Tracce di storia della fiction
italiana
La fiction
prima della fiction[1]
La
fiction televisiva rientra (e per certi
versi ne è il maggior rappresentante)
in quella modalità di raccontare
storie che viene definita “seriale”. Tale
modalità è caratteristica
delle forme narrative di massa, e sta a
indicare delle caratteristiche che coinvolgono
le modalità produttive, le caratteristiche
testuali e le modalità di consumo.
Dal punto di vista produttivo, la serialità
indica una modalità di lavoro che
innesta aspetti tipici del lavoro concreto,
creativo, libero, su dei modelli tipici
del lavoro astratto, con una certa dose
di ripetitività e determinati ritmi
che devono improrogabilmente essere rispettati.
Dal punto di vista testuale, invece, la
serialità comporta la ricorrenza
di schemi narrativi, tematiche, figure,
tecniche, su cui si innestano le necessarie
innovazioni di ogni racconto compiuto.
Dal punto di vista del consumo, la serialità
implica degli appuntamenti: appuntamenti
all’interno del tempo sociale (l’orario
di una fiction, l’uscita di un fumetto etc.),
sia all’interno dei tempi narrativi (il
lettore di gialli attende inevitabilmente
la soluzione del mistero, quello di romanzi
rosa il compimento della storia d’amore).
Queste caratteristiche si iniziano ad affermare
all’interno dei processi di industrializzazione
della cultura, iniziati in Europa nell’Ottocento,
in periodi diversi a seconda delle realtà
nazionali (in Italia, paese ritardatario
soprattutto nei processi di alfabetizzazione,
tali dinamiche si rendono visibili addirittura
tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del
Novecento), con l’affermazione di tecnologie
adeguate e pubblici di massa. Dunque, sono
rintracciabili diverse forme narrative seriali
che precorrono la fiction televisiva.
La
paraletteratura. Le prime forme
di narrativa seriale nascono nella letteratura
ottocentesca. Daniela Cardini individua
nel Circolo Pickwick di Dickens, pubblicato
in venti puntate nel 1836, la prima forma
di narrativa seriale:
“A
differenza delle precedenti pubblicazioni
a puntate, questo romanzo nasce già
all’origine come opera in progress: le avventure
in stile picaresco dei protagonisti vengono
sviluppate un mese dopo l’altro, senza rispondere
a un andamento narrativo rigidamente predefinito.”
Tuttavia,
la declinazione più importante della
letteratura seriale è sicuramente
il feuilleton. Questo nasce nel 1936 in
Francia, grazie all’acume di Emile de Girardin,
direttore di La presse, che decide di dedicare
il supplemento letterario di quattro pagine
alla pubblicazione di romanzi a puntate.
Perfino Honoré de Balzac, il più
stimato scrittore francese, scrive feuilleton,
anche se i risultati più alti sono
raggiunti da Sue e Dumas. Le caratteristiche
del feuilleton sono ben individuate da Milly
Buonanno:
-segmentazione in puntate
-scrittura modellata sul quotidiano
-lunga durata narrativa
-rapporto interattivo tra autore, lettore,
romanzo.
In Italia il romanzo d’appendice non raggiunge
un livello paragonabile a quello francese,
né sul piano qualitativo né
su quello quantitativo. I giornali si dedicano
soprattutto alla traduzione dei romanzi
francesi (si tenga presente che la Francia
era vista come luogo “altro” di grande fascino),
anche se non mancano pochi, brillanti esempi
di romanzi d’appendice italiani. Tra questi
va certamente segnalato I misteri di Napoli
di Francesco Mastriani, ottimo scrittore
napoletano.
“Questo
nome, ignorato per lungo tempo dalla critica
letteraria, interessata solo ai “capolavori”
della letteratura ufficiale, ha acquistato
una posizione di rilievo nella storia della
“paraletteratura”…”
La
paraletteratura è dunque un territorio
importante della narrativa importante, anticipando
sia la formula del serial, come visto, sia
quella, successivamente, della serie, con
la nascita di personaggi ricorrenti, tra
i quali Sherlock Holmes, sul finire dell’Ottocento,
è la prima figura significativa.
Anche in quest’ambito paraletterario l’Italia
non raggiungerà mai risultati eccellenti.
Il
fumetto. Il fumetto nasce nel 1895
sulle pagine del New York World: è
qui che fa il suo esordio il personaggio
che successivamente verrà battezzato
Yellow Kid, illustrato da Richard Outcault.
Se fin dall’inizio il fumetto si dimostra
un medium seriale, il passaggio dalla vignetta
alla strip e dal commento al balloon non
è immediato. Ancora più anni
ci vorranno perché il fumetto abbandoni
le pagine dei giornali per approdare a pubblicazioni
autonome. E’ tra gli anni ’20 e gli anni
’30 che questo medium raggiunge il suo massimo
splendore (in coincidenza con il massimo
splendore della stessa industria culturale
americana).
In Italia l’affermazione del fumetto non
è semplice. Se il fascismo non vede
di buon occhio l’importazione del fumetto
americano (ma è importante sottolineare
come, grazie all’impegno di personaggi come
Giuseppe Nerbini, in Italia arrivarono i
principali prodotti americani, da Mandrake
a Flash Gordon passando per Topolino), dopo
la guerra sia l’elite culturale comunista
che quella democristiana considerano questo
medium pericoloso per i bambini. Ciò
comporta, da parte degli editori e degli
autori, un utilizzo molto cautelato del
linguaggio, anche alla luce del fatto che
il fumetto viene considerato, almeno fino
agli anni ’60, un linguaggio esclusivamente
infantile e adolescenziale. Il caso più
clamoroso è quello de Il corriere
dei piccoli: nato nel 1908, solo negli anni
’60 abbandonerà il commento in rima
baciata per abbracciare l’uso del balloon
(considerato evidentemente poco consono
e nocivo per la formazione dei bambini).
Solo negli anni ’60 si giunge dunque a una
concezione più matura di questo medium,
anche se va sottolineato che ancora oggi
è radicata in alcune frange intellettuali
non minoritarie la convinzione che il fumetto
sia un linguaggio “inferiore” o per bambini,
e che spesso i tentativi di nobilitare questo
medium fanno riferimento a una sua presunta
“artisticità”, e non piuttosto alla
sua rilevanza socio-culturale (esattamente
come è accaduto, in dimensioni molto
maggiori, al cinema).
Dal nostro punto di vista, c’è da
dire che il fumetto rappresenta un punto
di riferimento imprescindibile per tutta
la narrativa seriale, soprattutto in Italia,
in cui il medium fumetto rappresenta, almeno
dal secondo dopoguerra in poi, una delle
punte avanzate dell’industria culturale,
grazie alla Bonelli ma non solo. Chiunque
voglia confrontarsi con la serialità
in Italia, non può non tenere presente
prodotti come Tex o come Dylan Dog, che
ne rappresentano il risultato più
alto.
Il cinema.
“Il
primo film a puntate è La passion,
prodotto dalla Pathé: la prima parte
esce nel 1902, nel 1903 la seconda e l’anno
successivo la terza. Il grande successo
convinse i produttori che il pubblico poteva
accogliere con molto favore storie a puntate
[…] Fantomas, Les Vampires, Judex diretti
da Louis Feuillade e prodotti dalla Gaumont,
sono tra gli esempi migliori della serialità
cinematografica francese del genere poliziesco
e avventuroso.”
Daniela
Cardini ricorda inoltre giustamente come
il cinema abbia raggiunto il massimo grado
di serialità soprattutto negli Stati
Uniti, individuando fondamentalmente tre
fasi in questo sviluppo:
1. La distribuzione dei film francesi negli
Stati Uniti, che per motivazioni legate
al consumo avveniva segmentando le proiezioni
(i film europei erano considerati troppo
lunghi).
2. Lo sviluppo del genere della comica,
che faceva ampio uso di strutture e di situazioni
ripetitive, e nondimeno degli stessi personaggi
che ritornavano nel tempo.
3. L’incontro tra cinema e stampa, avvenuto
nell’ambito di un clima di feroce competizione
all’interno di quest’ultimo settore: gli
editori ebbero l’idea di pubblicare romanzi
d’appendice e prepararne contemporaneamente
l’edizione cinematografica, da far uscire
nei fine settimana.
Naturalmente, serialità al cinema
non indica solamente serie (ad esempio Indiana
Jones o Rambo) e saga (come Il padrino e
Il signore degli anelli). Il termine serialità
si lega a quel complesso insieme di logiche
produttive standardizzate, di alto livello
industriale. Ciò accade soprattutto
negli Stati Uniti. In Europa, e in Italia
soprattutto, la serialità produttiva
è storicamente meno sviluppata. Nel
nostro paese solo due periodi possono essere
segnalati come proficui da questo punto
di vista: il primo ventennio, in cui il
cinema italiano fu in grado di proporsi
anche sul mercato internazionale col mito
dell’uomo forte, e negli anni ’60, col grande
periodo della commedia all’italiana.
A questo discorso sulla serialità,
rispetto al cinema ne andrebbe aggiunto
un altro, per certi versi più scontato:
il cinema di fiction può considerarsi
un predecessore della fiction televisiva
anche in relazione alla sua natura “ontologica”.
Il cinema, infatti, a livello “ontologico”
è il medium più vicino alla
fiction televisiva. Ma questo discorso è
meno interessante dal nostro punto di vista.
La
radio. Il progenitore diretto della
serialità televisiva è però
certamente la serialità radiofonica.
Questo risulta in maniera abbastanza palese
se si assume non una prospettiva meramente
testuale, quanto una visione complessiva
dei fenomeni legati ai media, che metta
nel giusto conto l’aspetto del consumo.
I serial radiofonici nascono negli anni
’20 negli Stati Uniti, destinati al prime
time. E’ alla radio, soprattutto, che nasce
la soap opera come genere. Daniela Cardini
ne individua la nascita in Ma Perkins, trasmesso
nel 1933, e The Romance of Helen Trent del
1934. Caratteristica del genere è
la robusta presenza di sponsor, decisiva
nel finanziamento e nello sviluppo dei singoli
programmi. I maggiori sponsor sono la Procter
& Gamble e la Colgate Palmolive. La
trasmissione avviene nel daytime e i maggiori
autori sono Frank e Anne Hummert e soprattutto
Irna Phillips (la maggiore autrice di soap
operas in assoluto). Dal lavoro di quest’ultima
nasce nel 1937 The Guiding Light, che molti
anni più tardi arriverà in
Italia col nome di Sentieri (si tratta dell’unica
soap ad aver superato il passaggio dalla
radio alla tv e, certamente, del programma
più lungo della storia della radio-televisione).
Dal 1950 le soap operas emigrano in tv,
e dalla fine del decennio abbandonano definitivamente
la radio.
La tv delle origini
Dunque,
dopo due anni di sperimentazione, la tv
italiana inizia le sue trasmissioni regolari
il 3 gennaio 1954. Le trasmissioni sperimentali
riguardavano infatti un ristretto pubblico
di tecnici che si muovevano tra Milano e
Torino. La prima sortita fu la trasmissione
dell’inaugurazione della Fiera Campionaria
di Milano nel 1952. In altri paesi, la tv
aveva già ottenuto dei risultati
importanti. In Germania, nel 1936, venivano
trasmesse le Olimpiadi di Berlino. In Gran
Bretagna, nel 1939, gli apparecchi televisivi
diffusi erano già 25000.
Se da parte del ceto intellettuale non si
comprende immediatamente la portata rivoluzionaria
del mezzo, escludendo pochi casi come quello
di Italo Calvino o del critico televisivo
Piero Dallamano, la tv riscuote tra il pubblico
un immediato, eccezionale successo. La nuova
tecnologia è un mezzo “di lusso”,
e nei primi anni si afferma una forma di
fruizione di tipo collettivo. Luogo tipico
di incontro e di visione sono le salette
da bar. I dati di abbonamento sono molto
bassi. Nonostante questo, pochi rinunciano
alla televisione.
Al contrario del ceto intellettuale, il
mondo politico si rende immediatamente conto
delle potenzialità della televisione,
e fin dall’inizio si distingue per un’occupazione
della tv pubblica che a tratti si farà
assolutamente sfacciata. I primi due uomini
che in genere vengono citati nell’ambito
dell’”istituzione” televisiva sono Filiberto
Guala e Marcello Rodinò. Se il primo,
amministratore delegato dal 1954 al 1956,
cattolico osservante, noto anche perché,
smessi i panni di dirigente Rai, diverrà
frate, rispecchia un autentico e profondo
sentimento religioso (non è un mistero
che in molti non lo ritengano idoneo a ricoprire
ruoli dirigenziali), il secondo, suo successore,
è tra i fondatori del Partito Popolare,
e il suo legame col mondo politico è
ben più saldo (tuttavia, da questo
punto di vista non raggiungerà i
vertici toccati da Ettore Bernabei, vedi
par. 2.3).
Personaggi molto diversi, Guala e Rodinò
hanno in comune, in ogni caso, la grande
preoccupazione di “educare” il pubblico.
La celebre triade di John Reith “informare
– educare – intrattenere” è decisamente
sbilanciata verso il secondo obiettivo.
Tale preoccupazione si riflette in maniera
pesantissima sui linguaggi della tv delle
origini. Non si pensi soltanto a trasmissioni
“smaccatamente” pedagogiche come Una risposta
per voi con il professor Cutolo, come Telescuola,
come Non è mai troppo tardi, che
pure trovano la loro ragion d’essere nel
contesto di un’Italia ancora estremamente
frazionata dal punto di vista geografico
e, soprattutto, culturale. Si pensi piuttosto
all’invadenza delle forme pedagogiche nell’ambito
dell’intrattenimento. E’ innegabile la componente
pedagogica nei primi telequiz, ad esempio.
Il caso emblematico legato alla contraddizione
del voler gestire un mezzo di comunicazione
di massa come uno strumento pedagogico è
senza dubbio rappresentato da Carosello.
La necessità di far entrare la pubblicità
nel mezzo televisivo, e i timori legati
alla diffusione di culture del consumo,
esplode all’interno di una trasmissione,
divenuta un cult, che da un lato rappresenta
da sola una parte fondamentale della storia
della pubblicità italiana, e dall’altro
“contiene” il mezzo pubblicitario all’interno
di confini ben precisi, e dettando regole
etiche ed estetiche dettagliate.
La fiction, come tutti i generi, è
palesemente influenzata dagli intenti pedagogici
dei dirigenti Rai. Questo si può
notare da almeno due elementi: la sfera
dei contenuti e quella delle tecniche. Dal
punto di vista contenutistico la produzione
nazionale si orienta immediatamente verso
due tipi di prodotto: da un lato abbiamo
il teleromanzo, dall’altro l’originale.
Se il teleromanzo prende vita, in genere,
da classici della letteratura, l’originale
nasce appositamente per la tv. E’ un teleromanzo
la prima fiction italiana in assoluto, Il
dottor Antonio, andato in onda nel novembre
del ’54, firmato da Alberto Casella (ma
ci sono dei dubbi sulla presenza di un regista)
e tratto da un romanzo di Giovanni Ruffini.
Si tratta di uno sceneggiato in quattro
puntate di ambientazione risorgimentale.
Del 1955 è uno sceneggiato di straordinario
successo: Piccole donne, diretto da Anton
Giulio Majano. Quest’ultimo sarà
uno dei registi di sceneggiati e originali
più importanti in assoluto, capace
di tecniche registiche e di scrittura davvero
raffinate. Majano viene “costretto” da Sergio
Pugliese, direttore centrale dei programmi,
a girare una quinta, imprevista puntata
di Piccole donne, costruita in fretta e
furia tramite flash-back, a causa del grande
successo del teleromanzo. Il contenuto ècomunque
edificante. Del 1956 si ricordano soprattutto
Cime tempestose di Mario Landi e L’alfiere
di Majano. E’ interessante notare come quest’ultimo
sceneggiato “tradisce” il romanzo di Carlo
Aianello, laddove l’opera letteraria rivela,
nel finale, un incesto, argomento imbarazzante
per la Rai di quel tempo. Dal 1957 inizia
invece la tradizione della trasposizione
delle grandi opere letterarie dell’Ottocento.
