore televisivo, o anche al videoregistratore, “democratizzato” dal 1975. Se da un lato la tv diviene strumento di esportazione del modello della metropoli, d’altro lato preannuncia la rivoluzione dei new media. La domanda che dobbiamo porci è la seguente, quindi: la categoria del genere, così intimamente legata alla cultura di massa nei punti di suo massimo splendore, sopravvive all’irrompere del post-televisivo? E se sì, come?
Senza pretendere di essere esaustivi, prendiamo in prestito una considerazione di Andrea Miconi sulla produzione (para)letteraria di Valerio Evangelisti:

“La narrativa di Evangelisti è frutto di una commistione di formati (fantascienza, horror, fantasy, perfino il romanzo storico) in cui la fantascienza prevale non in quanto delimitazione di genere, ma piuttosto in quanto attitudine, in quanto disposizione a frammentare gli eventi lungo le linee dell’inspiegabile e dell’ignoto.”

Anche al di fuori dei romanzi di Evangelisti, è evidente come il genere abbia ormai cambiato la sua funzione storica e sociale. Se nel pieno dell’industria culturale di massa era quanto mai chiara la sua funzione di orientamento nella produzione e nel consumo (pensiamo al caso sia pur particolare del romanzo rosa, con il suo target definito di lettori, o ancora al genere noir, nato in parte per essere per gli uomini ciò che il rosa era per le donne), e perciò ogni genere doveva rispondere a dei criteri ben definiti, oggi si assiste a dei processi di ibridazione che fanno del genere non un criterio-guida, ma una tendenza. In ciò ogni genere diviene sempre di più luogo di sperimentazione linguistica “organica” (ossia non aliena alle logiche del mercato e dell’industria). Questo non significa ovviamente che non esisteranno più dei film di fantascienza, o delle rubriche televisive di approfondimento culturale. Significa che ogni genere si apre a contaminazioni sempre più evidenti, ed espande se stesso in altri territori. In tutto ciò, quanto detto più sopra sul ruolo dello spettatore assume una valenza sempre maggiore. Il ruolo dello spettatore nella definizione non solo di classificazione, ma di definizione linguistica dei generi è sempre più forte.


Il genere in televisione

“…nel secondo stadio dello sviluppo della metropoli non si persegue più solo l’obiettivo di integrare nello spazio metropolitano elementi esterni […] ma si punta ad esportare verso di loro il suo modello secondo movimenti di tipo centrifugo […] La massima realizzazione di questo processo coincide con l’avvento del linguaggio radiofonico e televisivo”

