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Velocità
e incognita della curva
Pervasa da una strana
confusione mi domando se la mancanza di fede possa
comunque far recedere nel baratro del fatalismo. Il
destino come unico artefice del tutto è una
figura cara alla memoria collettiva, anzi, esso è
intimamente legato al nostro inconscio, alla parte
più nascosta e perciò più misteriosa
e inconoscibile dell’uomo. Quando le campane hanno
quel suono tetro e paradossalmente disarmonico, e
quando l’olfatto è affascinato e contrariato
al tempo stesso da quel forte e indimenticabile odore
di incenso; in questi momenti, con la liturgia che
va avanti imperterrita, fregandosene del mondo e della
contemporaneità, a testa alta procede verso
l’eterno sfidando il tempo e le intemperie; in questi
spaventosi minuti di cerimonia, gloriosa e, sebbene
possa sembrare blasfemo, pagana, in questi minuti
viene da riflettere sull’essenza. Ha un sapore amaro
il soffermarsi su questi pensieri solo quando il dolore
ha il sopravvento su tutto, amaro come la consapevolezza
della responsabilità, amaro come il senso della
colpa; dopotutto è l’evento che stimola la
riflessione, e le caratteristiche di esso connotano
fortemente la categoria del pensiero, ma anche del
sentimento esternato.
È strano assistere ad una messa senza credere,
pensare di avere davanti il famoso gregge, ubbidiente
e mansueto, neanche un pianto con il suo rumore fuori
luogo lo scuote. Si sta lì, a guardare quella
massa “dall’alto”, come se si avesse davvero la risposta
in tasca; l’unica parte che necessariamente coinvolge
è lo scambio del segno di pace: è come
una scossa dal torpore, un momento di imbarazzo e
di ripresa del contatto con la realtà, subito
dopo l’estraniazione del rito e subito prima del monito
definitivo.
Poi però, in quanto fase intermedia dello sviluppo
umano, e desiderosi di concedere una spiegazione a
tutto, ci si abbandona al fato, a quell’inesorabile
destino che, in sostituzione di un credo obsoleto
e anacronistico, supporta la capacità di resistenza
fisica e psicologica al dolore.
E poi ancora: ma la realtà è questa,
bisogna averci a che fare, non è eludibile,
tanto vale abbandonarsi a tutti i palliativi del caso,
anche ai più ridicoli.
Allora, come si fa? Accettare un’ultima uscita di
scena, metabolizzare la perdita e soprattutto, la
cosa più “banale”, andare avanti… Si può
davvero digerire un colpo così meschino? COME?
La velocità è una delle cause principali
di morte.
Non lo avevo capito fino a tre giorni fa, ora lo so.
Gli incidenti sono la prima causa di morte tra i giovani
sotto i trent’anni.
Davvero? Ora so anche questo.
E tutta questa razionalità, che spiega cose
incancellabili, che pretende di trovare soluzioni
alla tragedia, e dall’altra parte la realtà,
che dimostra la possibilità di controllo degli
eventi, ma conferma la loro irriducibilità;
tutta questa razionalità stona proprio con
le lacrime, e con quel triste suono che è il
pianto silenzioso e contrito.
Parole, inutili e confortanti. Scrivere è uno
dei tanti tentativi di esternazione delle emozioni,
e poi però si esterna solo una minima parte,
che il grosso è ben ancorato al petto, con
zavorre che, prevedibile e vero, solo il tempo allenta.
Basta così. Ora un pensiero a un ragazzo che
è andato via, uno a ciò che lascia,
e uno al suo splendido sorriso.
Buonanotte.
di
Vanessa Ianni
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