Di quest’anno sono Jane Eyre di Majano,
che presenta un grande lavoro di traduzione
soprattutto sulla protagonista, Il romanzo
di un giovane povero (noto per il primo
bacio della tv italiana) di Silverio Blasi,
Orgoglio e pregiudizio di Daniele D’Anza,
Piccolo mondo antico ancora di Blasi. Dell’anno
successivo sono Capitan Fracassa di Majano,
che si conferma regista d’avanguardia, Le
avventure di Nicola Nickleby diretto da
D’Anza, Canne al vento di Landi, Umiliati
e offesi di Cottafavi, Padri e figli di
Guglielmo Morandi. In questo anno va segnalato
però il primo pesante insuccesso
dello sceneggiato, con Mont Oriol di Claudio
Fino, tratto da Guy de Maupassant e interpretato
da Monica Vitti. Sempre del 1958 è
il primo tentativo di trasporre in sceneggiato
una commedia musicale: Valentina, una ragazza
che ha fretta, di Vito Molinari, tratto
da Marcello Marchesi e Vittorio Metz. Anche
questo prodotto, in una sorta di elogio
della lentezza e della tranquillità,
sottolinea la tendenza pedagogica della
tv italiana. Si noti come il proliferare
stesso di prodotti che si riferiscono alla
cultura classica dia una scelta che denota
la convinzione che la tv debba essere un
“nuovo mezzo” per diffondere una “vecchia
cultura”. Sfugge in questo modo, in maniera
più o meno inconsapevole, la dimensione
“culturale” della tv nel senso antropologico
del termine, ossia di un mezzo che favorisce
la condivisione di una serie di simboli,
di miti, di riti e di pratiche, e non un
diffusore verticistico di cultura in pillole.
Continuando il nostro excursus sugli sceneggiati
dei primi anni di vita della tv, nel 1959
vanno segnalati due importantissimi sceneggiati:
L’isola del tesoro di Majano e L’idota di
Vaccari. Il primo si segnala per un mix
molto riuscito tra scene girate in studio
(comprese quelle ambientate nella goletta)
e inserti cinematografici, con la recitazione
teatrale che costituisce il punto di forza
di questo sceneggiato. Il secondo si ricorda
per un cast molto ricco e per la sceneggiatura,
fedele al romanzo, scritta da Giorgio Albertazzi.
Per quanto riguarda il 1960, vanno segnalati
innanzitutto Vita col padre e con la madre
e Il novelliere di D’Anza. Soprattutto quest’ultimo
si segnala per l’originalità: 5 puntate,
ognuna costruita su una serie di novelle
di uno scrittore famoso, da Pirandello a
Wilde, nel tentativo di ricostruire il mondo
di quello scrittore. Pur non uscendo da
una certa abitudine divulgativa, questa
forma originale può segnalare da
un lato la volontà di uscire dal
tracciato dello sceneggiato, d’altro lato
l’acquisizione di una sempre maggiore specificità
del linguaggio televisivo. Ancora da segnalare
La Pisana, tratto da Ippolito Nievo e diretto
da Giacomo Vaccari. Per quanto riguarda
l’altro grande ambito della produzione nazionale,
l’originale, in questi primi anni si presenta
molto più sguarnito, ma ci fornisce
comunque due esempi interessanti. Il primo
caso di originale è Domenica di un
fidanzato, scritto da Ugo Buzzolan e diretto
da Mario Ferrero, andato in onda nel 1954.
Lo scopo è quello di cogliere una
coppia di giovani nei piccoli momenti quotidiani.
Scopo non da poco, trattandosi del primo
tentativo di raccontare la contemporaneità
sotto forma di fiction, mettendo da parte
il filtro dell’opera letteraria. All’insegna
del minimalismo è anche il secondo
originale, I nostri figli, scritto da da
Ginetta Ortona e diretto da Piero Turchetti,
e andato in onda nel 1956.
Ma non tutta la fiction italiana, anche
alle sue origini, deve essere ricondotta
alla forma del teleromanzo o dell’originale.
Vi sono tre esempi, curiosamente tutti e
tre del 1959, che raggiungono un notevole
grado di originalità. Il primo è
I figli di Medea, caso che fa parlare sia
Aldo Grasso sia Michele Sorice di una sorta
di Guerra dei mondi all’italiana. Lo sceneggiato
di Majano venne infatti interrotto per annunciare
il rapimento, da parte del protagonista
Enrico Maria Salerno, del proprio figlio.
Ne segue una trasmissione con tanto di funzionario
di polizia e psicologo. Si ricorda, in ogni
caso, che a differenza de I figli di Medea,
La guerra dei mondi, contrariamente a quanto
pensato da molti, non voleva ingannare i
radioascoltatori: intenzione di Orson Welles
era quella di realizzare un semplice radiodramma.
Il secondo caso originale è il telefilm
(il primo italiano, in quattro puntate),
La svolta pericolosa, che si segnala per
la sua tendenza al realismo. Intenzione
di Gianni Bongioanni, regista e sceneggiatore,
è quella di mostrare le affinità
tra neorealismo e tv. Altro caso particolare,
di ben più ampio successo, è
Giallo club, che dà vita al celebre
tenente Sheridan, interpretato da Ubaldo
Lay, che tornerà in altre 3 serie.
La volontà è quella di ambientare
le storie a San Francisco, ma il sacrificio
dell’azione a favore del ragionamento e
dell’abilità investigativa rendono
questi polizieschi molto “europei”. Tuttavia,
la principale caratteristica è quella
di interrompere il telefilm e chiedere a
dei concorrenti in studio di ipotizzare
la soluzione del caso. In seguito, il telefilm
riprende e svela il finale. Si tratta, come
è evidente, di un caso di ibridazione
di genere.
Tuttavia, questi ultimi tre casi non contraddicono
la tendenza sostanzialmente pedagogica della
fiction delle origini. Questo è evidente
non solo osservandone i contenuti, ma anche,
come detto più sopra, le tecniche.
Lo sceneggiato, per motivi economici, ma
anche, e soprattutto, culturali, non ha
tanto come riferimento il cinema, quanto
il teatro. Non ne fa mistero Sergio Pugliese,
per il quale la tv è teatro avvicinato
all’occhio dello spettatore. Il teatro è
un riferimento culturale “alto”, in linea
con le esigenze della dirigenza Rai. Così,
la dizione degli attori è molto curata,
la mobilità delle telecamere è
scarsa, mentre abbondano i primi piani.
I primi sceneggiati sono in diretta, mentre
quelli successivi, registrati, utilizzano
comunque il “montaggio in diretta”.
Da segnalare, per finire, che durante i
primi anni avvengono poche importazioni
di fiction straniera. Tuttavia, quei pochi
casi sono destinati a una vasta breccia
nell’immaginario collettivo. Nel 1957 arriva
Rin Tin Tin, diretto da Donald McDougall.
Due anni dopo arrivano Alfred Hitchcock
presenta, la famosissima serie antologica
che ancora oggi trova spazio, con apprezzamenti
del pubblico, nei palinsesti italiani, e
Perry Mason, uno dei più grandi successi
televisivi di sempre, interpretato da Raymond
Burr. Di scarso successo in Italia (dove
verranno trasmessi solo 13 episodi), ma
programma di culto negli Stati Uniti, è
Lucy ed io, famosissima sitcom approdata
nel nostro paese nel 1960. Già in
questo prodotto troviamo i temi classici
della sit-com: marito e moglie a New York,
lei stravagante, lui maggiormente tradizionalista.
Probabilmente, un prodotto al quale il pubblico
italiano del 1960 non è pronto, ma
a cui non giova la scelta di programmazione
(il sabato alle 22.10).
La Rai di Bernabei (1961-1974)
Gli anni ’60 (1961-1967).
Nel 1961 approda in Rai Ettore Bernabei,
alla direzione generale dell’azienda. E’
fuori discussione che con l’entrata in scena
di questo personaggio il legame tra Rai
e mondo politico compie il salto di qualità.
Bernabei è infatti uomo di fiducia
di Amintore Fanfani. Tuttavia, ridurre la
sua complessa figura ai rapporti intessuti
con la DC sarebbe semplicistico e scorretto.
In effetti, Bernabei ha significato molto
anche per la trasformazione della Rai in
una vera azianda a carattere industriale,
e per l’evoluzione dei linguaggi televisivi.
Ad esempio, già nel 1961 vede la
luce il Secondo Programma.
Beranbei si trova a dirigere la Rai in un
momento cruciale dell’Italia repubblicana.
In questi anni si concretizzano infatti
i risultati del boom economico, e la società
Italiana diventa a tutti gli effetti una
società industriale e una società
dei consumi. Ovviamente, il processo non
è lineare e privo di traumi. Va ricordato
come lo sviluppo economico e culturale non
sia equilibrato in tutto il paese. Inoltre,
si deve tener presente che le due principali
correnti politiche e culturali del paese,
quella cattolica e quella comunista, per
motivi diversi, sono contrarie a un avvicinamento
dell’Italia al modello dei consumi. Nonostante
questo, la società italiana è
percorsa negli anni ’60 (o meglio, fino
al ’68) da un’ondata di ottimismo irrefrenabile.
Categoria sociale che fa da propulsore di
queste dinamiche è quella dei giovani,
che per la prima volta si affacciano sulla
scena sociale come classe, con la propria
cultura, le proprie esigenze e i propri
valori. Soprattutto, i giovani si affermano
come categoria di consumo. L’industria culturale
si trova in questo modo a dover rappresentare
e alimentare un immaginario in pochi anni
profondamente mutato. La reazione del sistema
dei media non solo non è univoca,
ma in certi settori addirittura contrapposta.
Se alcuni settori dell’industria culturale
si propongono come autentici propulsori
dello sviluppo dei consumi e dell’affermazione
di nuovi valori, altri si pongono invece
in un rapporto critico con i mutamenti.
Così, da una parte troviamo settori
come la moda (intesa non solamente come
fenomeno industriale, che pure in quegli
anni con il pret-a-porter vive un momento
importante, ma anche come fenomeno di sovversione
e di affermazione della propria identità,
in particolare giovanile), come la musica,
che con un panorama molto ricco e variegato
diviene luogo di espressione prediletto
dai giovani. D’altro lato si incontra invece
un medium come il cinema, che vive in questi
anni il suo periodo industrialmente più
ricco, con la grande stagione della commedia
all’italiana, e che si pone in relazione
critica con i mutamenti della società
italiana (proprio attraverso la commedia).
Tra questi due estremi, si pongono gli altri
media, in uno spettro assai sfumato. Ad
esempio, la radio deve mediare la sua natura
di azienda pubblica, con i limiti che questa
condizione porta, con il fatto di essere
legata alla musica, e quindi ai giovani.
La radio diviene in ogni caso strumento
identitario per i giovani. Diverso il caso
della tv, che anch’essa deve mediare tra
tendenze diverse. Da un lato abbiamo programmi
come Carosello, che lungamente resta l’esempio
più avanzato della pubblicità
italiana, o abbiamo i programmi musicali,
e comunque la diffusione di valori innovativi.
D’altro lato, resta il suo strettissimo
legame con la politica, il controllo abbastanza
rigido su alcuni generi, come l’informazione,
o generi che si legano, pur con certe innovazioni,
al passato, come la fiction.
Nei primi anni la fiction si muove più
o meno all’insegna della tradizione: si
pensi a casi come Graziella di Ferrero,
o l’antologia Racconti dell’Italia di ieri
(andati in onda sul Secondo Programma, che
in quell’anno, il 1961, aveva visto la luce),
seguita l’anno dopo da Racconti dell’Italia
di oggi, o ancora a I Giacobini, originale
diretto da Fenoglio. Perché arrivino
delle innovazioni sostanziali si deve attendere
il 1963, quando incontriamo prodotti come
Il mulino del Po diretto da Bolchi, in cui
per la prima volta alcune scene vengono
girate in esterni. Da segnalare, nello stesso
anno, Delitto e Castigo, diretto da Majano
e prodotto negli studi di Napoli. Ma anno
chiave della fiction è sicuramente
il 1964. Almeno quattro prodotti debbono
essere segnalati. Vaccari dirige Mastro
don Gesualdo: dal punto di vista registico
è uno sceneggiato straordinariamente
innovativo. Primo in assoluto su pellicola,
Oreste De Fronari dice di questo teleromanzo:
“…Vaccari
rompe clamorosamente con le convenzioni
del teatro filmato e fa di tutto per sabotare
il primato dell’attore […] E quasi mai gli
attori occupano il centro dell’inquadratura,
schermati magari da qualcuno in quinta.
[…] Uno stile espressionistico e “sconvolto”,
ideale per scolpire la solitudine del titano
déraciné”
Dello
stesso anno è anche uno dei più
grandi successi della tv italiana di sempre,
La cittadella. Meno innovativo dal punto
di vista linguistico, è però
il teleromanzo più famoso della storia.
Tratto dal romanzo di Cronin, diretto da
Majano e interpretato da Alberto Lupo nei
panni del dottor Menson, porta a quest’ultimo
una popolarità sconfinata (è
noto che Lupo venisse spesso fermato per
strada da persone che gli chiedevano consigli
di tipo medico). Nel 2003, La cittadella
è stata riportata sullo schermo,
interpretata da Massimo Ghini, senza arrivare
a sfiorare le vette di popolarità
della versione di Majano, ma comunque con
discreti risultati. Altro sceneggiato che
deve essere segnalato è sicuramente
Il giornalino di Gian Burrasca, commedia
musicale diretta da Lina Wertemuller e interpretata
dalla baby-stella della musica Rita Pavone.
Per finire, sempre nel 1964 arriva la versione
italiana del commissario Maigret, con la
serie Le inchieste del commissario Maigret,
diretta da Mario Landi e interpretata da
Gino Cervi. E’ noto che Simenon vedesse
in Cervi un ottimo Maigret. Lo straordinario
successo di questa serie fa continuare le
avventure del commissario addirittura fino
al 1972, confermando la detective story
come un genere di grande gradimento presso
il pubblico italiano, trasversalmente ai
media (gli anni ’60 sono anche gli anni
del “nero italiano” nel fumetto, con a capo
Diabolik).
Del 1965 è bene segnalare due fiction,
per motivi diversi. Una è il David
Copperfield, diretto dal solito Majano.
Si tratta di un grande allestimento, con
una lavorazione lunghissima e una schiera
foltissima di attori. Lo sforzo produttivo
verrà ripagato da un grande successo.
L’altro prodotto è Le avventure di
Laura Storm, giallo-rosa diretto dal grande
(e sottovalutato) regista cinematografico
Camillo Mastrocinque e interpretato da un
cast di notevole livello (tra gli altri
Aldo Giuffré, Oreste Lionello, Ugo
Pagliai, Vittorio Mezzogiorno).
Nel ’66 primeggiano sceneggiati tradizionali:
dall’importante Coscienza di Zeno di Daniele
D’Anza a Il conte di Montecristo di Edmo
Fenoglio, mentre nel ’67 ci sono diversi
prodotti da segnalare. Accanto alla Vita
di Cavour di Schivazappa e al Caravaggio
di Balsi, che continuano una serie di sceneggiati
biografici iniziata qualche anno prima,
abbiamo tre prodotti molto importanti. Il
primo è Tutto Totò, diretto
da Daniele D’Anza, che rielabora i più
celebri sketch del grande attore napoletano
e ne propone di nuovi. Totò muore
subito dopo la fine della lavorazione, e
Tutto Totò diviene una sorta di commemorazione
del principe.
La seconda realizzazione da ricordare nel
’67 è l’importantissima Presa del
potere di Luigi XIV, diretta da Roberto
Rossellini. La Presa del potere segna l’inizio
di una serie di magistrali biografie firmate
dal grande regista, e un impegno della Rai
nella sperimentazione a metà tra
cinema e tv, che prenderà corpo in
maniera più decisa tra il ’68 e la
metà degli anni ’70, ossia negli
ultimi anni del monopolio.