In queste parole di Abruzzese e Borrelli riconosciamo la sintesi del linguaggio televisivo. Linguaggio che si presenta fin dalle sue origini da un lato simile, per certi aspetti, a quello della radio, per la sua capacità di integrare al suo interno generi straordinariamente distanti tra loro, d’altro lato decisamente teso all’ibridazione.
Non si pensi che la rottura di qualunque barriera, finanche di quella che separa i generi ancorati alla realtà da quelli nei quali si costruiscono dei mondi possibili, sia peculiarità di quella comunemente definita “neotelevisione” (che, comunque, porta alle estreme conseguenze la qualità sincretica del linguaggio televisivo). Si pensi solo che in uno dei primi programmi trasmessi dalla tv italiana (anzi, il primo dopo lo storico annuncio di Fulvia Colombo e l’inaugurazione ufficiale), Arrivi e partenze (1954), condotto da Mike Bongiorno, nel quale si intervistavano persone, talora famose, all’aeroporto, spesso tali arrivi o tali partenze erano puramente simulati, segno già di una commistione tra fiction e realtà ante-litteram. O, ancora, si pensi a un programma come L’approdo, programma di cultura nato in radio nel 1945, collegato a una rivista trimestrale, arrivato in tv nel 1963, nel segno di una spinta intermedialità.
Dunque il genere televisivo, già nato con confini labili, nel tempo ha subito un processo di ulteriore fluidificazione che lo rende oggi un concetto estremamente inafferrabile e recalcitrante ai pur molteplici tentativi di classificazione. Tenteremo qui di seguito, con l’aiuto di vari studiosi, di capire come si sono evoluti i generi nella tv italiana, e se oggi sia possibile giungere a una classificazione credibile.
Per comprendere i linguaggi e i generi della paleo-televisione, ossia della tv italiana dalle sue origini fino all’avvento delle tv private nella seconda metà degli anni ’70 (ma si tenga conto che si parla di un periodo molto diversificato al suo interno), è necessario ricordare qual era lo scenario televisivo. Alla sua nascita la tv viene sottovalutata da (quasi) tutti gli intellettuali di ogni estrazione; tuttavia, all’interno del mondo politico l’attenzione verso il nuovo mezzo non tarda ad arrivare, e con essa una tradizione di “occupazione” della tv pubblica che si protrarrà fino ai nostri giorni. Non è da meno il mondo cattolico (Pio XII non esita a esprimere, in maniera molto diretta e “colorita”, le sue preoccupazioni verso il nuovo mezzo). Da questa serie di fenomeni intrecciati, ne discende una gestione della Rai tesa ad esercitare estrema cautela nei contenuti e negli obiettivi. Applicando il paradigma di John Reith (storico direttore della Bbc) educare – informare – intrattenere, fin dagli inizi è proprio il primo elemento a risultare centrale nelle preoccupazioni di dirigenti e autori Rai. La prospettiva pedagogica attraversa tutta la gestione della tv pubblica, sia pure in forme molto diverse. Rispetto al nostro discorso, questo atteggiamento ci torna utile per comprendere la scansione in generi della paleo-televisione. Fin dagli inizi si afferma la distinzione fra tre macrogeneri: la fiction, l’informazione, l’intrattenimento. Tutti e tre vengono attraversati, ora più ora meno, dall’obiettivo (inizialmente sincero, anche se discutibile, dagli anni ’60 più chiaramente pretestuoso) di “educare” il pubblico. La fiction, come vedremo meglio nel prossimo capitolo, sembra talvolta mirare più alla diffusione di classici della letteratura che a soddisfare l’esigenza di intrattenimento. O ancora, proprio nell’ambito dell’intrattenimento, c’è da tener presente il grande successo del telequiz (molto diverso da quello odierno), con una larga componente di “erudizione”. O, ancora, si pensi al caso di Carosello:

“In tutti gli altri paesi i comunicati commerciali erano previsti fin dall’inizio, con delle formule molto simili a quelle attuali […] Nacquero così le Note per la realizzazione della pubblicità televisiva redatte dalla SACIS, la cui finalità era quella di introdurre in maniera leggera la pubblicità in televisione”

