IN
FUGA DA DISNEYLAND
Il giusto stava nel
mezzo. Almeno finchè questo nostro policentrismo
esistenziale ci pluri-collocasse ovunque e in nessun
luogo, e l'eccesso non divenisse la regola della “possibilità”:
la percezione di una possibilità che evapora
di fronte al dislivello esistente fra le innumerevoli
possibilità d’esperienza e d’azione rispetto
a quelle realmente esperibili e/o attuabili. La “sovrabbondanza
del possibile” e delle “scelte” nel post-moderno può
essere definita in termini di complessità[1],
e quindi di nostalgia del luogo d’osservazione coincidente
con un punto di vista onnisciente e contemporaneamente
di euforico “surfing” tra punti di vista parziali
ed eterogenei. Il conflitto viene allora a configurarsi
non solo come diretta conseguenza della complessificazione,
ma anche come inedita possibilità, offerta
a un individuo multi-dimensionale liberatosi da costrizioni
di ruolo e gerarchie impositive, di instaurare rapporti
in-dipendenti con ogni parte e sottoparte del sistema
sociale e mediale. L'individuo si scrolla la massa
dalle spalle(qualche volta rimpiangendola, qualche
altra denigrandola) e passeggia agevolmente tra le
vetrine dell'opportunità, ma così svincolato
rischia di perdere non solo il contatto con la realtà,
ma anche la capacità di percepire e valutare
le differenze. I talk show allora continuano a propinarci
reciclaggi del vecchio, e brusche accellerate al nuovo,
quali ricette per la felicità, quasi che la
felicità fosse un luogo a metà strada(e
qui ritorna il “mezzo” come “misura” e “regola”) tra
il paradiso(di massa?)perduto e il nuovo non ancora
pienamente conquistato. Nel chiacchiericcio infinito
dei talk, ecco allora la rispolverazione del concetto
di ruolo condito alla Vissani con un poco di mellifluo
laissez faire , e qualche manciata di moderazione.
Così mentre le vecchie generazioni rimpiangono
i bei tempi che furono, e quelle nuove se la godono
alla faccia loro, quelle di mezzo si ritrovano a non
saper gestire né la moderazione né l'eccesso,
ritrovandosi in una sorta di limbo dove un po' tutti
si arrogano il diritto di sentirsi disagiati, disorientati
e comunque incompresi. Il consumo personalizzato e
la flessibilità (a livello individuale e di
sistema) sembrano essere allora l'unica via di fuga
da questo limbo, per questa nostra generazione di
mezzo (che non può più trovare il giusto
nel mezzo e che forse neppure gli conviene). Una generazione
di mezzo alla ricerca di mezzi per una fuga più
elegante possibile, è una generazione che indossa
l'abito nuovo della domenica sperando che sia domenica
tutti i giorni.
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[1]
Complessità definita da Pardi nel “Nuovo dizionario
di sociologia”, come quel concetto sinonimo “d’irriducibilità
ad un unico criterio di indagine conoscitiva o di
intervento pratico, dato che un’esplorazione di un
sistema complesso chiama in causa e mobilita la compresenza
di una pluralità di punti di vista e di prospettive
esplicative…”.
.
di
Andrea Silvestri