Sempre del ’67 è una delle fiction
più famose di sempre: I promessi
sposi diretto da Sandro Bolchi. L’evento
culturale è straordinario: segna
l’apice della “cultura pedagogica” da parte
della Rai, ma anche il momento di crisi
dello sceneggiato, destinato di lì
a poco tempo a essere sostituito da formati
di fiction assai meno teatrali. Dal punto
di vista produttivo, esso segna una svolta:
vero e proprio kolossal, inaugura una tradizione
in questo senso, e la sua lavorazione viene
seguita costantemente dai media. Sulla scelta
di sceneggiare I promessi sposi sono importanti
le parole espresse da Aldo Grasso:
“La
gigantesca impresa è anche il punto
d’arrivo della fase “politica” dell’Ente,
che si identifica nella gestione di Sergio
Pugliese, e in una concezione della televisione
come strumento insostituibile, capace di
interpretare, utilizzare e valorizzare in
un progetto di cultura e spettacolo tutte
le risorse che la società può
offrire”
Gli
anni che vanno dal ’61 al ’67 sono anche
importanti per quanto riguarda alcuni prodotti
di fiction d’importazione. Nel 1962 arrivano
in Italia due serie tra le più importanti
della storia della tv: Ai confini della
realtà e Bonanza. La prima è
una serie di fantascienza di assoluto valore,
andata in onda negli Usa tra il ’59 e il
’64, e scritta e interpretata da Rod Serling.
La serie, vista da uno spettatore di oggi,
può ancora risultare molto coinvolgente
e verosimile. Bonanza è invece una
serie western, prodotta dalla NBC, di cui
sono stati realizzati 440 episodi. Alla
serie hanno lavorato anche due registi cinematografici
molto importanti: Jacques Torneur e Robert
Altman. Nel 1963 arriva il Dottor Kildare,
primo medical drama approdato alla tv italiana
(come noto, si tratta di un filone assai
utilizzato sia dalla fiction americana che
da quella italiana, a cui appartengono tra
i più noti successi televisivi degli
ultimi due lustri), interpretato da Richard
Chamberlain. Del 1965 è lo sceneggiato
francese Belfagor ovvero il fantasma del
Louvre. Si tratta di un prodotto di altissimo
livello, anch’esso a tutt’oggi perfettamente
godibile. Il regista Claude Barma e lo sceneggiatore
Jacques Armand danno vita a un interessante
ibrido tra generi (horror, fantastico, noir,
melò). Nel 1966 arriva invece La
famiglia Addams, straordinaria sit-com dall’umorismo
nerissimo, che approda sul Secondo Programma
e che verrà replicata per anni e
anni. I componenti della mostruosa famiglia
sono ormai delle vere e proprie icone televisive.
Si noti come Ai confini della realtà,
Bonanza, Belfagor (che pure è francese),
La famiglia Addams, il Dottor Kildare, sono
prodotti, per quanto diversissimi tra loro,
molto lontani dal panorama della fiction
italiana, oltre che per il formato nei casi
dei prodotti americani, anche per i contenuti
e le sensibilità.
Dal ’68 al tramonto del monopolio
(1968-1974). Porre una cesura,
nell’epoca Bernabei, tra il ’67 e il ’68
potrebbe apparire bizzarro. Infatti, all’interno
della Rai, non sembrerebbe accadere nulla
di particolare in questi mesi. Si comprende
meglio questa nostra scelta se si tiene
presente che questa storia inserisce la
tv italiana all’interno di una più
estesa storia dell’industria culturale e
dei mutamenti culturali in Italia. Da questo
punto di vista, il ’68 è un anno
decisivo. Come sappiamo, esplodono le contestazioni
studentesche, che dopo circa un anno divengono
lotte politiche. Il protagonismo assunto
dai giovani nel decennio precedente si coniuga
ora con un’ondata di sfiducia nei confronti
della società occidentale e delle
sue stesse fondamenta. Da qui l’esigenza
di rintracciare nuovi luoghi di espressione.
Si è già notato come la musica
sia da sempre un luogo che rappresenta con
estrema precisione i sentimenti giovanili.
Ad essa si affianca il fumetto, che, probabilmente
per la sua “povertà” economica viene
visto come medium “puro” rispetto ad altri,
come terreno nuovo da coltivare. L’informazione
stampata “generalista”, ritenuta parziale
e di regime, viene integrata, e spesso sostituita,
da giornali di “contro-informazione”. Si
tratta, nella maggior parte dei casi, di
fenomeni editoriali assolutamente irrilevanti
e di brevissima durata, ma esistono alcune
eccezioni. La più importante è
certamente rappresentata da “Il manifesto”,
nato nel 1971 come periodico e successivamente
divenuto un quotidiano. Tutt’oggi, come
noto, “Il manifesto” è una delle
voci più importanti di una parte
della cultura di sinistra. Ma il medium
che più di ogni altro ha rappresentato
la voglia di libertà e di indipendenza
dei giovani degli anni ’70 è la radio.
Nei primi anni ’70 nascono da una parte
le radio libere, orientate politicamente
(vedi Radio Alice, Radio popolare etc.),
e dall’altra le radio a vocazione commerciale.
Queste ultime sopravvivranno; le prime,
nella quasi totalità dei casi, no.
Ma quel che conta, ai fini del nostro discorso,
è che il monopolio pubblico viene
ora visto come una forte limitazione. Nascono
pressioni sociali molto forti di rinnovamento,
che, ovviamente, non si limitano all’informazione
e alla radio ma che si estendono alla televisione.
In questo caso, le spinte al rinnovamento
non provengono solamente dal tessuto sociale,
ma anche dal mondo degli editori, che vede
nella tv un terreno importante di profitto.
Nell’imbarazzo legislativo, nel 1971 nasce
Telebiella, seguita a ruota da altre tv
private locali. Da questo momento in poi
in ambito politico si avvertono una debolezza
e un’indecisione che dureranno per almeno
15 anni. Per intervenire sulla spinosa questione
televisiva, il legislatore deve essere chiamato
esplicitamente in causa dalle due famose
sentenze della Corte costituzionale, la
225 e la 226 del 1974, che proclamano l’una
la legittimità della trasmissione
delle tv straniere su territorio italiano,
l’altra la legittimità delle trasmissioni
locali via cavo delle tv private. Vedremo
nel prossimo paragrafo come il legislatore
risponderà a questo appello.
Intanto, l’aria di rinnovamento che si avverte
in questi quattro anni si riflette (anche
se solo parzialmente) sulla programmazione
Rai. I campi dell’informazione, del varietà
e della fiction sono i più toccati
dalle spinte innovative. Nell’informazione
si segnalano i casi di Novantesimo minuto
o di AZ: un fatto come e perché,
mentre nell’ambito del varietà importanti
sono C’è Celentano e Milleluci, programma
metatelevisivo. Un programma interessante
è poi Gulp! I fumetti in tv, in cui
un ambito forte dell’industria culturale,
ma storicamente ignorato (quando non apertamente
condannato) dal mondo intellettuale viene
finalmente indagato, con mezzi modesti ma
con grande brillantezza linguistica.
Arriviamo così alla fiction, ambito
anch’esso molto toccato dall’innovazione.
In questo periodo si possono scorgere almeno
quattro linee di tendenza: la sopravvivenza
dello sceneggiato tradizionale, pur con
notevoli innovazioni; la più intensa
presenza del poliziesco (segno, probabilmente,
di una maggiore attenzione ai gusti del
pubblico); la nascita di alcune fiction
più “leggere” nei contenuti; una
notevole volontà di sperimentazione
in territori a metà tra la tv e il
cinema.
Nel 1968, accanto a sceneggiati di derivazione
tradizionale, come Il circolo Pickwick di
Gregoretti, Cristoforo Colombo diretto da
Cottafavi e La freccia nera di Majano, abbiamo
due fiction assai più leggere: da
un lato I racconti di padre Tobia, telefilm
per ragazzi nato dallo stesso team di ideatori
di Sheridan, in cui un sacerdote “moderno”
fa da punto di riferimento per i suoi ragazzi;
d’altro lato abbiamo La famiglia Benvenuti,
con cui la fiction scende con brillantezza
nel presente e nella quotidianità.
Interpretato da Enrico Maria Salerno, il
telefilm racconta, sotto forma di commedia
leggera e gradevole, la vita quotidiana
di una famiglia. Rappresentando molto bene
l’Italia del dopo-boom, con le sue abitudini
e le sue passioni, si tratta di un prodotto
estremamente godibile ancora oggi. Sempre
del 1968 è Sherlock Holmes diretto
da Guglielmo Morandi, prodotto non eccezionale.
Ma, soprattutto, di questo anno è
l’Odissea diretta da Franco Rossi. Come
I promessi sposi dell’anno prima è
un kolossal, e come I promessi sposi va
alle radici di una cultura, stavolta non
quella nazionale ma quella occidentale.
La mission pedagogica, ormai sempre più
fuori posto, è svolta da Ungaretti
che prima di ogni puntata decanta i versi
di Omero. Ma, più dei Promessi sposi,
questa fiction è spettacolare. Coproduzione
italiana, francese e tedesca, può
vantare la collaborazione perfino di Mario
Bava, grande (e sottovalutato) regista cinematografico
di horror come La maschera del demonio,
che firma il celebre episodio della spelonca
di Polifemo.
Nel 1969, gli sceneggiati “tradizionali”
sono: Jekill, scritto, diretto e interpretato
da Giorgio Albertazzi (anche se si tratta
di un telefilm, la sua diretta paternità
è certamente quella dello sceneggiato),
I fratelli Karamazov diretto da Sandro Bolchi
(questo sì, chiaramente un teleromanzo)
e I racconti italiani, antologia di cui
verranno realizzate anche altre serie. Nel
’69 abbiamo anche due polizieschi importanti:
il Nero Wolfe interpretato (magistralmente)
da Tino Buazzelli e Donna di cuori, sceneggiato
appartenente ai “romanzi delle donne” di
Sheridan. Ma il ’69 va ricordato soprattutto
per gli Atti degli Apostoli riletti da Roberto
Rossellini. Si tratta di uno dei punti più
alti della fiction sperimentale: il lavoro
di preparazione richiede ben tre mesi di
lavoro e l’impegno di una corposa equipe,
e per le riprese si sceglie come location
la Tunisia.
Anno molto importante è il 1970,
in cui il numero e l’eterogeneità
dei prodotti di fiction sono davvero notevoli.
Sulla scia dello sceneggiato si pongono
Il cappello del prete, teleromanzo diretto
da Sandro Bolchi ed ambientato a Napoli
(ma, come nota Grasso, con tinte dostoevskiane),
Papà Goriot, due puntate scritte,
dirette e interpretate da Tino Buazzelli,
tratte da Balzac, Antonimo Meucci, cittadino
toscano, contro il monopolio di Bell, diretto
da Daniele D’Anza, che non è una
biografia dell’inventore del telegrafo senza
fili, ma racconta il confronto giudiziario
con Alexander Graham Bell, da emigrato contro
un potente, e, ancora, Le cinque giornate
di Milano, diretto da Castellani. Il ’70
è anche ricco di polizieschi: si
va da Coralba, diretto anch’esso da Daniele
D’Anza, a I racconti di padre Brown di Vittorio
Cottafavi, che associano il poliziesco allo
sceneggiato classico (padre Brown fu interpretato
da Renato Rascel), a Un certo Harry Brent
interpretato da Alberto Lupo, a gialli-rosa
che si pongono a metà tra i polizieschi
e, appunto, le fiction “minimaliste”, come
I giovedì della signora Giulia, scritto
da Piero Chiara, e FBI, Francesco Bertolazzi
Investigatore, interpretato da Ugo Tognazzi.
Ma il 1970 è fecondo anche per la
linea “cinematografica” della Rai. Vengono
trasmessi gli Sperimentali per la TV, serie
di film sperimentali diretti da vari registi,
tra cui Maurizio Ponzi, Gianni Amelio, Peter
Del Monte e Luigi Faccini. Vengono trasmessi
inoltre i primi sei episodi de La lotta
dell’uomo per la sopravvivenza, il progetto
più ambizioso e più vasto
di Rossellini. Questa serie coglie però
un pesante insuccesso (anche a causa delle
politiche di programmazione, che gli oppongono
sul Secondo Giochi senza frontiere), tanto
che gli ultimi sei episodi verranno trasmessi
nel ’71. Sempre del ’70 sono anche due film
“cinematografici” per la tv: La strategia
del ragno di Bernardo Bertolucci, da molti
considerato il suo più bel film,
e I clowns di Federico Fellini. E’ curioso
notare come proprio Fellini, soprattutto
nei suoi ultimi film, abbraccerà
una visione chiaramente (ma anche sterilmente)
antitelevisiva.
Anche il 1971 è un anno ricco di
prodotti molto interessanti. Edmo Fenoglio
dirige I Buddenbrook, basato sulla sceneggiatura
di Jack Pullman per la BBC e riadattata
per la tv italiana (vero e proprio meccanismo
da format). E le stelle stanno a guardare…
ripropone a Majano una lettura di Cronin,
da cui aveva tratto la famosissima Cittadella.
Questa volta, Majano si confronta con la
vita dei minatori inglesi degli anni ’20.
Sempre di Majano è Doppio gioco,
tratto dal dramma di Robert Thomas e interpretato
da Ugo Pagliai. Sulla scia dell’Odissea
Franco Rossi dirige invece l’Eneide, con
cui tuttavia non riesce a ottenere né
lo stesso successo, né gli stessi
risultati. Sul piano del poliziesco, invece,
Daniele D’Anza dirige Il segno del comando,
un bell’ibrido tra thriller e horror gotico
con Ugo Pagliai e Carla Gravina. Gianni
Amico dirige invece L’inchiesta, giallo
con diversi piani di lettura. Con All’ultimo
minuto si tenta invece di realizzare un
telefilm poliziesco d’azione di impianto
americano. Continua la linea sperimentale,
ancora con un magistrale lavoro di Rossellini,
Socrate, che questa volta ottiene un buon
successo di pubblico nonostante la programmazione
penalizzante. Di tipo sperimentale, ma soprattutto
per la vocazione contenutistica del regista
Adriano Aprà, è Olimpia agli
amici. Sul piano della fiction quotidiana
si pensi invece a Dedicato a un bambino,
diretto da Gianni Bongioanni, che tenta
di affrontare il disagio infantile nato
da situazioni familiari infelici (si consideri
che, di lì a qualche anno, fiorirà
il filone cinematografico del larmoyant,
teso a trattare, spesso in modo stucchevole,
proprio le sofferenze infantili rispetto
alla destrutturazione dell’istituzione familiare).
Nel 1972 gli sceneggiati più importanti
sono rappresentati da I demoni, tratto da
Dostoevskij e diretto ancora una volta da
Sandro Bolchi, e Il marchese di Roccaverdina,
diretto da Edmo Fenoglio, tratto da Luigi
Capuana e interpretato da Domenico Modugno.
Sceneggiato è anche Joe Petrosino,
diretto da Daniele D’Anza. Lo sceneggiato
presenta forti tratti realistici, rinunciando
volontariamente alla dimensione spettacolare
e mitica che sarebbe lecito attendersi dalla
biografia di un simile personaggio, non
facendo di Petrosino un eroe ma prestando
più attenzione alla fedeltà
storica e realistica. Sempre di D’Anza sono
i due sceneggiati polizieschi tratti da
Durrenmatt, Il giudice e il suo boia e Il
sospetto. Vanno segnalati poi due prodotti
di denuncia: I Nicotera, diretto da Salvatore
Nocita, e Donnarumma all’assalto, diretto
da Marco Leto. Il primo è di ambientazione
operaia, mentre il secondo racconta il dramma
della disoccupazione nel Mezzogiorno. Nel
’72 vanno in onda ben tre lavori di Rossellini:
Agostino di Ippona (che non piacque ai critici
di sinistra), Blaise Pascal, biografia del
filosofo del ‘600, e L’età di Cosimo
dé Medici, che fu il più gradito
dal pubblico. Nel ’72 due fiction meritano
però più attenzione delle
altre. La prima è A come Andromeda,
anch’essa nata come una sorta di format,
e diretta da Vittorio Cottafavi. Si tratta
di uno sceneggiato di fantascienza, genere
poco esplorato dalla produzione culturale
italiana, e in particolare da cinema e televisione.