Daniele Pittèri ci indica qui come anche un programma di grandissima importanza storica (non solo rispetto alla tv e all’industria culturale italiana) e di grande innovazione linguistica nasca per coniugare, da un lato, le esigenze produttive dell’industria televisiva e la necessità di seguire il paese nel suo nuovo approccio ai consumi, e, d’altro lato, la preoccupazione verso un mezzo, laddove si palesano le sue potenzialità “sovvertitrici” rispetto alle gerarchie culturali classiche. E abbiamo tralasciato qui i casi più evidenti di pedagogismo (si pensi a Una risposta per voi o a Non è mai troppo tardi).
Fin qui le estetiche della tv del monopolio, pur con le chiare differenze tra la tv delle origini e quella gestita da Ettore Bernabei (1962-1974), una tv molto più improntata a una gestione aziendale e a una dimensione industriale.
La rivoluzione del sistema televisivo, avvenuta a metà degli anni ’70 dal punto di vista legislativo (accenneremo nel prossimo capitolo all’intenso biennio che va dal ’74 al ’76), ma germogliata dai fermenti culturali degli anni precedenti, include una serie di innovazioni sul piano linguistico che proviamo qui di seguito a schematizzare:
- introduzione della pubblicità in dosi massicce e non ancora regolamentate. Questo porta a un linguaggio sempre più frammentato, e all’abbattimento del confine tra un programma e l’altro, dando la sensazione di una tv sempre più contenitore.
- moltiplicazione dell’offerta televisiva. Questo porta a uno spettatore sempre più autonomo e sempre più attento ai propri gusti. Alcuni generi della paleo-tv si assottiglieranno o scompariranno dai palinsesti perché poco graditi dal pubblico.
-accettazione da parte della Rai del terreno di sfida proposto dalle tv private.
Nel 1976 vedono la luce due generi fondamentali della tv italiana: il “contenitore” (che potremmo addirittura assumere come simbolo della neo-tv), che nasce con la prima Domenica In, condotta da Corrado, e il talk-show, con Bontà loro di Maurizio Costanzo (ma con un precursore come Luciano Rispoli). Si tratta, evidentemente, di due generi destinati a durare nel tempo.
Gli anni ’80, mentre dal punto di vista degli assetti si va delineando il duopolio, rappresentano il periodo del trionfo dell’intrattenimento, che va oltre il varietà tradizionale e si presenta, per dirla con Michele Sorice, in “forma della trasgressione”, intesa sia come rottura dei linguaggi tradizionali (si veda Quelli della notte – 1985 e Indietro tutta – 1987 di Renzo Arbore, o ancora il Fantastico condotto da Adriano Celentano nella stagione ’87-’88), sia come nuovi contenuti, fino a qualche anno prima assolutamente tabù (si pensi a Colpo grosso – dal 1987). Nuova forma di intrattenimento è la fiction di lunga serialità, massicciamente importata dalle reti private sia dagli Stati Uniti che dai paesi sudamericani. La Rai mostrerà un grave ritardo nel comprendere le innovazioni nel campo della fiction, continuando per anni a produrre su un modello non lontano da quello delle origini, ed evadendo la visibile domanda sociale di questo genere di prodotto, sia in ambito produttivo che nell’importazione. Ma questo decennio non è solo intrattenimento. La forma di reazione più brillante (e probabilmente più inaspettata, oltre che osteggiata dall’interno dell’azienda stessa) del polo pubblico è rappresentata dalla stagione della Rai Tre di Angelo Guglielmi. In questa stagione nasce la tv-verità, che coniuga in certi casi splendidamente la componente di intrattenimento e quella di servizio. Ma a Rai Tre si deve pure la nascita di un genere che negli anni ’90 stravolgerà l’informazione televisiva: l’infotainment. Il primo caso è infatti Samarcanda (1987) di Michele Santoro (anche se andrebbe ricordato Mixer, che Minoli idea nel 1980).
Nel 1990, dopo almeno 4 anni di attesa, la legge Mammì sancisce, in pratica, la legalità della situazione esistente. Per quanto concerne il polo privato, ciò comporta la definitiva e piena industrializzazione dell’azienda, con un allargamento dello spettro dei generi adottati, soprattutto rispetto all’informazione. Per quanto concerne la Rai va segnalata la completa accettazione del campo di sfida proposto/imposto dal polo privato. Dal punto di vista linguistico la destrutturazione dei generi assume dimensioni sempre più pervasive, e particolare è la relazione che si instaura tra tv e (senso di) realtà. In questo senso si deve collocare non solo lo sviluppo del reality show, dalle sue forme più tradizionali (tool tv, emotainment, people show etc.) alle forme più totalizzanti e rivoluzionarie (quelle che Paolo Taggi chiama “reality avanzato”), che trovano declinazione non solo nelle tv generaliste ma in una forma estesa di intermedialità, ma anche il ritorno, sotto forme completamente diverse, della fiction di produzione nazionale. Quest’ultima, trovando finalmente una dimensione di lunga serialità, si avvicina, come vedremo, ai tempi sociali, provocando effetti di realtà mai toccati nello sviluppo di questo macrogenere. Altro punto chiave che si va sviluppando negli anni ’90 è la presenza sempre più massiccia del format.

“Nel corso degli anni Novanta si afferma definitivamente il format, ovvero un’idea originale di un programma con una struttura testuale relativamente aperta pronta all’adattamento per la rete e la realtà locale.”

