L’espressionismo
nella dialettica rappresentazione – non /rappresentazione
Il movimento artistico
noto come Espressionismo sorge in Germania verso il 1910,
svillupandosi sino all’ascesa di Hitler al potere, vale
a dire sino al 1933; un momento della storia culturale
europea che coinvolge differenti forme dell’arte, dalla
pittura al teatro, e naturalmente il cinema.
Sorge in antitesi
al naturalismo e in particolar modo all’Impressionismo
in pittura, considerato come adesione allo scientismo
positivista della società borghese.
Un motivo che nascondeva
i drammatici problemi socio-politici che da lì
a qualche anno avrebbero portato verso due guerre mondiali
ed alla dittatura nazista.
Le implicazioni
sociali di una teoria dell’arte si definiscono, per l’Avanguardia
Espressionista, in alcuni presupposti filosofici che nell’
“espressione” vedono la finalità della creazione
artistica, un’esigenza da parte dell’artista di comunicare
un proprio stato interiore allo spettatore/fruitore attraverso
uno processo di empatia. La conseguenza, come ad esempio
in Kandinskij, è il rifiuto della semplice rappresentazione
dell’oggetto, da cui la tendenza all’astrazione non è
soltanto lontana dai canoni della natura, ma diventa espressione
del sentimento del reale in forme simboliche.
Da un lato Schopenauer
– nella ricerca sul processo creativo, espressivo, che
all’origine dell’opera d’arte- darà modo, con il
concetto di “volontà” di giungere a tale fine,e
attraverso essa, alla società; dall’altro lato
Nietzsche, con la concezione “apollineo/dionisiaco”, individuerà
due tipi di cultura appartenenti rispettivamente al mondo
classico e al mondo romantico. Worringer, autore nel 1907
del saggio “Astrazione ed Empatia”, ricondusse il mondo
apollineo, classico, al campo artistico della rappresentazione,
mentre il mondo nordico e romantico, dionisiaco, quindi
l’avanguardia espressionista, si sarebbe identificato
nella non-rappresentazione in termini lineari, coerentemente
con l’idea nietzschiana di opera d’arte come eccesso e
trasfigurazione.
Il cinema espressionista
faceva gioco-forza sul fatto, sulla scoperta, di una realtà
deformabile per mezzo di una tecnica che si riferiva alla
sostanza psicofisica dello spettatore, considerato come
entità culturale; e, sempre da una prospettiva
storica: ” Molti espedienti che tuttora operano alla massificazione
del pubblico, attraverso un vincolo emozionale tra immagine
e complessità psichica e intellettuale dell’individuo,
dipendono per via diretta dall’avanguardia espressionista;
la tecnica della suspence, l’uso dello choc, la dipendenza
tra stimolo formale, stimolo emozionale e stimolo ideologico,
l’uso estetico e ideologico della macchina, il meccanismo
reciproco tra negazione e progresso, critica e partecipazione,
dolore e storia”[1].
L’espressionismo
porta al limite estremo le tensioni del romanticismo,
pubblicizzandone i contenuti cercando di attualizzarli.
Nella visione di un individuo che è al contempo
violenza del rifiuto e dolore della solitudine.
Dove la fabbrica
intensifica i ritmi del lavoro, essa produce la “macchina”;
lo choc (uno degli elementi, insieme all’ipnosi, fondativi
del cinematografo) è provocato dalla sua mostruosità
e dal “lavoro in fabbrica”. E’ l’immagine che si ritrova
in Metropolis di F. Lang, film del 1926. Alle contraddizioni
che esistono tra capitale e lavoro, tra spirito dell’uomo
e sovranità della macchina, l’ideologia espressionista
cerca di dare una soluzione. Esasperazione delle sue forme,
esaltazione del contenuto morale e sociale del materiale
estetico, gli strumenti dell’espressionismo sono traduzione
in forme spettacolari, che riportano le reazioni culturali
e psicologiche dell’individuo da uno spazio interiore
alla partecipazione collettiva.[2] Un film di fantascienza,
Metropolis, dove “Lang fornisce uno schema parabolico
che al trauma della violenza sostituisce l’integrazione”[3].
Un mondo dicotomico,
quello presentato in Metropolis: simmetricamente diviso
tra aristocratici ed operai, tra luoghi paradisiaci (il
giardino) e luoghi tetramente infernali (le officine e
le macchine, il Moloch che metabolizza la volontà
degli operai). E particolare importanza, all’interno della
struttura narrativa, riveste la figura della donna- automa,
che infine incita gli operai alla rivolta.
L’espressionismo
in qualche misura sembra propendere verso il trattamento
“occulto” del materiale cinematografico, derivandolo da
leggende e mitologie ancestrali. Un esempio ne è
Nosferatu, il vampiro del 1922 di F.W. Murnau, film che
richiama, riadattandola, la figura storica del Conte Dracula.
Anche in questo prodotto, come nel precedente, un’importanza
del tutto particolare è rappresentata (non/rappresentata)
dalle scenografie: futuristiche, dense di grattacieli,
di anfratti nel primo caso; distese, ma oscuramente minacciose,
piene di ombre nel secondo.
C’è concordanza
nel ritenere Il gabinetto del Dottor Caligari (1919 di
R.Wiene) il manifesto del movimento. In qualche modo,
come ricorda Kracauer, la maggior parte dei film espressionisti,
oltre l’indubitabile pregio stilistico/formale inerente
la “lettura” del testo filmico, inglobavano in sé
la metafora del tiranno (non tanto forse nel caso del
Nosferatu, che probabilmente va vista come una paura –
quella del vampiro- che allo stesso tempo attrae e allontana,
o ancora al particolare rapporto tra realtà e fotografia),
una paura che ben presto si sarebbe materializzata nella
sagoma del dittatore nazista.
Per Chaplin ci
sarebbe voluto ancora del tempo.
di
Pasquale Romano
Bibliografia
A.Abruzzese, Forme
Estetiche e Società di massa, Marsilio editore,
1992
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[1] A. Abruzzese,
Forme Estetiche e società di massa, cap. Espressionismo
e Socialdemocrazia, p. 118-119
[2] ibidem, p.
116-7
[3] ibidem