Confrontandola con serie di fantascienza
americane del periodo, come Ai confini della
realtà, ci si rende conto della distanza
non solo nei risultati dei singoli prodotti,
ma nello sviluppo stesso delle industrie
culturali nazionali. Non si tratta solamente
di differenze di investimenti, anzi: le
differenze qualitative più rilevanti
nascono proprio a livello di sceneggiatura.
L’altra fiction che merita un’attenzione
particolare è Le avventure di Pinocchio,
diretto da Luigi Comencini. Si tratta, in
tutta evidenza, di un prodotto di assoluta
importanza nella storia televisiva italiana,
per una serie di ragioni: per il livello
di cast e maestranze tecniche (diretto da
Comencini, scritto da Suso Cecchi D’Amico,
Nino Manfredi è Geppetto, Gina Lollobrigida
la fata turchina, Franco e Ciccio il Gatto
e la Volpe, Vittorio De Sica il giudice),
ma soprattutto per il fatto che questa fiction
si confronta con le origini stesse dell’industria
culturale italiana.
Il 1973, pur non mancando di materiale di
cui parlare, si presenta invece maggiormente
sguarnito. Tra gli sceneggiati “classici”
si segnala Puccini, diretto da Sandro Bolchi,
di genere chiaramente biografico, Moby Dick
di Carlo Quartucci e Napoleone a Sant’Elena
di Vittorio Cottafavi. Tre sono invece le
fiction di tensione civile: Vino e pane,
tratto da Silone e diretto da Piero Schivazappa,
narra la storia di un intellettuale perseguitato
dai fascisti, così come del fascismo
tratta Il caso di Don Minzioni, storia del
sacerdote ucciso a bastonate nel 1923 (si
noti l’assonanza con un certo filone “civile”
del cinema contemporaneo); diverso, perché
decisamente improntato al realismo, è
invece Diario di un maestro, di Vittorio
De Seta, storia di un insegnante controcorrente
nelle borgate romane (un certo successo
gli arrise tra gli insegnanti “progressisti”).
Tra i polizieschi sicuramente va segnalato
lo sceneggiato diretto da Negrin Lungo il
fiume e sull’acqua, mentre Qui squadra mobile,
cui collaborò Majano, si può
considerare una vera serie poliziesca in
senso moderno, ispirata a fatti realmente
accaduti. Sul piano del cinema/televisione,
è del ’73 San Michele aveva un gallo
dei fratelli Taviani.
Al contrario, il 1974 è un anno particolarmente
ricco. Sul piano degli sceneggiati si segnala
in primo luogo Il giovane Garibaldi, diretto
da Franco Rossi, che racconta gli anni trascorsi
da Garibaldi in Sud America. Il ruolo del
protagonista fu affidato allo sconosciuto
Maurizio Merli, che entrò nell’immaginario
collettivo come Garibaldi, e, nel corso
del decennio, come severissimo e violento
commissario del filone “poliziottesco”.
Silvio Maestranzi dirige invece L’assassinio
dei fratelli Rosselli, alla cui sceneggiatura
partecipa Aldo Rosselli, figlio di Nello.
Bolchi dirige sia Anna Karenina che Un certo
Marconi, mentre il Mosè diretto da
Gianfranco De Bosio rinverdisce il filone
del kolossal. Tuttavia, la lavorazione è
molto travagliata: le riprese, a Gerusalemme,
vengono interrotte per lo scoppio della
guerra del Kippur. Gli sceneggiatori di
questa fiction sono Anthony Burgess, Vittorio
Bonicelli e Bernardino Zapponi. Per quanto
concerne i polizieschi, notevoli sono il
Commissario De Vincenzi interpretato da
Paolo Stoppa, e basato sull’investigatore
creato da Augusto De Angelis, tra i primi
giallisti italiani, e il Philo Vance interpretato
da Giorgio Albertazzi (ricordiamo che La
strana morte del signor Benson di Van Dine,
creatore di Philo Vance, è stato
il romanzo d’apertura della fortunatissima
serie dei Gialli Mondadori). Sul piano della
sperimentazione si devono segnalare L’ avventura
di Milarepa di Liliana Cavani, Bronte di
Florestano Vancini, noto per la sua lettura
“contro” del Risorgimento, e, soprattutto,
Cartesius di Rossellini.
In questi anni non sono molte le fiction
d’importazione. Nel 1970 arriva Pippi Calzelunghe,
fiction di coproduzione svedese-tedesca:
il personaggio è ancor oggi molto
noto, ma soprattutto è nota la canzone
della sua sigla, riportata al successo alcuni
anni fa da Claudio Baglioni nel recupero
di alcune canzoni “cult” degli anni ’70.
Nel 1971 approda invece in Italia Ufo:
“L’eccellente
serie prodotta all’indomani dello sbarco
sulla Luna è probabilmente la più
importante fonte dell’immaginario fantascientifico
del telespettatore italiano.”
Nel
1974 si chiude un’epoca. Immediatamente
dopo le sentenze sopra citate, depositate
in luglio, il 18 settembre Ettore Bernabei
lascia la direzione generale della Rai.
Si consideri una singolare, ma tutt’altro
che fortuita, coincidenza: esattamente 6
giorni dopo le dimissioni di Bernabei, iniziano
le trasmissioni via cavo (ormai legalizzate
dalla sentenza 226) dell’emittente privata
locale Telemilano, di proprietà dell’emergente
imprenditore milanese Silvio Berlusconi.
Quei sei giorni rappresentano il confine
tra due epoche.
Dai cento fiori al dupolio (1975-1989)
La
stagione dei cento fiori (1975-1984).
Chiamato in causa dalla Corte Costituzionale,
il legislatore risponde nel 1975. La legge
n. 103, però, risponde solo parzialmente
alle esigenze legislative e, soprattutto,
sociali. Se da un lato si registrano, almeno
sulla carta, delle innovazioni importanti,
come ad esempio il passaggio del controllo
televisivo dal governo al parlamento (scelta
che se da un lato porterà a un ingresso
delle forze di opposizione al sistema televisivo,
dall’altro lato spingerà ancor di
più al rafforzamento di quel fenomeno
definito efficacemente “lottizzazione”),
la nascita di una terza rete Rai, la creazione
di “programmi dell’accesso” (mai realmente
efficaci), d’altro lato la legge si dimostra
troppo cauta rispetto alle tv private, ribadendo
il monopolio pubblico dell’etere e limitando,
con atteggiamento assai miope, di cui ancora
oggi l’Italia paga le conseguenze, l’uso
del cavo. La legge viene parzialmente respinta
dalla stessa Corte Costituzionale l’anno
dopo, con il pronunciamento n. 202, che
sancisce l’illegittimità del monopolio
pubblico via etere a livello locale, decretando
ufficialmente l’annunciata fine del monopolio
e dando il via, involontariamente, alla
stagione detta dei “cento fiori”, o del
“far west” dell’etere. Questo caotico periodo
di passaggio tra la paleo-tv e la neo-tv
comporta un’inevitabile rivoluzione dei
linguaggi. L’esplosione della pubblicità,
che conquista la centralità assoluta
dell’industria culturale, grazie soprattutto
all’abbondante uso fattone dalle tv private,
porta a una vistosa frammentazione del linguaggio
televisivo. Se nella seconda metà
degli anni ’70 nascono generi come il contenitore
e il talk show, congeniali alle innovazioni
linguistiche, il programma simbolo della
prima neo-televisione è sicuramente
Drive in. Nato dall’intelligenza di Antonio
Ricci, personaggio molto importante della
tv degli ultimi vent’anni, Drive in è
la summa della tv privata sotto vari punti
di vista: per l’abbandono di qualunque intento
pedagogico; per l’attenzione riservata,
in quanto spettatori e consumatori, ai giovani,
praticamente ignorati dall’ovattata tv del
monopolio; per il suo abile intrecciarsi
con la pubblicità, straordinariamente
massiccia (tanto che spesso si ironizza
sulla pubblicità periodicamente interrotta
da Drive in…); per il suo ritmo veloce e
per il suo linguaggio frammentato; per la
sua trasgressività (si ricordi che,
soprattutto grazie alla pubblicità
e al cinema –spesso ignorato- dei filoni
l’Italia vive ora un rapporto molto diverso
con l’iconografia di donne ormai più
che “scollacciate”); per la sua elevatissima
serialità, negli sketch e nelle battute.
Questa, dal punto di vista linguistico,
è la tv che germoglia nella seconda
metà degli anni ’70, e che si sviluppa
definitivamente nei primi anni ’80.
Dal punto di vista istituzionale la situazione
di “caos” non dura molto. La discesa in
campo degli editori ben presto porta la
tv privata a un più elevato tasso
di professionalità, rispetto ai primi,
caserecci tentativi. Silvio Berlusconi,
intanto, si mette in luce sia per il suo
dinamismo (si veda il caso del Mundialito,
in cui la Rai rimedia una pessima figura),
sia per l’abilità nell’intessere
relazioni non sempre limpide (del 1981 è
la scoperta della Loggia P2, presieduta
da Licio Gelli, nei cui elenchi risultano,
oltre allo stesso Berlusconi, molti altri
personaggi televisivi e dirigenti Rai).
Così, quando nel 1982 Rusconi fonda
Italia 1 e Mondadori Rete 4, è chiaro
che si profila una sfida a tre. Sfida, per
la verità, risolta nel giro di poco.
Nel 1983, a causa di questioni legate al
mercato pubblicitario, Berlusconi rileva
Italia 1 da Rusconi, e nel 1984 il crollo
di Rete 4 consente all’imprenditore milanese
di “completare” il terzetto di reti che
ancor oggi caratterizza il principale (perché
largamente superiore agli altri come potenza
economica e mediatica) polo televisivo privato.
Si profila dunque a metà degli anni
Ottanta il duopolio televisivo: nel 1979
aveva infatti visto la luce, pur tra molte
difficoltà, Rai Tre (che, nonostante
la debolezza economica, vivrà una
stagione televisivamente fantastica nella
seconda metà degli anni ’80, grazie
all’intelligenza di Angelo Guglielmi, direttore
di rete).
Dal punto di vista tecnologico, va ricordato
che nel 1977 la Rai inizia le trasmissioni
a colori.
Per quanto concerne la fiction, la maggiore
novità di questi anni sta nella massiccia
importazione di fiction straniera. Questo
si deve soprattutto alle neonate tv private,
grandi importatrici e distributrici di fiction
americana (nel senso di nord- e sudamericana),
per due motivi: per tentare di intercettare
i gusti del pubblico, che in altri paesi
si è dimostrato estremamente attratto
dalla lunga serialità, e per tentare
di arricchire i palinsesti, non potendo
farlo con le spese troppo elevate che porterebbe
la produzione in proprio di fiction. Da
questo momento, la fiction italiana si lega
inestricabilmente a quella d’importazione,
dapprima perseguendo un modello tradizionale,
completamente diverso, e poi (ma è
storia recente) tentando, con buoni risultati,
di adottare il modello di produzione industriale
di fiction tipico degli Stati Uniti.
Il 1975 è un anno piuttosto povero
per il genere fiction. Si registra, in primo
luogo, un recupero dello sceneggiato classico:
è questo il caso di Marco Visconti
di Anton Giulio Majano, interpretato da
Raf Vallone, del biografico Murat di Silverio
Blasi, de La bufera diretto da Edmo Fenoglio.
E’ il caso, soprattutto, dell’Orlando furioso
di Luca Ronconi. Realizzato nella direzione
della più vivace sperimentazione
(ma inserendosi, in ogni caso, all’interno
di una prospettiva ancora pedagogica), l’ennesimo
tentativo di recupero delle radici stesse
della cultura italiana spacca la critica
e il pubblico. Tuttavia, nelle eterogenee
opinioni espresse dalla critica, manca l’osservazione
più profonda, ossia che la direzione
della tv non è, o quantomeno non
è più, quella della sperimentazione
nell’ambito di un universo linguistico e
culturale classico. La tv si va sempre più
affermando non solo come linguaggio autonomo,
ma soprattutto come mezzo di consumo (nel
senso di mezzo “consumato” da un vasto numero
di persone, e di “volano dei consumi”).
Come vedremo, la difficoltà di comprensione
da parte della Rai di tale salto rischierà
di far restare indietro soprattutto un genere
come la fiction. Del ’75 è l’antologia
Storie in una stanza, di chiaro impianto
cinematografico. Dello stesso anno è
soprattutto Giandomenico Fracchia, diretto
da Antonello Falqui: ponendosi a metà
tra prosa e fiction, è tuttavia un
prodotto notevole soprattutto in relazione
alla sua risonanza sull’immaginario collettivo.
Fracchia è il signor nessuno, l’impiegatucolo
creato da Paolo Villaggio, impacciato fino
al ridicolo e pronto a genuflettersi di
fronte ai suoi superiori. Spesso confuso
con Fantozzi, condivide con quest’ultimo
alcune espressioni verbali e vocali, ma
ne differisce profondamente nella sostanza:
laddove Fantozzi è la sfortuna incarnata
in un uomo, l’impossibilità di riscatto,
Fracchia è l’irritante subordinato.
Alcune espressioni, come “Com’è umano
lei”, spesso attribuite erroneamente a Fantozzi,
sono proprie di questo straordinario personaggio.
Il 1976 porta invece il Sandokan di Salvatore
Sollima, di cui restano celebri la sigla
e il personaggio interpretato da Kabir Bedy.
Nello stesso anno Daniele D’Anza gira Extra,
sulle paure provocate dal presunto arrivo
degli extraterrestri. Ancora, Sandro Bolchi
gira Camilla, interpretato da Giulietta
Masina e ambientato nell’immediato dopoguerra.
Ritorna anche il giallo, con Dov’è
Anna diretto da Schivazappa e scritto dall’ormai
specialista Biagio Proietti. Dal punto di
vista sperimentale, vanno segnalati La città
del sole, con cui Gianni Amelio ripercorre
la vita di Tommaso Campanella, e Le cinque
stagioni, di Gianni Amico, film ambientato
in un ospizio. Nel ’76 arriva infine Kojak,
il celebre poliziotto rasato del Dipartimento
di New York, che stringe tra le labbra il
lollipop. Trasmesso da Rete 1, nei primi
anni ’80 verrà abbondantemente replicato
da Canale 5 e poi da Italia 1.
Nel 1977 Luigi Perelli, che si segnalerà
in futuro soprattutto per la direzione di
alcune serie della Piovra, gira Lo scandalo
della banca romana, sul noto scandalo di
fine Ottocento che coinvolse, tra gli altri,
Francesco Crispi e Giovanni Giolitti, mentre
Gregoretti, nel suo fare sempre a metà
tra la sperimentazione e la satira, tenta
di portare sul piccolo schermo Michail Bulgakov
(scrittore assai complesso da rendere audiovisivamente)
con Le uova fatali. Ma tra i prodotti nazionali
il più importante (soprattutto per
i giudizi radicalmente opposti che suscita)
è certamente il Gesù di Nazareth
di Franco Zeffirelli. Opera elefantiaca
e sfarzosa, come nello stile del bizzarro
regista toscano, kolossal dei kolossal televisivi,
il film tenta di ripercorrere la vita di
Gesù rifacendosi ai 4 vangeli e a
episodi apocrifi. Apprezzatissimo da alcuni
critici, soprattutto di parte cattolica,
vilipeso da altri, è oggi un classico
delle vacanze pasquali. Sulla qualità
dell’opera, in ogni caso, ci permettiamo
di esprimere dei dubbi. Nel ’77 vengono
importate anche due serie importanti: Furia,
serie dedicata al celebre cavallo, che continua
la tradizione dei “super-animali” (famosissima
la sigla cantata da Mal), e soprattutto
la sit-com Happy Days. Clamoroso prodotto
di culto ambientato negli anni ’50, è
ispirato al film di Gorge Lucas American
graffiti. In Italia sono stati trasmessi
255 episodi, che hanno influenzato più
di una generazione, soprattutto grazie al
famosissimo personaggio di Fonzie, soprannome
di Arthur Fonzarelli, archetipo del giovane
americano degli anni ’50: capello super-brillantinato,
giacca di pelle, stivali, moto e belle ragazze.