Così Michele Sorice definisce il format, individuandone il ruolo nodale rispetto a una serie di questioni aperte: il rapporto tra pratiche produttive e testo, il gusto degli spettatori, il rapporto intertestualità/autoreferenzialità, il meccanismo di messa in forma dell’esperienza, lo stile, la tecnologia. Paolo Taggi suddivide i format in relazione alla tipologie di intervento che necessitano: format Lego, format Meccano, format Pongo, format Sabbia e format Dungeons. Invece, c’è chi come Isabella Pezzini arriva a considerare il format come una categoria in qualche modo “alternativa” al genere nello studio della televisione:

“…negli ultimi anni è emerso e si è attestato un termine intermedio tra la categoria di genere e il singolo programma: si tratta del format…”

Ancora, rispetto agli anni ’90 va segnalato un riemergere del telequiz, non più nella sua forma ibrida tra intrattenimento e divulgazione, ma in una forma iperspettacolarizzata e con dei protagonisti non più superpreparati sugli argomenti (e quindi, in qualche modo, esempi da imitare), ma meri rappresentati del pubblico, persone comuni che con il loro bagaglio di conoscenze e, soprattutto, di fortuna, tentano la scalata al successo e ai ricchi premi; e, per finire, un ruolo centrale occupato dalla satira, decisamente più libera rispetto al passato, eppure lungamente al centro di polemiche politiche, soprattutto rispetto ad alcuni popolari personaggi. Tale attenzione da parte della politica a questo genere, che negli ultimi anni è stato pari e forse superiore a un settore storicamente “controllato” come quello dell’informazione, è da ricondursi ancora una volta alla discesa in politica, nei primi anni Novanta, di Silvio Berlusconi, proprietario del polo Fininvest-Mediaset, messosi a capo dello schieramento di centro-destra. La sua provata capacità di attrarre su di sé sentimenti contrapposti, ma comunque di porsi al centro della vita politica e culturale italiana, ha portato molti comici a incentrare su di lui l’attenzione dei propri spettacoli, suscitando ora plausi e ovazioni, ora invocazioni “forcaiole”, ma arrivando in genere a realizzare dei prodotti di buon successo e di riconosciuta, ottima qualità.
Prevedere come cambieranno i generi nel futuro è impresa assai difficile. Certo è che si dovrà tenere conto del ruolo sempre più pervasivo del format, della crescente importanza delle tv narrowcasting di ogni tecnologia, dell’intermedialità sempre più diffusa, dell’accresciuta interattività. Questo si ricollega a quanto detto nel primo paragrafo rispetto al ruolo sempre più centrale dello spettatore nel definire le categorie stesse di classificazione, con il proprio consumo dei prodotti televisivi.
Dopo questo excursus storico sui generi, al fine del nostro lavoro resta la questione più difficile, e cioè tentare di individuare se non dei generi nella tv odierna, quantomeno delle tendenze principali. E’ stato visto come sia relativamente semplice tentare di classificare i generi nella tv del monopolio. Impresa titanica, e di dubbia utilità scientifica, o anche meramente orientativa, è farlo sulla tv di oggi. Quella che segue è l’immensa classificazione di Paolo Taggi (la sua lunghezza dimostra come il tentativo di essere dettagliati rispetto ai generi televisivi può risolversi in risultati quantitativamente e qualitativamente “bizzarri”) dei soli generi “tradizionali”:
- Fiction:
- Drama serial
- Drama series
- Soap
- Sit-com
- Telenovela
- Tv movie
- Entertainment:
- Candid camera show
- Contenitore
- Game show
- Adventure
- Dating
- Emotainment
- Eventi
- Gialli ricostruiti
- Giochi di carte e dadi
- Giochi di estrazione
- Giochi di fantasia
- Giochi di ruolo
- Giochi di scommesse
- Improvvisazioni
- Enigmistica
- Maratone benefiche
- Musicali
- People show
- Psicologia
- Quiz
- Reality show
- Satira politica
- Satira di costume
- Società e costume
- Stunt Show
- Talk show
- Tv utile
- Tv verità
- Varietà
- Videogiochi
- Infotainment:
- Attualità e cronaca
- Edutainment
- Factual
- Feature
- Giochi educativi per bambini
- Giochi di conversazione
- Giochi grammaticali
- Inchieste
- Letture di testi letterari
- Lavoro
- Lifestyle
- Programmi scientifici
- Ricostruzioni teatrali
- Salute e benessere
- Società

