Sulla questione del fine e dei mezzi


‘Il mio fine è di …e userò questi mezzi per raggiungerlo’, sarebbe bello riuscire sempre a creare questo esatto parallelismo! Non sempre è possibile: a volte capita di non sapere bene qual è il proprio fine, a volte non si conoscono i mezzi per raggiungerlo; a volte il fine è invece ben chiaro, non siamo disposti a cedere su nulla e, perciò, dritti in marcia verso l’obiettivo, sottovalutiamo, sopravvalutiamo o ignoriamo le conseguenze che il fine stesso o l’uso dei mezzi scelti può avere su noi stessi o sugli altri. E così, sia a livello individuale che collettivo, ci si ritrova a volte ad accentuare l’importanza dei fini senza interrogarsi sui mezzi, o di contro, ad utilizzare qualsiasi mezzo possibile e facilmente utilizzabile senza chiedersi se sia congruo ed adatto a raggiungere il proprio fine; e talvolta interviene anche la saggezza popolare a toglierci qualsiasi dubbio e, sbrigativamente, esordiamo: ‘il fine giustifica i mezzi’ ! In riferimento ad una situazione globale e collettiva, mi piace ricordarvi quanto diceva Erich Fromm a proposito di mezzi e fini:
“Si lavora per fare più denaro; si impiega il proprio denaro per fare ancora più denaro e il fine- il godimento della vita-viene perso di vista. Gli uomini hanno fretta e inventano cose per avere più tempo. E poi impiegano il tempo così risparmiato per precipitarsi a guadagnare ancora più tempo, finché si sentono tanto esausti, da non poter più usare il tempo che hanno risparmiato. Ci siamo ormai invischiati in una rete di mezzi , abbiamo perso la visione dei fini. Possediamo apparecchi radio in grado di portare a chiunque il meglio della musica e della letteratura. Ma ciò che ascoltiamo è invece, in larga misura, ciarpame a livello dei rotocalchi, o una pubblicità che è un insulto all’intelligenza e al buon gusto. Possediamo i più meravigliosi strumenti e mezzi che l’uomo abbia mai posseduto, ma non ci soffermiamo a domandarci a che cosa servano”. Senza entrare, in questa sede, nel campo della morale e dell’etica disquisendo perciò su quale sia allora il fine o il mezzo giusto e su cosa possa ritenersi giusto o sbagliato, mi soffermo solo a puntualizzare che credo importante per ognuno di noi porsi sempre la domanda ‘a cosa servono questi mezzi?’ e mantenere un pensiero critico a riguardo, per assumersi la responsabilità e la consapevolezza delle proprie scelte, senza affidarle solamente al caso, alla comodità, all’opportunismo, alla scelta di un fine attraente e piacevole (ma pur sempre soltanto immaginato e del quale talvolta ignoriamo soprattutto le conseguenze negative) o a quello che proprio Fromm definiva come impegno ossessivo nei mezzi. E, se davvero di impegno ossessivo nei mezzi si vuol parlare, mi viene allora da ricordare quanto fallace, dispersivo ed autolesivo si riveli spesso l’impegno dell’individuo afflitto da disturbo ossessivo: un impegno in cui occuparsi di tutto equivale a non occuparsi di niente, in cui le energie e le emozioni vengono tradotte in immagini irreali o in ingombranti compulsioni che ne ostacolano la possibilità di godersi a pieno la vita, l’impegno di chi irrigidendo determinati tratti della propria personalità ne appiattisce altri e si allontana da una realtà piena ed autentica. E per quanto degno di rispetto sia il tentativo a suo modo fantasioso di affrontare la realtà dell’individuo ossessivo, tuttavia questo tentativo risulta spesso faticoso e poco salutare per lo stesso. Che sia questo lo scotto da pagare anche a livello collettivo? E che perciò anche la psicologia debba iniziare a porsi un po’ più di domande su come essa stessa usa i propri mezzi e ripetersi più spesso la domanda ‘a che cosa servono?’ Per ciò che mi riguarda, l’unica risposta che riesco a darmi sulla questione del fine e dei mezzi è: attuare una continua riflessione critica; senza fossilizzarsi in essa, naturalmente, onde evitare un altrettanto ossessivo impegno teorico sui mezzi.


Di Gilda Di Nardo