Il suo “hey” è entrato nel linguaggio
di giovani di diverse generazioni.
Nel 1978 abbiamo ancora una serie di sceneggiati:
si va da Il furto della Gioconda, diretto
da Renato Castellani, che ricostruisce il
furto del capolavoro di Leonardo avvenuto
nel 1911, a Madame Bovary di Daniele D’Anza,
in cui vengono rifuggiti i cliché
sia della protagonista come personaggio
antipatico, sia dell’eroina romantica, Disonora
il padre, tratto da un romanzo autobiografico
di Enzo Biagi e diretto da Sandro Bolchi.
Continua l’impegno della Rai nel cinema
(-televisione) con Padre padrone dei fratelli
Taviani, mentre per quanto riguarda l’importazione
arrivano Radici, serial di straordinario
successo di Marvin Chomsky sullo schiavismo
(due anni dopo arriverà Radici: le
nuove generazioni, di minor successo nonostante
la presenza di Henry Fonda), e La famiglia
Bradford, serie che mescola molto bene i
momenti divertenti e quelli drammatici.
Il 1979 è un anno di straordinaria
intensità, soprattutto per quanto
riguarda la fiction d’importazione, in cui
va segnalato il dinamismo di Rete Due (ma
non solo). Arrivano, anzitutto, L’ispettore
Derrick (che, come sottolinea Aldo Grasso,
si differenzia dal modello americano di
serie per la maggiore profondità
di pensiero, ma anche per il minore ritmo)
e Colombo, personaggio straordinariamente
interpretato da Peter Falk (pure scelto
dopo il rifiuto di Bing Crosby). Colombo
da un lato contravviene all’archetipo classico
dell’investigatore americano (apparentemente
maldestro, tutt’altro che duro e violento),
ma d’altro lato risolve casi apparentemente
impossibili con la sua acutezza. Sempre
sul secondo canale arrivano Starsky &
Hutch, altri personaggi ormai leggendari
della tv americana. Agenti della polizia
di Los Angeles, i due si distinguono invece
per la goliardia delle loro figure: tutt’altro
che ligi al dovere, donnaioli, ma anche
dotati di eccellenti doti atletiche, i due
agenti sono stati impersonati da Paul Michal
Glaser e David Soul. Rete 1 trasmette invece
Holocaust, serial diretto da Marvin Chomsky
(lo stesso di Radici), saga che ripercorre
il nazismo e le persecuzioni razziali. General
Hospital è invece (probabilmente)
la prima soap opera importata in Italia.
Andata in onda dapprima su circuiti locali,
e su Canale 5 dal 1982, questa soap è
nata negli Stati Uniti nel 1963. Le linee
narrative si intrecciano attorno al dottor
Steve Hardy e all’infermiera Jessie Brewer.
In realtà, il rinnovato successo
della soap è dovuto al suo affidamento
a Gloria Monty, ottima produttrice che ha
svecchiato il prodotto con i personaggi
di Luke e Laura, due adolescenti innamorati.
George e Mildred, invece, è una sit-com
trasmessa da Rete 2 (poi da varie televisioni
locali), e che ruota attorno alle vicende
di due coniugi bizzarri. Si tratta dello
spin off della serie americana A man about
the house. Serie che ha invece seguito un
cammino esclusivamente sulle reti private
è Charlie’s Angels, trasmessa prima
su Antenna Nord, poi sulle reti Fininvest.
Come noto, la serie racconta le impese di
tre investigatrici alle dipendenze del misterioso
Charlie, il capo dell’agenzia investigativa.
Rete 2 trasmette invece Alla conquista del
West, serial che racconta la saga della
famiglia Macahan, impegnata nella lotta
per il bene. E sempre la seconda rete Rai
trasmette M.A.S.H., la serie ispirata al
bellissimo film di Robert Altman, che racconta
le insieme drammatiche e grottesche vicende
di un ospedale da campo durante la guerra
di Corea. Prodotta nel 1972, la serie era
anche una evidente denuncia contro la guerra
del Vietnam. Resta una serie importantissima.
Nel ’79 non manca nemmeno la fiction italiana
(anche se le differenze qualitative e qualitative
risaltano immediatamente all’occhio). Gianni
Amico si confronta con Goethe dirigendo
Le affinità elettive, mentre Pino
Passalacqua dirige la storia di mafia La
mano sugli occhi, tratta da un romanzo di
Camilleri. Bolchi dirige invece Bel Ami,
interpretato da Corrado Pani, mentre poco
significativa risulta l’antologia L’altro
Simenon, ispirata ai romanzi di Simenon
in cui non compare Maigret. Per il cinema
in tv, Olmi realizza L’albero degli zoccoli,
presentato nella sua versione originale
in dialetto bergamasco.
Se il ’79 è un anno particolarmente
intenso, nel 1980 non vengono importate
nuove fiction di rilievo (ma si tenga conto
che ora, con l’ingresso della lunga serialità
nei palinsesti, le serie iniziate negli
anni precedenti ricoprono ampi segmenti
di palinsesto). Per quanto riguarda la fiction
italiana, il caso più interessante
dell’anno è Cristo si è fermato
a Eboli di Francesco Rosi. Rosi cerca nella
televisione un nuovo luogo di espressione
per il suo impegno civile. La fiction è
interpretata dall’attore simbolo del cinema
civile, Gian Maria Volonté. Pur non
potendo negare l’interesse di questo prodotto,
ci si rende però facilmente conto
di come il settore fiction italiano sia
molto precario, legato a pochi “grandi eventi”
televisivi, di alto profilo ma anche di
alta spesa e di scarse garanzie nel lungo
periodo (difetto ancora oggi non del tutto
estinto). Oltre al lavoro di Rosi va segnalato
quello di Albertazzi, Gradiva, di cui l’attore
cura la sceneggiatura e la regia (oltre,
ovviamente, all’interpretazione), e Il piccolo
Archimede, film per la tv di Gianni Amelio.
Nel 1981 si segnala in primo luogo Don Luigi
Sturzo, di Giovanni Fago, in cui Flavio
Bucci interpreta il fondatore del Partito
Popolare. Rete 3 produce la sua prima fiction
con Maira Zef, di Vittorio Cottafavi, storia
di grande impegno civile, recitato in dialetto
friulano. Storia di Anna è diretto
invece da Salvatore Nocita. Si tratta della
prima fiction che si occupa di droga. Questo
elemento è interessante se si considera
che nello stesso anno Piero Badaloni e Mario
Maffucci realizzano Droga: che fare?, vero
precursore della tv verità. Per quanto
riguarda la fiction straniera va segnalata
in primo luogo Cuore e batticuore, serie
giallo-rosa che racconta l’amore tra due
ricchi coniugi molto attratti da misteri
e investigazioni. Ovviamente, i due personaggi
sono quantomeno debitori della coppia di
investigatori creata da Dashiell Hammett
ne L’uomo ombra. Nell’81 arriva anche Hazzard,
la serie prodotta due anni prima dalla Warner
Bros che racconta le avventure dei tre cugini
e della loro auto “Generale Lee”. Ma il
caso dell’anno è certamente Dallas,
il serial televisivo più famoso della
storia. Dallas verrà trasmesso fino
al 1992, ma la peculiarità italiana
sulla trasmissione di questo programma va
oltre l’indubbio valore di questo serial.
La Rai ne acquista tredici puntate, trasmettendole
con trascuratezza e non rispettando le regole
della serialità: usato spesso come
tappabuchi del palinsesto, e trasmesso spesso
senza il rispetto dell’ordine cronologico
delle puntate, Dallas non esplode. Passato
invece su Canale 5, diviene il fenomeno
televisivo della stagione 1981-’82. L’episodio-Dallas
dimostra la difficoltà della Rai
nella comprensione della lunga serialità,
e soprattutto della domanda sociale di questo
tipo di prodotto. Quanto al serial vero
e proprio, la figura di J.R. Ewing è
stata consegnata all’immaginario collettivo
come icona di “cattivo” della cultura di
massa degli anni ’80. A questo serial sono
legati molti episodi di passione “di massa”,
dall’interrogativo ”Chi ha sparato a J.R.?”,
che negli Stati Uniti porta davanti al teleschermo
85 milioni di telespettatori il 21 novembre
del 1980, al ritorno di Bobby, morto una
stagione prima (si svela che l’intera stagione
precedente è stata un sogno…), dovuto
alle pressioni del pubblico.
Il 1982 è un altro anno di grandi
importazioni. Per quanto riguarda le serie,
arriva Magum P.I., il celebre investigatore
delle Hawaii interpretato da Tom Selleck,
trasmesso da Canale 5. Hill Street giorno
e notte riguarda invece la vita e i casi
di un commissariato, tratteggiati in modo
molto realistico (nel poliziesco, l’assenza
di un solo protagonista, e il racconto delle
avventure di un intero commissariato nasce
in letteratura con i romanzi dell’87°
distretto di Ed McBain, e sarà una
situazione narrativa molto sfruttata dalla
fiction televisiva), e viene trasmesso da
Rai Due. Ancora, su Canale 5 va in onda
Love Boat, altra serie di grande successo.
Per quanto riguarda i serial, invece, approda
nell’82 su Canale 5 (per poi passare a Rete
4) Sentieri, la soap più “anziana”
della storia: nasce infatti in radio, negli
Stati Uniti, nel 1937. Sulla scia di Dallas
arrivano altre saghe familiari: Flamingo
Road su Canale 5, Falcon Crest su Italia
1 (passerà su Rete 4 l’anno dopo),
e soprattutto Dinasty, avversario designato
di Dallas (Rete 4 lo porta in Italia proprio
per opporlo alle malefatte di J.R., ma l’opposizione
durerà fino al 1984, quando Rete
4 verrà rilevata da Berlusconi).
Nel 1982 arriva in Italia, inoltre, la prima
telenovela sudamericana: si tratta di Anche
i ricchi piangono, 248 episodi incentrati
sui patimenti di Mariana Villareal, giovane
messicana. La telenovela è stata
trasmessa dapprima dai circuiti locali,
poi da Rete A e infine da Rete 4. Spostandoci
completamente dal punto di vista geografico,
produttivo e culturale, va segnalato che
dopo due anni di archivio Rai Due manda
in onda il Berlin Alexanderplatz di Reiner
Werner Fassbinder, interpretato dalla musa
dell’eccentrico regista Hanna Shygulla.
Per quanto concerne la fiction italiana,
continua la linea tradizionale della Rai:
Renato Castellani gira Verdi, costosissima
biografia. Allo stesso modo, è biografia
e kolossal il Marco Polo di Giuliano Montaldo,
presentato come una risposta italiana all’esplosione
della fiction americana. Da segnalare sono
anche Casa Cecilia, una sorta di sit-com
all’italiana (che, con altre tre serie nel
1982, ’83 e ’87 dà il via al modello
della serialità ripetuta, che La
piovra riprenderà con risultati decisamente
migliori) con Delia Scala, e Storie d’amore
e d’amicizia, mini-serial diretto da Franco
Rossi e ambientato tra il ’35 e il ’43.
Il 1983 porta in Italia, in primo luogo,
Saranno famosi, il serial “spin off” del
film di Alan Parker (1980). Il serial approda
su Rai Due, ed eredita dal film anche alcuni
attori. Allo strepitoso successo contribuiscono
in modo decisivo le musiche e le coreografie.
Di Capitol, invece, Rai Due ha trasmesso
584 episodi, fino al 1988. Si tratta di
un altro “classico” della soap opera, che
sposta i tipici contrasti di natura familiare
nella politica, ambientando la narrazione
nella lotta per la conquista della Casa
Bianca da parte di due famiglie rivali.
Per quanto concerne le tv private, invece,
proprio le fiction importate e trasmesse
nel 1983 assumono un ruolo decisivo sui
futuri sviluppi “istituzionali” del territorio
dell’emittenza privata. Infatti, da una
parte Rete 4 acquista e trasmette Venti
di guerra, miniserial diretto da Dan Curtis.
Il protagonista della storia, che narra
il periodo dal 1939 al 1941, è il
capitano Pug Henry, interpretato da Robert
Mitchum. Costato quaranta milioni di dollari,
viene acquistato da Rete 4 per quattro miliardi,
cifra enorme. I risultati d’ascolto sono
un flop clamoroso. Canale 5, invece, acquista
Uccelli di Rovo, la storia di Padre Ralph
(Richard Chamberlain) e dei suoi tormenti
spirituali-amorosi. Si tratta del mini-serial
di maggior successo della storia della tv.
La vittoria di Canale 5 e il colpo economico
subito da Rate 4 sono alcuni degli elementi
che portano al tracollo della rete mondadoriana
e alla sua successiva acquisizione da parte
di Canale 5. Per quanto riguarda la fiction
italiana, il primo prodotto da segnalare
è Fontamara, diretto da Carlo Lizzani
(che nel 1980 aveva diretto la versione
cinematografica del romanzo di Silone).
Anton Giulio Majano, il maestro del teleromanzo,
dirige L’amante dell’Orsa maggiore, tratto
da Piasecki e interpretato da Ray Lovelock.
Ancora, Piero Schivazappa dirige Quer pasticciaccio
brutto de via Merulana. Inoltre, la Rai
realizza un investimento sostanzioso in
un’antologia di film per la tv, intitolata
Dieci registi italiani, dieci racconti italiani.
Tra gli altri registi impegnati in questo
progetto, Luigi Comencini, Gianni Amelio
e Luigi Magni.
Il consolidamento del duopolio (1984-1989).
“Il
periodo vive fra yuppie e new romantic:
fra attenzione al corpo e al benessere fisico
e spinte verso nuove forme di dandismo.
E’ l’epoca del recupero elettronico di Oscar
Wilde, con un occhio a Vanity Fair.”
Così
Michele Sorice riassume lo spirito degli
anni ’80, splendidamente rappresentato dalla
tv commerciale, e soprattutto dall’introduzione
di nuove modalità di consumo televisivo.
Lo zapping e la frammentazione divengono
la cifra stilistica dominante della produzione
e del consumo. Lo spettatore, sempre più
indipendente (individualista), si muove
nel territorio dell’offerta televisiva (come
in quello dei consumi e dei valori culturali)
consapevole ormai della sua posizione di
forza. Sono anni di grande ottimismo, in
cui le agenzie di socializzazione vivono
dei forti cambiamenti a livello di gerarchie
d’importanza. Ormai sempre maggiore insofferenza
si vive nei confronti della politica, dei
partiti e dei grandi ideali, mentre cresce
inesorabilmente la fiducia in se stessi.
Il “reaganismo”, o il “tatcherismo”, non
traggono forza tanto da spinte neo-conservatrici
o neo-tradizionaliste, quanto dall’assoluta
fede nei confronti del mercato e della meritocrazia,
e dalla sfiducia nei confronti delle istituzioni.
Se la chiesa e il partito vivono anni di
crisi, è la sempre maggiore cura
del sé e della propria immagine (intesa
come parte del sé, e non come sua
naturale contrapposizione) ad assumere sempre
maggiore importanza. Lo testimonia l’importanza
della moda, non come dettame stilistico
imposto dai creatori, quanto come strumento
di comunicazione individuale e del proprio
corpo.
Nell’ambito dell’industria culturale, la
forza della tv privata spinge la televisione
ormai decisamente al centro del sistema
dei media. Al di là delle interpretazioni
spesso superficiali di questo fenomeno,
in cui si vuole la tv (e in particolare
quella commerciale) come “oppio” nei confronti
del pubblico, e come causa della difficoltà
degli altri media nei confronti dell’industria
culturale, la forza del piccolo schermo,
soprattutto negli anni ’80, sta nella sua
capacità di aderire ai valori culturali
e alimentarli. Dal punto di vista istituzionale
si è già detto di come nel
1984 Berlusconi completi la propria potenza
televisiva acquisendo Rete 4. Una dimostrazione
forte di come le tv del Cavaliere siano
già entrate nel cuore e nell’immaginario
degli italiani è rappresentato dal
celebre caso dei Pretori: sempre nel 1984,
alcuni Pretori sanciscono (interpretando
la legge in maniera corretta ma, forse,
non troppo realistica) l’oscuramento delle
reti Fininvest. A seguito di ciò
ci saranno manifestazioni da parte del pubblico.