A questi generi “tradizionali”, Taggi aggiunge una serie di generi “nuovi” classificati sulla base delle loro proprietà: generi trasversali, incerti, indefiniti, transgenici, inquieti, ossimoro. E’ evidente come questa sterminata e faticosissima classificazione, per quanto contenga degli elementi di indubbia validità (ad esempio, possiamo dare per buona la tripartizione dei macrogeneri in fiction, entertainment e infotainment), presenti dei limiti e delle zone d’ombra. Ad esempio, far passare il flusso della fiction in questi sei sottogeneri è molto limitante, così come appare difficile mettere sullo stesso piano la categoria game show e la categoria giochi di carte, in quanto appare evidente che il primo è un genere consolidatosi nel tempo a livello internazionale, mentre il secondo, decisamente poco battuto, potrebbe tranquillamente essere contenuto nel primo.
Dunque, effettuare delle classificazioni dei generi televisivi a livello generale è molto complesso e rischia concretamente di scivolare o in categorie molto generali (fiction, entertainment, infotainment), o in categorie talmente piccole e fluide (per una serie di ragioni, in parte riconducibili a quanto detto nel par. 1.1) da risultare inconsistenti. Inoltre, se per il cinema o la paraletteratura è credibile una classificazione “orizzontale”, cioè consistente in una serie di generi che, per quanto ormai ibridati e riconducibili, appunto, a tendenze, si pongono sullo stesso piano, per la tv sarebbe necessaria una classificazione, oltre che molto estesa, sviluppata anche in verticale e a più livelli. L’alternativa a tutto ciò, ed è quella che noi seguiremo e che la letteratura scientifica sembra prediligere (per la vastità e la complessità dell’argomento), è quella di limitare il campo di studio a un (macro)genere televisivo, tentando di scandagliarlo a fondo. Nel nostro caso, si tratta della fiction.


Il genere fiction

Il primo problema che dobbiamo porci, parlando di fiction televisiva, è che cosa può essere considerato fiction e cosa deve essere considerato altro. Da questo punto di vista, ci torna utile la considerazione di Michele Sorice sui mondi possibili:

“La fiction (letteraria, audiovisiva, etc.) […] fa riferimento a un mondo possibile descrivendone, almeno in parte, la configurazione.”