Le reti vengono salvate da un decreto legge
dello stesso anno, transitorio nell’idea
del legislatore (con validità di
sei mesi), e che invece resterà in
vigore fino al 1990. A quel punto, il sistema
televisivo italiano sarà ormai troppo
strutturato per essere cambiato. Il duopolio
verrà ancora una volta sancito. Se
la tv riesce ad aderire, in questi anni,
ai valori correnti, altrettanto non accade
a un medium come il cinema, che, sia pur
in ripresa rispetto agli anni ’70, grazie
a una nuova ondata di commedia (molto distante,
però, dai risultati ottenuti negli
anni ’60), sembra aver perso la capacità
di rappresentare il cambiamento della società
italiana. A “uccidere” il grande schermo
non è tanto la tv (come spesso viene
detto), che ormai di cinema si nutre abbondantemente,
ma dalla sua cronica incapacità di
progettazione a lungo termine, in tutti
i settori, da quello economico, a quello
tecnico, a quello creativo. Ciò è
dimostrato dal fatto che la spesa per il
cinema da parte degli italiani è
comunque molto alta, e di gran lunga maggiore
che per qualunque altro spettacolo extra-domestico,
ma che tale spesa è convogliata,
per larga parte, verso il cinema americano,
che offre un prodotto assai più attraente.
La radio, intanto, vive per certi versi
un momento assai simile alla tv: sempre
maggiore è l’ascolto diretto verso
i network privati, mentre la Rai vive un
intero decennio di riforme e contro-riforme
nel tentativo di non farsi strappare il
pubblico, soprattutto quello più
giovane. Critico è il momento del
fumetto, in cui, in una situazione che vede
uno scollamento forte tra produzione e consumo,
due prodotti, nella seconda metà
del decennio, riscuotono un grande successo:
si tratta di Dylan Dog e di Lupo Alberto.
A nostro avviso, tale successo (per altro
non immediato) si deve non tanto alla rappresentazione
dei valori degli anni ’80, quanto a un’anticipazione
di quelli degli anni ’90. Infatti, se Dylan
Dog ben si coniuga con correnti culturali
sia della fine degli anni ’80 (l’estetica
del pulp e dello splatter), che degli anni
’90, incentrandosi sull’archetipo dell’antieroe,
e assorbendo e facendo esplodere frammenti
e schegge di tutta la cultura di massa,
Lupo Alberto ben rappresenta il disincanto
cinico e (auto)ironico degli anni ’90.
Il 1984 è un anno molto importante
per la fiction italiana. Infatti, accanto
a formati maggiormente tradizionali, utilizzati
in prodotti come Western di cose nostre,
tratto da Sciascia, o Cuore di Comencini,
è in questo anno che esce il primo
“atto” de La piovra, quello che senza alcun
dubbio è il più grande successo
della fiction italiana, e uno dei più
grandi successi televisivi di sempre. I
motivi sono molti, e vanno rintracciati
in primo luogo nella qualità “tecnica”
del prodotto. Il regista della prima edizione
è Damiano Damiani, grandissimo professionista
che ha tentato negli anni passati di importare
nel cinema italiano il modello produttivo
americano. Le routines produttive de La
piovra si affrancano dal modello cinematografico
italiano, tutto incentrato sulla figura
del regista, per favorire un’interazione
tra professionalità diverse. Alla
sceneggiatura lavora un nome importante
come Ennio De Concini, cui si aggiungono,
nelle serie successive, Stefano Rulli e
Sandro Petraglia. Il cast è di tutto
rispetto, e può contare su volti
che resteranno indelebilmente legati a La
piovra. Alcune serie possono contare sulle
musiche di Ennio Morricone. Ci sono poi
motivi di altra natura che fanno de La piovra
un prodotto inarrivabile. Questa fiction
è riuscita a dosare sapientemente
la lezione del telefilm americano mantenendo
una stretta attinenza all’attualità
italiana, e al dramma pluridecennale della
criminalità organizzata. Così
facendo, è riuscita (risultato rarissimo
nella produzione culturale italiana in tutte
le sue forme) a creare un’originale mitografia,
in cui archetipi di assoluto valore vengono
associati a realtà tutte italiane:
l’eroe contemporaneo assume le fattezze
di un commissario civilmente impegnato e
indignato, che decide di combattere contro
una malattia sociale in spaventosa metastasi,
inevitabilmente più forte di lui
(che sia il Cattani interpretato da Placido
o il Licata cui ha dato il volto Vittorio
Mezzogiorno); l’incarnazione del male è
uno spietato boss mafioso, individuo disprezzabile
ma anche inevitabilmente rivestito da un’aura
carismatica, che ha le sopracciglia inarcate
e la voce acuta di Remo Girone. La piovra,
affermazione storica del modello a serialità
ripetuta (vedi sopra), tocca il suo apice
nel 1989: il 20 marzo, al termine della
quarta serie, quasi diciotto milioni di
italiani assistono all’assassinio del commissario
Cattani. La Piovra ha totalizzato 10 serie,
ultima delle quali nel 2001. L’ottava e
la nona serie sono dei prequel.
Il 1985 si ricorda soprattutto per l’arrivo
in Italia del serial di fantascienza Visitors.
Divenuta rapidamente una fiction di culto,
quella che in origine doveva essere una
miniserie viene ampliata e dà vita
anche a una seconda serie, in onda in Italia
nel 1986. Tra le fiction italiane si ricordano
due kolossal: Quo vadis?, diretto da Franco
Rossi, specialista del kolossal, e soprattutto
Io e il duce, diretto da Alberto Negrin
e interpretato da un cast internazionale
di massimo livello: Bob Hoskins nei panni
di Mussolini, Susan Sarandon in quella di
Edda Ciano, Tony Hopkins nei panni di Galeazzo
Ciano. Altro lavoro interessante è
la serie diretta da Sergio Citti, allievo
prediletto di Pasolini, Sogni e bisogni.
Si tratta di una serie antologica interpretata
da molti dei comici italiani vecchi e nuovi:
Verdone, Pozzetto, Villaggio, Tognazzi,
Nuti, Montesano, Nichetti, Haber.
Il 1986 si segnala ancora una volta soprattutto
per le fiction d’importazione. Arrivano
quest’anno I Robinson, capeggiati dal capofamiglia
Bill Cosby (certamente il più grande
comico americano di colore). La sit-com,
di straordinario successo, racconta le vicende
di una famiglia di colore perfettamente
integrata e di alto livello culturale, in
cui assolutamente centrali risultano le
performance ironiche del padre di famiglia.
Sempre nell’86 arriva Miami Vice, poliziesco
importante soprattutto per alcune innovazioni
tecniche (nella regia, nella scenografia,
nell’uso spregiudicato delle musiche). Ancora,
sul fronte della soap opera viene trasmessa
da Rai Due Quando si ama, ambientata in
una cittadina americana, che racconta le
vicende di due famiglie molto lontane per
ceto sociale. Tra le fiction italiane si
devono ricordare soprattutto Il cugino americano,
altra storia di mafia diretta da Giacomo
Battiato, e La storia, tratto dal romanzo
di Elsa Morante. Caso particolare è
quello di Love me Licia, una delle prime
fiction prodotte dalle emittenti private,
sulla scia del grande successo del cartoon
giapponese, lavoro di modesto impegno produttivo,
interpretato in maniera molto approssimativa
dagli attori (la protagonista è Cristina
D’Avena), ma che testimonia il cambiamento
in atto nel sistema televisivo italiano:
non più fiction nelle quali si cerca
un presunto valore “artistico”, ma prodotti
specificamente rivolti a un target (quello
dei ragazzi, in questo caso), e molto attenti
alle tendenze del pubblico.
Lungo un vettore più specificamente
rivolto al consumo (come Love me Licia -che
avrà due seguiti- ma con un’attrezzatura
produttiva già maggiormente credibile)
si muove I ragazzi della Terza C, in onda
per la prima volta nel 1987 su Italia 1.
Per quanto si tratti di un prodotto che
evidenzi dei grandi limiti di regia, di
sceneggiatura, di recitazione, si tratta
comunque di un prodotto cult (diversi personaggi
sono ancora oggi ben presenti nella memoria
almeno generazionale del pubblico). Da segnalare
l’importazione, sempre nel 1987, de Il ritorno
di Perry Mason, film per la tv che rispolvera
il personaggio degli anni ’50 con un buon
successo. Sempre nel corso di quest’anno
arriva anche il medical drama tedesco La
clinica della Foresta Nera, con dei buoni
risultati.
Nel 1988 il panorama italiano si arricchisce
di due sit-com (come noto, formato poco
battuto dalla fiction nostrana). E se i
risultati di Zanzibar non sono trionfali,
diverso è il discorso per Casa Vianello,
prodotto di straordinario successo, e unica
sit-com italiana realmente degna di nota.
Tuttavia (e come vedremo meglio nel capitolo
9), l’enorme distanza che intercorre tra
il teatrino domestico di Sandra e Raimondo
e le sit-com americane dimostra la distanza
enorme che intercorre tra le due produzioni
in un genere televisivo di grande importanza.
Sulla scia delle coproduzioni si pongono
invece Il segreto del Sahara, tratto da
Salgari, e Un bambino di nome Gesù,
in onda su Canale 5. Sempre la rete ammiraglia
Fininvest trasmette il miniserial prodotto
da Carlo Ponti Mamma Lucia, basato su un
romanzo di Mario Puzo e interpretato da
Sofia Loren. Infine, tipicamente italiano,
ma nel senso “moderno” (parlando di fiction)
del termine è …E non se ne vogliono
andare, commedia familiare sul rapporto
genitori-figli. Invece, sempre Canale 5
propone La romana, nuova trasposizione del
romanzo di Moravia interpretato da Gina
Lollobrigida e Francesca Dellera. Tra le
fiction d’importazione, molto importante
è L.A. Law, bell’esempio di legal
drama aderente alle tematiche d’attualità
nell’America degli anni ’80 (il razzismo,
l’AIDS, la droga). Da segnalare, poi, è
la Serata Capitol, in occasione dell’ultimo
episodio della soap, la cui produzione viene
interrotta negli Stati Uniti per il calo
sempre più consistente di audience,
ma che in Italia continua a riscuotere successo,
e la cui fine lascia un vuoto in molti italiani.
Hunter, arrivato in Italia nel 1989, è
l’ennesimo esempio di un poliziesco (inevitabilmente
ambientato a Los Angeles) di ottimo successo,
in cui le dosi di violenza da parte dei
poliziotti aumenta rispetto agli altri prodotti
di questo genere. Rai Uno trasmette invece,
con poco successo, Chateauvallon, definito
il Dallas francese. Italia 1 trasmette per
la prima volta la vecchia (’66-’68) trasposizione
televisiva di Batman, nota per le onomatopee
che “esplodono” sullo schermo e per una
certa atmosfera “trash” che certo non rende
giustizia al capolavoro del fumetto di Bob
Kane. La fiction italiana vede invece nel
1989 diversi prodotti interessanti. Il miniserial
Chiara e gli altri è un’altra commedia
familiare tipicamente italiana, basata sul
conflitto di coppia e su quello generazionale.
Valentina è invece la libera trasposizione,
realizzata da Italia 1, del fumetto di Guido
Crepax, con l’ex modella Demetra Hampton
nei panni della protagonista (affiancata
da Kim Rossi Stuart e perfino Eva Robin’s).
Il caso dell’anno però, ancora una
volta, affonda le radici nel “romanzo nazionale”:
il 1989 vede infatti la seconda (probabilmente
la meno riuscita) trasposizione de I promessi
sposi. Questa volta si tratta di un kolossal
diretto da Salvatore Nocita che vede Danny
Quinn nei panni di Renzo. Nel 1989 molti
critici si scandalizzano per la mancata
aderenza al romanzo. Oggi I promessi sposi
di Nocita appare come l’ennesima prova dell’indecisione
della Rai nell’attraversare il guado della
lunga serialità e, forse, della mancanza,
ancora nel 1989, di una piena comprensione
dei linguaggi televisivi.
Gli anni ‘90
I
primi anni ’90. Nell’agosto del
1990 arriva dunque la tanto agognata legge
di riforma del sistema radiotelevisivo,
nota con nome di legge Mammì. L’espressione
più ricorrente utilizzata dai commentatori
nell’aggettivare tale legge è “fotografia
dell’esistente”. In effetti, i passi principali
di tale legge sembrano essere da un lato
la “legalizzazione” della libertà
d’antenna per i privati (ancora soggetta
a restrizione dalle precedenti norme, di
fatto però scavalcate), e dall’altro
l’istituzione di limiti di concentrazione
di proprietà riguardanti tutto il
sistema dell’informazione e della comunicazione.
A ben guardare, però, tali limiti
sono ben attenti a non intaccare la struttura
generale del sistema televisivo (viene infatti
stabilito in tre il numero massimo di reti
possedibili da ogni soggetto). Accanto a
ciò, nell’ambito della legge vanno
segnalati i limiti pubblicitari (peraltro
piuttosto morbidi), e l’obbligo dell’istituzione
di un tg anche per le reti private (compensato
però dalla possibilità di
utilizzare la diretta). Il risultato di
tale legge è quello, da un lato,
di garantire una maggiore efficienza e qualità
(non nel senso comunemente utilizzato dagli
intellettuali rispetto alla tv, ma piuttosto
da un punto di vista “industriale”) anche
da parte delle tv private, ma dall’altro
la chiusura definitiva del sistema a possibili
alternative al duopolio, almeno fino allo
sviluppo delle nuove tecnologie di trasmissione.
Da un lato, la maturazione dell’industria
televisiva italiana è chiaramente
indicata anche dalla nascita delle pay-tv:
nel 1991 nasce Tele+1, ma è con l’arrivo
del digitale alla fine del decennio che
tale settore si afferma definitivamente.
Nel 2000 nascono D+, controllato da Canal
Plus, e Stream, in cui la figura di spicco
è quella di Rupert Murdoch. Nel 2002
l’australiano arriva ad acquisire la piattaforma
rivale, e dal 2003 nasce Sky. L’affermazione
delle tv multichannel favorisce il fiorire
del reality show, genere che trova il suo
genitore nel Grande Fratello, arrivato in
Italia nel 2000, e che può esprimere
al massimo le sue potenzialità linguistiche
solamente all’interno di palinsesti non
generalisti e non contingentati. Proprio
il fiorire del reality show favorisce nuove
ibridazioni della fiction che, come polo
teoricamente opposto dell’intrattenimento
televisivo, si pone come argine, ma anche
come elemento d’intreccio naturale per il
reality.
D’altra parte, la chiusura del sistema televisivo
generalista appare in maniera abbastanza
chiara nello sviluppo del caso La7. Nel
2001 il gruppo Telecom acquisisce da Cecchi
Gori (che forse, rivedendo la vicenda oggi,
appare come l’unico personaggio che per
un certo periodo è stato in grado
di rivaleggiare con la potenza mediatica
di Berlusconi) Tmc e Tmc2. La7 si propone
come alternativa al duopolio, ma complessi
motivi politici e (soprattutto) una vistosa
carenza di contenuti tagliano le gambe al
progetto.
Nella panoramica dell’industria culturale,
va detto che la cultura degli anni ’90 si
districa prevalentemente attraverso due
vettori, tra loro intrecciati, che Michele
Sorice ben ci illustra:
“L’industria
dell’immaginario si presenta come luogo
di estetizzazione della merce e di tecnologizzazione
del corpo e non come strumento di mercificazione
e reificazione dell’arte o di perdita delle
potenzialità individuali”
Tipica
degli anni ’90 è l’ibridazione dei
generi. Tale processo è chiaramente
visibile nella televisione e della musica,
due settori dell’industria culturale ormai
giunti a una certa maturità (pur
tenendo presente che la musica italiana
ancora non può essere paragonata,
per dimensioni e qualità, al blocco
anglo-americano). Ma la maturazione dell’industria
culturale italiana non può dirsi
sistemica e generalizzata. Il cinema, ad
esempio, vive a metà degli anni ’90
una violenta crisi, superata solo parzialmente.
In merito, Sergio Brancato scrive:
“Ciò
che appare come un più o meno lieve
rilancio delle capacità narrative
e spettacolari del nostro cinema è
invece l’ennesima manifestazione di una
tipica anomalia del sistema, che a volte
premia il prodotto nazionale al di là
dei suoi meriti oggettivi. […] Tuttavia,
a questo exploit non ha mai fatto da corollario
un rilancio generale del nostro cinema…”
Nel
settore dell’informazione, se da un lato
si assiste a un aumento generalizzato delle
vendite dei quotidiani (eccezion fatta per
quelli sportivi), preoccupante è
la disaffezione dei giovani al mondo del
quotidiano. Ciò, però, non
deve essere usato come elemento di preoccupazione
rispetto ai giovani, che da un lato utilizzano,
come gli adulti, la tv come fonte informativa,
e dall’altro arricchiscono notevolmente
le loro conoscenze attraverso la radio e,
dal finire del decennio, internet. Proprio
internet appare oggi, oltre che uno strumento
di rivoluzione antropologica, la più
importante fonte di offerta culturale, soprattutto
per i consumatori maggiormente alfabetizzati
ai linguaggi digitali.
Dal punto di vista della fiction televisiva,
c’è da dire che i primi anni ’90
rappresentano complessivamente il periodo
più nero di questo genere, in netto
contrasto con la seconda metà del
decennio, quando esplode con grande successo
la lunga serialità, e con essa una
nuova era televisiva. In compenso, proprio
nei primi anni ’90 continuano a essere importati
prodotti di enorme successo e importanza,
soprattutto dagli Stati Uniti.
A gennaio del 1990, a poche settimane dalla
messa in onda de I promessi sposi di Nocita,
va in onda la più famosa parodia
del romanzo di Manzoni. A realizzarla sono
Anna Marchesini, Tullio Solenghi e Massimo
Lopez. E’ probabilmente la performance più
importante e valida del “trio”, che regala
al pubblico gag indimenticabili, come Don
Abbondio, il “cane di prete”, che vive nella
cuccia, o la monaca di Ponza, trovata in
luogo della monaca di Monza, sdraiata sul
lettino con gli occhiali da sole. Sia pure
attraverso una soluzione assolutamente precaria,
la Rai sta lentamente cambiando atteggiamento
nei confronti della cultura istituzionalizzata.
Del ’90 vanno poi ricordati altri due prodotti.
Il primo è Un cane sciolto, in onda
su Rai Uno, in cui Sergio Castellitto interpreta
un magistrato che combatte contro la camorra
a Napoli. Il buon successo del prodotto
(che può vantare buone professionalità,
come Giorgio Capitani alla regia e Sergio
Donati alla sceneggiatura) porta a due seguiti,
in onda nel ’91 e nel ’92. Altro prodotto
di una certa fama è Disperatamente
Giulia, miniserial di Canale 5 tratto da
un romanzo di Sveva Casati Modignani. Si
tratta, come suggerisce l’autrice del romanzo
(in realtà pseudonimo di una coppia
di coniugi), di un melò, di una storia
d’amore dell’alta borghesia. La protagonista
è Tanhee Welch, e il cast vanta presenze
come Laura Antonelli e Dalila Di Lazzaro.
Ma soprattutto, nell’estate del 1990 approda
in Italia Beautiful. Si tratta dell’ennesimo
prodotto epocale importato dagli Stati Uniti,
che ha suscitato, come capita spesso alla
lunga serialità, violente polemiche
e feroci sarcasmi (nei confronti del prodotto
e del suo pubblico). Tuttavia, in questo
caso le polemiche si moltiplicano rispetto
a un Dallas o a un Capitol per la natura
di Beautiful, che ne fa una soap assolutamente
unica: la completa inverosimiglianza della
narrazione, che procede da ben più
di un decennio tra palesi forzature e stravaganti
distorsioni. In realtà, per comprendere
appieno il successo di Beautiful, piuttosto
che agli sterili sarcasmi dei critici è
utile ricorrere a un’analisi disincantata
e laica, ma anche attenta a tutti gli aspetti
da considerare in un programma televisivo.
E’ ciò che fa, ad esempio, Daniela
Cardini, che ci dice:
“…Beautiful
è un’eccezione anche nel soapscape
statunitense […] per spiegarne il grande
successo di pubblico non è in questione
la verosimiglianza di contenuti, quanto
piuttosto la capacità di osservare
quotidianamente, con l’atteggiamento tipico
del voyeur che costituisce uno dei piaceri
della fruizione della soap, un ambiente
in qualche misura “esotico” e lontano, ma
proprio per questo accattivante e stimolante
[…] agli occhi dello spettatore internazionale
Beautiful mette in scena molti degli stereotipi
dell’americanità, come l’ostentazione
della ricchezza, la superficialità,
la mancanza di morale, la fragilità
del matrimonio, la libertà dei costumi…”
Dunque,
un prodotto nato con lo scopo di ottenere
un successo internazionale. E successo è
stato, in Italia e nel mondo.
Nel 1991 il successo maggiore tra i prodotti
italiani è I ragazzi del muretto,
fiction di Rai Due non ancora seriale ma
sicuramente con ambizioni più grandi
rispetto agli altri prodotti (vengono realizzati
14 episodi e due seguiti). Il mondo che
si racconta è quello degli adolescenti,
con i suoi problemi (amori, droga, conflitti
generazionali) e un valore di fondo che
percorre la serie, quello dell’amicizia.
Si tratta del primo tentativo serio da parte
della tv pubblica di affrontare l’adolescenza
attraverso una fiction. Altro buon successo
lo ottiene il miniserial in due puntate
Felipe ha gli occhi azzurri, trasmesso da
Rai Due, storia di un bamibino filippino
immigrato illegalmente in Italia. Gino e
Michele, invece, realizzano su Italia 1
la sit-com I vicini di casa, interpretata
da un ottimo cast: Teo Teocoli, Silvio Orlando,
Gene Gnocchi, Gabriella Golia (annunciatrice
nei panni di se stessa). La prima serie
è costituita da venti episodi, mentre
la seconda, in onda alla fine dell’anno,
è di 10. Su Canale 5 va invece in
onda Fantaghirò, tentativo di realizzare
una sorta di fantasy all’italiana, in cui
la principessa protagonista della storia
è interpretata da Alessandra Martines.
Fantaghirò, diretto da Lamberto Bava
(figlio di Mario e allievo di Dario Argento,
con alle spalle dei tentativi cinematografici
nell’horror), ha avuto più di un
seguito. Per quanto riguarda l’importazione,
arriva il bellissimo serial I segreti di
Twin Peaks, diretto da David Lynch. Il perturbante,
caratteristica del cinema di Lynch (o quantomeno
della fase più recente della sue
carriera), viene valorizzato dal formato
del serial televisivo: da un lato gli consente
di estendersi in una lunga narrazione, d’altro
lato ne limita la personalità a volte
troppo egocentrica e tendente all’autocompiacimento.
Il telespettatore viene trasportato in un
mondo torbido, costruito sull’autoreferenzialità.
La domanda “chi ha ucciso Laura Palmer?”
riecheggia quasi allo stesso livello di
“chi ha sparato a J.R.?” alcuni anni prima,
e Twin Peaks diviene uno dei più
grandi successi di sempre.
Il 1992 è forse l’anno più
triste per la fiction italiana. Infatti,
gli unici prodotti degni di nota sono due
tentativi di telenovela “all’italiana”:
Edera, in onda su Canale 5, e Senza fine,
sempre su Canale 5 ma dalla vita molto più
travagliata (solo nel ’94 verrà trasmessa
per intero). In compenso, arriva dagli Stati
Uniti un altro grandissimo successo: Beverly
Hills 90210. A differenza di Beautiful o
di Dallas, però, si tratta di un
successo generazionale (e, d’altronde, è
un serial che tenta di parlare di giovani
ai giovani). Gli attori sono diventati dei
divi, alcuni emigrando poi su altri prodotti
di successo. Beverly Hills ha avuto un importante
spin off, Merlose Place.
Il 1993 fa eco all’anno precedente, con
qualche elemento positivo in più.
Da una parte abbiamo Un commissario a Roma,
interpretato da Nino Manfredi: si tratta
di una miniserie (di dimensioni però
non disprezzabili) in undici episodi in
cui si riprende e si perfeziona la formula
del giallo-rosa, che sarà uno dei
generi di maggior successo a partire dalla
seconda metà degli anni ’90. Dall’altra
prende il via il progetto La Bibbia, ideato
dalla Lux di Ettore Bernabei per la Rai.
Si tratta di un progetto che prevede 21
film e 70 miliardi di investimento. Tale
progetto porta a due considerazioni: da
un lato si nota una maggiore pianificazione
e una maggiore lungimiranza da parte dell’azienda
pubblica; d’altro lato, però, sembrano
intatte li convinzioni dei dirigenti della
tv italiana, per i quali la fiction di qualità
sembra scaturire da enormi investimenti
concentrati su pochi grandi eventi, quando
la tv di tutto il mondo dimostra in realtà
il contrario. Dagli Stati Uniti arriva invece
Baywatch, serie che trae la propria linfa
in particolar modo dai due interpreti David
Hasselhoff e, soprattutto, Pamela Anderson.
Tuttavia, i due attori bastano a Baywatch
per essere tra le serie più viste
al mondo.
Il 1994 vede un altro kolossal da parte
di Rai Uno: si tratta di Carlo Magno, diretto
da Clive Donner e interpretato da un ricco
cast internazionale. In realtà, il
risultato risulta esser alquanto mediocre.
Nel frattempo, dagli Stati Uniti arriva
X-Files, senza dubbio uno dei più
bei prodotti televisivi di sempre. La grandezza
di questa serie sta nella capacità
di assumere gli archetipi e le regole di
genere riuscendo a rivoluzionarli “da dentro”.
Mulder e Scully rappresentano gli archetipi
della passione e della razionalità,
ma è l’uomo a essere passionale e
la donna a essere razionale, contro gli
archetipi della storia della cultura. In
una produzione culturale in cui l’elemento
amoroso sembra essere trasversale e comune
ai generi e ai media, tra i due protagonisti
non c’è alcun rapporto sentimentale.
Alle atmosfere e agli schemi della detection
story, si contrappongono dei finali in cui
il mistero non viene svelato. Come si può
notare, ancora una volta (e soprattutto
in questi anni), azzardare dei confronti
tra la fiction americana e quella italiana
è assolutamente impietoso.
La situazione migliora davvero di poco nel
1995, nonostante un buon lavoro, Il grande
Fausto, che ripercorre la vita di Fausto
Coppi (una figura molto importante nell’immaginario
collettivo italiano). Il ciclista è
interpretato dal molto somigliante Sergio
Castellitto, mentre Ornella Muti interpreta
Giulia Occhini, l’amore proibito di Coppi.
Mediocre risulta essere invece La voce del
cuore, interpretato da Gainni Moranti, Mara
Venier e Andrea Roncato. L’assenza di professionismo,
pesante ai fini della riuscita finale, non
è l’unico limite di questo prodotto.
Dagli Stati Uniti arriva invece N.Y.P.D.,
poliziesco durissimo (che negli Stati Uniti
ha scatenato polemiche per la violenza verbale
e visiva) di rara bellezza, che ha assorbito
la lezione della letteratura e del cinema
noir e di tutti i telefilm polizieschi che
lo hanno preceduto.
Il panorama della fiction italiana, come
si vede, è drammatico, e questa sensazione
aumenta se lo si confronta con quello della
fiction americana. Ma basterà aspettare
qualche mese, e interverrà una clamorosa
ed epocale svolta.
Da
“Un posto al sole” a noi (1996-2005).
Dunque, il 1996 è certamente un anno
di svolta per la fiction italiana. Due sono
le linee principali verso cui tende il rinnovamento
del settore, entrambe ben rappresentate
nei due prodotti simbolo del 1996. Da un
lato abbiamo il rinnovamento della miniserie,
con nuove formule e con nuove “colorazioni”.
E’ questo il caso de Il maresciallo Rocca,
uno dei più grandi successi della
tv italiana recente. La formula, apparentemente,
è semplice: la struttura della detection
story regge le situazioni e i dialoghi tipici
della commedia italiana, affiancata dalle
love stories che fungono, in linea di massima,
da trama di sfondo. Tuttavia, tale formula
sarebbe sterile se non fosse costruita (caratteristica
tipica dei prodotti di maggior successo
della fiction recente) attorno a un volto
noto, e popolarissimo, del cinema e dello
spettacolo: Gigi Proietti. E’ evidente che
senza di lui Il maresciallo Rocca non avrebbe
la sua ragion d’essere. La sua grande vena
umoristica, mai sguaiata, messa a proprio
agio da atmosfere da sempre gradite dal
pubblico italiano di tutte le età,
ne decreta il successo. Non di meno, Il
maresciallo rocca è il primo di una
serie di prodotti che rinvigoriscono il
modello della serialità ripetuta:
può vantare ben 4 serie (ma l’impressione
è che il ciclo è tutt’altro
che terminato), nel corso delle quali sono
stati raccontati anche momenti dal registro
molto diverso (come la morte di Margherita,
la protagonista femminile interpretata da
Stefania Sandrelli).
L’altra linea, del tutto nuova, nella tv
italiana, è l’avvio di una produzione
di lunga serialità, a basso costo
per puntata, con un target ben definito
e con prodotti non necessariamente dedicati
alla prima serata. Il capostipite di questa
tendenza, che finalmente intercetta (senza
alcun dubbio con ritardo) la domanda sociale
di lunga serialità, è Un posto
al sole, che vede la luce proprio nel ’96.
Si tratta di una soap opera basata sul format
dell’australiana Grundy.
“Al
centro delle vicende la storia di Anna Boschi
(Samuela Sardo), diciannovenne napoletana
di umili origini che riceve in eredità
un appartamento situato in uno dei più
prestigiosi palazzi della città;
per far fronte alle spese affitta quattro
stanze ad altrettanti amici.”
Questa
la scintilla che farà sviluppare
le vicende ormai quasi decennali. Inizialmente
trasmessa alle 18.20 su Rai Tre, più
tardi si sposterà alle 20.30. Come
si nota, orari insoliti per le soap, in
genere trasmesse nella mattinata o nel primo
pomeriggio (così sarà anche
per le altre soap italiane). Non è
l’unica caratteristica che distingue Un
posto al sole dalle altre soap (questo argomento
verrà ampiamente approfondito nel
capitolo 8). Quel che ci interessa sottolineare
in questa sede è piuttosto come finalmente,
nel 1996, la fiction italiana approdi a
una dimensione compiutamente industriale,
possibilità impedita da visioni culturali
fallaci di diversa natura, dallo snobismo
intellettuale alla convinzione dell’inadeguatezza
delle forze creative italiane a prodotti
di lunga serialità. Il successo e
la qualità di Un posto al sole e
delle soap che arriveranno in seguito (ma
anche delle serie lunghe) testimonierà
l’inconsistenza di tali convinzioni. Accanto
a Un posto al sole e al Maresciallo Rocca,
nel 1996 arrivano altri prodotti di minore
spessore ma, comunque, di buon successo:
è il caso di Caro Maestro, di Dio
vede e provvede (una sorta di Sister Act
all’italiana) e di Cascina Vianello. Nel
’96, inoltre, arriva in Italia lo splendido
E. R., serie che rinnova la tradizione del
medical drama, ponendosi come apice di questo
genere. Da un lato, abbiamo la struttura
narrativa assolutamente paradigmatica, con
l’intreccio tra le storie dei malati e quelle
personali dei medici. Dall’altro abbiamo
una rappresentazione del dolore di rara
intensità e raffinatezza. La serie
è prodotta da Steven Spielberg e
ideata da Michael Crichton.