Dunque, la fiction disegna un mondo possibile, un mondo con una sua coerenza interna. Il che non significa che la fiction disegni dei mondi necessariamente realistici, ossia simili ai nostri. Piuttosto, il mondo deve avere una verosimiglianza rispetto all’universo valoriale che costruisce. Lo spettatore di Streghe accetta tranquillamente, e forse si appassiona al prodotto per questo, che le protagoniste siano in grado di bloccare il flusso spazio-temporale di ciò che le circonda e intervenirvi, evento narrativo che sarebbe piuttosto complesso accettare in CSI. Il limite che si può incontrare nella prospettiva dei mondi possibili è: in quali prodotti la tv costruisce dei mondi possibili, e quando invece si può parlare di prodotti che fanno riferimento al mondo reale? Ovvero, quando si può parlare di fiction, e quando si può parlare d’altro (infotainment, reality, etc.)? La risposta sembrerebbe risiedere nella scrittura. Ossia, la fiction avrebbe una sceneggiatura scritta e recitata, gli altri generi no. Tuttavia, a un’analisi più profonda, si deve assumere che la sceneggiatura non è l’unica forma di scrittura di un programma. Anzi: il casting, il montaggio, la location, le regole del gioco, sono elementi di scrittura (e, quindi, di costruzione di mondi possibili) comunemente utilizzati, ad esempio, nei reality. A nostro parere, la risposta non può che risiedere in ciò cui accennavamo nel paragrafo 1.1, ossia nell’attribuzione sociale di realtà. Il pubblico si emoziona per la storia d’amore tra Costantino e Alessandra, per i conflitti relazionali del Grande Fratello o dell’Isola dei Famosi come per Un posto al sole, con la differenza che i primi sono considerati “veri”, ossia spaccati del mondo reale (per quanto anche qui vi sia la costruzione di un mondo altro), mentre l’ultimo è un programma che si apprezza per la costruzione di un mondo altro (per quanto una delle peculiarità della soap, che viene sviluppata con particolare attenzione proprio in Un posto al sole, sia proprio l’impressione di “finestra” sulle storie e sui personaggi che si raccontano, come se la vita raccontata in quei 25 minuti quotidiani andasse avanti una volta terminata la puntata). Dunque, un parametro fondamentale nella decisione su cosa sia fiction e cosa non lo sia è l’attribuzione sociale dello statuto di verità o di veridicità.
Ciò detto, è ora necessario passare ad analizzare la fiction “dall’interno”. La fiction viene solitamente classificata sulla base di due parametri. Il primo, specifico della fiction televisiva, è il formato, ossia l’utilizzo che viene fatto del tempo. Il secondo, mutuato dal cinema, è il “genere”. Sono entrambi indispensabili, ma si tenga conto che, per una serie di ragioni, il “genere” dei prodotti di fiction è un criterio più aleatorio rispetto ai prodotti cinematografici, per i motivi che andremo a valutare più sotto.
Rispetto al formato, tutte le classificazioni, pur molto diverse tra loro, sono concordi nel definire una distinzione preliminare, che riguarda, dal punto di vista narrativo, l’uso che si fa del tempo. Qualora si utilizzi il tempo in termini di continua reiterazione, in cui la memoria dei personaggi e il loro sviluppo siano, nel tempo, praticamente nulli, si ha di fronte una serie. La serie (o meglio, il concetto “puro” che sta dietro alla serie, poiché, come vedremo, le ibridazioni hanno portato a una drastica riduzione delle “serie” pure – se si escludono casi come I Simpson, o le sit-com, per le quali però il discorso è più complesso) si costruisce su un numero, di solito piuttosto esteso, di episodi, che si sviluppano e si concludono nell’arco di una sola puntata. Il modello contrapposto di utilizzo del tempo si basa sullo sviluppo di una serie di linee narrative che si estendono nel tempo, in maniera potenzialmente infinita. In questo caso si parla di serial. Per avere una classificazione se non completa, quantomeno utile, è necessario incrociare questi due parametri sull’uso del tempo con i diversi modelli produttivi. In particolare, è utile tenere presente la suddivisione della produzione di fiction in prodotti di breve e di lunga serialità.
Rispetto alla breve serialità, dunque, incontriamo da una parte la mini-serie, e dall’altra il mini-serial. Nelle classificazioni più diffuse, queste due tipologie di prodotto sono confuse e definite genericamente miniserie, o serie all’italiana. L’espressione “serie all’italiana”, in realtà, non soddisfa appieno gli scopi di questo lavoro, rischiando di ingenerare confusione. Emiliana De Blasio sostiene che la “serie all’italiana” unirebbe “le caratteristiche della serie serializzata a quella dello sceneggiato”. L’espressione potrebbe far pensare alla serie all’italiana come a una variabile della serie lunga. Invece, si tratta di un prodotto a breve serialità, basato su poche puntate (al massimo otto), in genere incentrato su uno o due protagonisti (soprattutto nei prodotti di maggior successo), e su episodi autoconclusi legati attraverso una trama di sfondo più o meno forte. Si tratta del modello di fiction ancor oggi più utilizzato in Italia, e, dato il generale apprezzamento del pubblico verso questo formato e i costi non proprio contenuti, si cerca di mediare in genere tramite un modello che si può definire a “serialità ripetuta”. Tale tipo di serialità, sviluppatasi negli anni ’80 con La piovra (ma con precursori importanti, come le serie ispirate al tenente Sheridan, negli anni ’60), si basa, nei casi di successo, su delle miniserie con diversi seguiti nel corso degli anni. Quindi, non una serialità “continua”, giornaliera o settimanale che sia, ma che si sviluppa, spezzata e senza delle previsioni precise, negli anni. Chiameremo questo modello, per evitare confusioni terminologiche, miniserie. Il miniserial, basato anch’esso su poche puntate (spesso due), si basa invece su un’unica narrazione che si sviluppa lungo tutta la durata del prodotto. Il fatto che questo formato si basi spesso su due puntate (sono miniserial tutte le fiction biografiche di recente produzione), ingenera una confusione con il tv-movie. Quest’ultimo, senza alcuna deroga, è un prodotto puntuale (spesso inserito nella cornice di un dibattito riguardante le tematiche affrontate nel film, di solito di natura sociale), rappresenta un impegno economico molto forte (a causa dell’assenza completa di fidelizzazione e di riutilizzabilità delle location e delle maestranze), ed è utilizzato pochissimo in Italia.
Passiamo alla lunga serialità. Afferenti all’area del serial, troviamo tre tipologie di prodotto, ossia la soap opera, la telenovela e il serial “settimanale”. La soap opera si basa, come noto, su un numero indefinito di puntate quotidiane, su un elevato numero di linee narrative, che si estendono potenzialmente all’infinito, e di personaggi. La serialità quotidiana conferisce alla soap un’aderenza ai tempi sociali superiore a qualunque prodotto televisivo. Con il termine “soap opera” si intende una tipologia di prodotto molto diversa a seconda delle tradizioni nazionali. Su questo, è molto importante il contributo di Daniela Cardini, che sottolinea la differenza tra soap americana e serial drama britannico. Tuttavia, per le differenze narrative visibilissime, non possiamo considerare la telenovela come la declinazione sudamericana della soap. Il protagonista individuale, la visione semplificata della realtà, soprattutto la finitezza della narrazione (pur in un numero molto alto di puntate) deve portarci a considerare la telenovela come un prodotto a sé (anche alla luce del fatto che il nostro è un lavoro sulla scrittura della fiction), con determinate coordinate geografiche e socioculturali, oltre che narrative e produttive. In Italia, in passato, sono stati fatti dei tentativi nella produzione di telenovelas, tuttavia con risultati dimenticabili. Esiste poi un ulteriore formato, che può a sua volta estendersi molto a lungo nel tempo: si tratta del serial “settimanale”, il cui esempio storico più importante è senza dubbio Dallas. Questo formato si differenzia dalla soap, oltre che per la sua cadenza settimanale, anche per le puntate di durata superiore ai trenta minuti scarsi della soap, mentre si avvicina ad essa per la molteplicità delle linee narrative e per il potenziale sviluppo all’infinito della trama. I casi di serial settimanale, in realtà, sono molto pochi.
Afferenti all’area della serie troviamo la serie a episodi, la serie antologica, la serie serializzata e la sitcom. Le prime due, attualmente, non sono prodotte in Italia. La serie a episodi è la formula della serie pura. A questa formula appartengono alcune delle fiction americane più famose di sempre. Si basa su episodi autoconclusi, collegati tra loro dalla ricorrenza dei personaggi principali, della struttura narrativa, spesso delle locations. La serie antologica, invece, ha collegamenti molto più vaghi (ad esempio, il genere e il “presentatore” degli episodi, come in Alfred Hitchcock presenta) ed, essendo assente qualunque ricorrenza di locations, personaggi (e quindi attori) e maestranze tecniche, crea una fidelizzazione debole e richiede un gravoso impegno economico. Sebbene oggi non sia prodotta alcuna serie antologica, la formula dell’antologia, nella forma però della breve serialità, è stata prodotta in Italia nel passato (ad esempio, I racconti dell’Italia di ieri del 1961). La serie serializzata, invece, ibrida la forma della serie con quella del serial, facendo prevalere ora l’elemento “serie” (come ne La squadra), ora l’elemento “serial” (come ne Il medico in famiglia). Pur con forme molto diverse tra loro, la serie serializzata è molto usata in Italia e ad essa appartengono prodotti di ottima qualità industriale, come i due appena citati e come Distretto di polizia (soprattutto nella produzione americana, la serie serializzata è assolutamente centrale nel sistema fiction). Per finire, la sitcom. Si tratta di una declinazione particolare della forma “serie”, con proprie caratteristiche produttive e di scrittura. Si tratta di un prodotto in cui molti tentativi sono stati effettuati in Italia, ma in cui è necessario prendere atto dell’enorme distanza che intercorre tra i prodotti nostrani e quelli americani. Nel nono capitolo tratteremo la sitcom nello specifico, ma è qui necessario sottolineare, pur in un panorama non proprio idilliaco, come alla sitcom appartenga uno dei prodotti più longevi della storia della tv italiana, e cioè Casa Vianello.
Sintetizziamo ora in una tabella i formati della fiction attualmente prodotti in Italia:


Serialità breve Lunga serialità
Forma del serial Tv-movie
Miniserial Soap opera
Serial settimanale
Forma della serie Miniserie Serie serializzata
Sitcom


Per quanto concerne invece i generi della fiction italiana, non è possibile ereditare completamente le categorie cinematografiche alla tv. Ad esempio, il “medical drama” non è un genere cinematografico, così come tutto quello che normalmente al cinema verrebbe inserito senza problemi nella detection story, in tv necessita di una maggiore specificazione. Detto questo, due precisazioni sono da farsi. La prima è che la fiction italiana può vantare un ventaglio di generi ben più ampio del cinema italiano. Se quest’ultimo ha fatto storicamente leva sulla commedia e sul drama, relegando gli altri generi o a produzioni dalla circolazione assai complessa e dalla produzione a volte avventurosa, o al vezzo di qualche “autore” che solo il pubblico ha riscattato da una sostanziale marginalità rispetto al sistema, la fiction possiede una completezza assai maggiore. Si pensi, ad esempio, che la detective story, che al cinema è quasi del tutto assente, nella fiction necessita addirittura di una suddivisione in filoni, a meno di non mettere all’interno dello stesso genere un giallo–rosa come Don Matteo, una sorta di hard boiled nazionale (o addirittura regionale) come Il commissario Montalbano, un poliziesco come La squadra. Da questo esteso spettro di generi restano ancora esclusi molti generi in cui l’Italia ha accumulato un ritardo storico. Si parla in particolare dei generi che in qualche modo si allontanano dal realismo (si parla quindi della fantascienza, del fantastico, dell’horror – a parte pochissime eccezioni, come il vecchio A come Andromeda o le più recenti serie Fantaghirò).
La seconda considerazione da fare si ricollega alla definizione del genere come “tendenza”. Se, infatti, i prodotti di breve serialità rientrano, pur con qualche difficoltà, in un tipo di classificazione per generi assimilabile agli altri media, i prodotti di lunga serialità sfuggono completamente a queste categorie, soprattutto per quanto concerne le soap. Le tre soap italiane, infatti, nascono da un sapiente mix tra generi (in particolare Un posto al sole è molto indicativo da questo punto di vista). Da questo punto di vista, la lunga serialità, tradizionalmente bistrattata (soprattutto laddove non la si coglie nell’interezza del fenomeno che rappresenta) si dimostra invece particolarmente avanzata a livello di cultura audiovisiva, soprattutto in un paese come l’Italia, in cui il sistema cinema appare sommerso da problemi di sottosviluppo e gestione miope. In ogni caso, si può parlare bene dell’intero sistema-fiction italiano, a costo di tener presente che molto c’è ancora da fare a livello di lunga serialità e di esportazione: all’interno di un’industria culturale come quella italiana, che porta con sé delle tare storiche, si può parlare della fiction come di una sua punta avanzata. Ad esempio, l’importanza della detection story in tutte le sue forme, mette fine a una vecchia contraddizione tra produzione e consumo di cultura: la tv (come il fumetto, che appunto è una delle industrie culturali italiane principali) è stata ed è, infatti, l’unico medium a produrre detective stories con costanza, quantità e qualità. Ciò non toglie, come detto prima, che alcuni generi siano ancora colpevolmente mancanti, sia per vecchi difetti della cultura italiana, sia per problemi strettamente inerenti la tv (ad esempio, la convinzione, ancora diffusa tra associazioni e istituzioni in un modo o nell’altro legate alla tv, che questo medium debba svolgere un tipo di “missione culturale” che non gli è propria, per cui certi generi sarebbero segno di una scarsa qualità).
Dovendo catalogare la fiction contemporanea in generi, possiamo partire da questa classificazione di Michele Sorice:
- biografie
- fiction religiosa
- teleromanzi
- police-drama
- storie sociali
- fiction in costume
E’ necessario aggiungere la presenza sempre forte della commedia, come “tono” principale o secondario, e ribadire che il police-drama è molto differenziato al suo interno, trovandovi polizieschi, gialli-rosa, legal-dramas, etc.

 

1Estratto di tesi di Simone Luciani



di Simone Luciani