Nel 1997 va in onda un’altra miniserie di
ottimo successo: Linda e il brigadiere.
Anche qui, la detection story funge da struttura
per i toni tipici della commedia italiana,
interpretati da un grande del cinema come
Nino Manfredi. Come si può notare,
il paradigma è esattamente lo stesso
de Il maresciallo Rocca, compresa quella
formula della serialità ripetuta
che porterà Linda e il brigadiere
ad avere due seguiti. Del ’97 sono anche
due “legal dramas all’italiana”: da un lato
abbiamo L’avvocato delle donne, prodotto
non eccezionale interpretato da Mariangela
Melato, dall’altro L’avvocato Porta, miniserie
ancora interpretata da Gigi Proietti, questa
volta in onda su Mediaset, ma di successo
non paragonabile a quello de Il maresciallo
Rocca. Sul piano dell’importazione abbiamo
alcuni prodotti interessanti. Dall’Austria
arriva Il commissario Rex, in cui il celebre
cane-poliziotto rinverdisce la tradizione
delle fiction dedicate agli animali. Da
Chris Carter, creatore di X-Files, arriva
invece Millennium, serie thriller dedicata
all’omicidio seriale, trasmessa da Italia
1 e di poco successo. Ma, soprattutto, nel
’97 arriva Friends, la più importante
sit-com degli ultimi anni. Questo prodotto
ha ottenuto un successo strepitoso tra le
giovani generazioni italiane. Se da un lato
questo ci porta a elogiare Friends, d’altro
lato ci dà modo di lamentare una
carenza abbastanza grave, in un panorama
pur in deciso sviluppo come quello della
fiction italiana: l’incapacità di
rappresentare e di dialogare con i più
giovani, che da sempre, e oggi più
che mai, sembrano preferire di gran lunga
la fiction americana. Qualche eccezione
la si nota soprattutto nella lunga serialità
(elemento che dovrebbe essere propulsivo
per un impegno ancora maggiore in questo
senso, non solo nelle soap, ma anche in
formati esplorati pochissimo come la sit-com).
La fiction di gran lunga più importante
del 1998 è invece Un medico in famiglia,
altro format, importato questa volta dalla
Spagna. Il modello cui sembra avvicinarsi
di più sembra quello della sit-com;
tuttavia, da questo formato si discosta
per la mancanza di quell’umorismo “acido”
caratteristica della situation comedy. E’
indubbiamente una serie lunga, essendo composta
la prima edizione di 52 episodi suddivisi
in 26 puntate. Si discosta inoltre dal modello
a serialità ripetuta perché,
se da un lato ruota attorno alla grande
popolarità di Lino Banfi (ben lontano,
però, dalle tipologie di personaggio
che lo hanno reso celebre negli anni ’60),
d’altro lato dà la popolarità
(elemento raro, per la fiction italiana)
a due attori emergenti, Giulio Scarpati
e Claudia Pandolfi. Se Un medico in famiglia
genera grande perplessità tra i critici,
d’altro lato c’è da riconoscergli
che, meglio di ogni altra fiction italiana,
rappresenta il “prodotto per famiglie”.
Questo ne fa un grande successo. E notevole
è il successo di Incantesimo, giunto
quest’anno alla settima serie. Anche Incantesimo
ha le sue peculiarità rispetto al
panorama: alla caratteristica dell’unica,
grande narrazione, affianca però
puntate lunghe e appuntamenti settimanali
di prima serata. Il modello, in effetti,
sembra essere quello del serial (alla Dallas),
sia nel formato, sia nelle tematiche (intrecci
amorosi e di potere, personaggi buoni e
personaggi cattivi). Anche per le capacità
di Maria Venturi, maestra del romanzo rosa,
Incantesimo è ormai un classico della
tv italiana. Sul piano delle miniserie,
si deve segnalare Ultimo, thriller d’azione
sulla mafia interpretato da Raul Bova, anch’esso
con un seguito. Ancora, dal film di Luciano
Emmer del 1952, esce nel ’98 Le ragazze
di piazza di Spagna, con due seguiti.
Il 1999 è l’anno della seconda soap:
si tratta di Vivere, risposta di Mediaset
a Un posto al sole. Meno ricca sul piano
dell’ibridazione dei generi (rispetto a
Un posto al sole manca del tutto l’elemento
comedy), ambientato nel comasco, in un ambiente
dunque più congeniale alle tematiche
tipiche della soap rispetto alla Napoli
di Un posto al sole, collocato in orari
tipici del formato (dapprima alle 14.10,
poi, dal 2001, con la messa in onda di Centovetrine,
alle 12.30), il prodotto è dunque
maggiormente assimilabile alla tradizione
della soap americana. In ogni caso, non
mancano le tematiche sociali. Del 1999 è
la prima apparizione televisiva de Il commissario
Montalbano. Più che una miniserie,
come Il maresciallo Rocca o Linda e il brigadiere,
la versione televisiva di Montalbano è
una raccolta di film per la tv. I motivi
sono diversi: in primo luogo, la pianificazione
non è quella di una miniserie, ma
è piuttosto orientata dalla consapevolezza
che ogni nuovo episodio ottiene con facilità
grande successo. A questo contribuisce un
meccanismo che dovrebbe essere tipico di
un’industria culturale matura, e che invece,
in Italia, si restringe a pochi casi: il
best-seller di genere, magari costruito
attorno a un personaggio di successo che
serialmente ritorna, da cui si trae il film
o il tv-movie, in cui sempre lo stesso attore
dà il volto a quel personaggio. Infatti,
decisive per il successo del prodotto sono
le interpretazioni di Luca Zingaretti, bravo
attore ormai indelebilmente associato al
commissario di Camilleri (che pure immaginava
Montalbano molto diverso). Questo meccanismo,
che dovrebbe ricoprire vaste zone dell’industria
culturale, in Italia si riduce probabilmente
a quest’unico caso. Sicuramente l’hard-boiled
siciliano non ha nulla a che vedere con
quello di Chandler e di Hammett, Camilleri
non si avvicina ai maestri di questo genere
(probabilmente, non è nemmeno il
più bravo autore italiano di detection
stories) e il pur bravo Zingaretti, in tutta
evidenza, non è né Humphrey
Bogart né Robert Mitchum. Ma i libri
di Camilleri ottengono successo, e le trasposizioni
televisive pure. Il fatto che sia l’unico
successo realmente “plurimediatico” evidenzia
ancora una volta i limiti dell’industrializzazione
della cultura in Italia. Sempre nel ’99
Rai Uno trasmette la miniserie Commesse.
La particolarità di questo prodotto
sta soprattutto nella scrittura: si discosta
dalla “tradizione” italiana in primo luogo
per il fatto di avere un protagonista corale
(ossia, una pluralità di protagonisti),
e in secondo luogo per adottare un punto
di vista totalmente femminile. Il cast è
di alto livello. Nel 2002 andrà in
onda Commesse 2. Inoltre, nell’ambito del
progetto sulla Bibbia, nel ’99 esce Jesus,
coproduzione mastodontica. Nel 1999 arriva
in Italia Streghe, piacevole horror non
privo di dimensioni ironiche, giocato molto
sul fascino delle tre protagoniste (una
delle quali verrà sostituita).
Il 2000 è l’anno delle serie poliziesche.
Si è già avuto modo più
volte di affrontare il discorso sul giallo
e sul poliziesco, e sui suoi limiti produttivi
in Italia. Invece, la grande passione del
pubblico per questo genere è dimostrato
dal fatto che le due serie lunghe poliziesche
italiane godono ancora oggi di grande salute
e apprezzamento. In realtà, La squadra
e Distretto di polizia rappresentano due
modi molto diversi di affrontare il genere.
La prima, basata su un format della Pearson,
tenta di mixare gli elementi tipici delle
serie americane con quelli della soap opera.
Il risultato è un realismo molto
accentuato, che talora si spinge ad affrontare
anche realtà sgradevoli. Il risultato
complessivo è ottimo, tenuto conto
anche dei bassi investimenti. Distretto
di polizia, al contrario, inserisce gli
elementi caratteristici del poliziesco in
una cornice di melò e di commedia,
riuscendo allo stesso tempo a intercettare
i gusti del pubblico, abituato a questa
tipologia di ibridazione, e a espandere
nel lungo periodo gli spunti di successo
della serialità breve italiana. Del
2000 sono anche le due versioni della vita
di Padre Pio: Padre Pio di Carlo Carlei,
interpretato da Sergio Castelletto, maggiormente
orientato verso gli slanci spettacolari,
e Padre Pio – Tra cielo e terra di Giulio
Base, prodotto da Bernabei, più scarno.
Ancora, interessante è la miniserie
Valeria medico legale, interpretato da Claudia
Koll e Giulio Base, di argomento poliziesco
e con un seguito del 2002. Dal punto di
vista dell’importazione, il 2000 è
un anno molto ricco. In primo luogo, Dawson’s
Creek, la serie che meglio rappresenta i
liceali, non solo americani, delle ultime
generazioni. Ben lontana da Beverly Hills,
questa serie riesce a parlare dei giovani
con estremo rispetto e profondità.
Questo ne ha fatto una serie di grande successo.
Sempre del 2000 è Sex and the City,
serie si grande interesse, in grado di parlare
di sesso dal punto di vista femminile evitando
sia le volgarità, sia le inclinazioni
ideologiche neo-femministe (rischio, quest’ultimo,
che viene del tutto ignorato dal talk show,
di cui non si sente la mancanza, condotto
da Anna Pettinelli, nato come cornice al
telefilm). Bellissimo è anche Ally
McBeal, serie di ambientazione “legale”
e “forense” che però, a differenza
del mainstream di questo genere, mette al
centro delle storie le insicurezze e le
fragilità sentimentali della protagonista.
Sul finire dell’anno arriva invece su Italia
1 Buffy. Si tratta di un fanta-horror che
non manca di aspetti auto-ironici. Le atmosfere
ricordano molto da vicino la stagione d’oro
dell’horror degli anni ’80, con l’adolescenza
e la provincia americana al centro della
scena. Sul fronte della telenovela, intanto,
arriva dal Brasile (da Rede Globo, in particolare)
Terra Nostra, cui arride un certo successo
(ne verrà trasmesso anche il seguito).
Il 2001 è l’anno della terza soap
nazionale, Centovetrine, anch’essa di Mediaset.
Caratterizzata da un lancio pubblicitario
molto massiccio, prodotta dalla Aran Endemol,
Centovetrine è ambientata a Torino,
in un centro commerciale. Questa soap è
girata in un mega-complesso vicino Torino,
e come poetica è sicuramente più
vicina a Vivere che a Un posto al sole.
Una miniserie tutta femminile è invece
Il bello delle donne, interpretata da Stefania
Sandrelli, e ambientata in un salone di
bellezza. Del 2001 è anche una nuova
versione di Cuore, diretta da Maurizio Zaccaro
e interpretata da Giulio Scarpati, più
libera rispetto alla versione di Comencini.
Per quanto riguarda l’importazione, nel
2001 arriva I Soprano, serie di grande successo
in America, sulla vita del boss Tony Soprano,
stressato e in analisi. La serie, per evitare
polemiche, è stata trasmessa d’estate
e tardissimo da Canale 5, e dunque con bassi
risultati d’ascolto.
Nel 2002 abbiamo un altro serial settimanale
su Rai Due, Vento di ponente, storia della
rivalità tra due famiglie molto potenti
nell’ambito della costruzione navale. Il
serial riscuote meno successo di Incantesimo,
forse per una maggiore monotonia e un maggiore
appiattimento. Di notevole successo, e con
due seguiti, è Carabinieri, commedia
interpretata da Manuela Arcuri, che prende
spunto dall’apertura dell’esercito alle
donne. Per la verità, la fiction
è piuttosto brutta, e poco ha a che
vedere con altre miniserie di grande successo.
Di valore assoluto è invece il miniserial
Perlasca. Un eroe italiano, interpretato
da Zingaretti. Questa fiction racconta la
storia dello “Shindler italiano”, che salvò
molti ebrei ungheresi nel ’44. Il miniserial
ha ottenuto un grandissimo successo, e sottolineato
la bravura di Zingaretti anche lontano dai
panni di Montalbano. Altro miniserial di
argomento religioso, prodotto ancora una
volta dalla Lux Vide di Bernabei, è
Papa Giovanni, diretto da Giorgio Capitani
e interpretato da Rapagnani, Ghini e Asner
(interpreti del Papa Buono in fasi diverse
della sua vita). Il 2002 è anche
ricco di fiction importate. Queer as Folk,
prodotto inglese, racconta le vicende di
tre giovani omosessuali. Il poco coraggio
della tv generalista italiana ne fa spostare
la programmazione da La7 alla rete satellitare
Gay Tv. West Wing – Tutti gli uomini del
presidente racconta invece il lavoro dello
staff presidenziale alla Casa Bianca. Il
presidente è interpretato da Martin
Sheen. Sempre nel 2002 arriva C.S.I. – Scena
del crimine, la serie bellissima sulla polizia
scientifica di Las Vegas. Smallville, invece,
racconta l’adolescenza di Clark Kent, alias
Superman.
Le fiction italiane più importanti
del 2003 sono tutte di breve serialità.
Anzitutto, abbiamo il Giovanni XXIII raccontato
da Mediaset, diretto da Ricky Tognazzi.
Al di là dei meriti dell’una e dell’altra
fiction, il secondo caso a distanza di poco
tempo di biografie “contrapposte” (dopo
Padre Pio) rischia di dar ragione alle lamentele
sulla ripetitività della tv. In ogni
caso, il film è un flash back che
nasce durante l’agonia di Roncalli (interpretato
da Bob Hoskins). Michele Soavi, altro allievo
di Dario Argento, dirige invece L’ultima
pallottola, storia ispirata al serial killer
Donato Bilancia e interpretata da Giulio
Scarpati e Carlo Cecchi. Dignitosa è
la seconda versione de La cittadella, interpretata
da Massimo Ghini e Barbora Bobulova (si
tenga conto delle difficoltà nel
trasporre nuovamente un romanzo che fu portato
sullo schermo con un tale successo). Bello
è il miniserial biografico Salvo
D’Acquisto, che ripercorre la vita (senza
dimensioni “sacrali”) del carabiniere che
salvò la vita di tantissime persone
innocenti in una rappresaglia nazista, immolandosi
al loro posto. Ma la fiction dell’anno è
certamente La meglio gioventù, miniserial
scritto da Stefano Rulli e Sandro Petraglia
e diretto da Marco Tullio Giordana. La storia
d’Italia viene ripercorsa attraverso le
vite di persone comuni, evitando eroismi,
indignazioni civili e tutte quelle posizioni
facili da assumere in questo tipo di film.
Nato come fiction prettamente televisiva,
ha un passaggio al cinema e dei riconoscimenti
a Cannes prima di arrivare, in quattro puntate,
su Rai Uno. Sebbene abbia suscitato reazioni
entusiastiche e diversi malcontenti, La
meglio gioventù è certamente
uno dei lavori più importanti della
tv italiana degli ultimi anni. Per quanto
riguarda la fiction importata, un primo
prodotto importante è Band of brothers,
miniserial prodotto da Tom Hanks, Steven
Spielberg e Stephen Ambrose, che racconta
lo sbarco in Normandia. Per quanto riguarda
le serie lunghe, in primo luogo è
da segnalare Dark Angel, serie in cui una
giustiziera (Jessica Alba) creata in laboratorio
si muove in un’America devastata dieci anni
prima da una guerra nucleare. Nel 2003 arriva
anche la sit-com ormai di culto Will &
Grace, che racconta le gag di un avvocato
gay e di un architetto (donna) che convivono.
Da segnalare poi l’arrivo su Rete 4 di 24,
serie poliziesca composta da 24 episodi,
ciascuno che racconta in tempo reale un’ora
dello stesso giorno (in cui un agente riesce
a sventare l’attentato a un senatore).
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[1] Estratto di tesi
di Simone Luciani
di Simone Luciani