“Che cos’è il nostro viso se non una citazione?”
Il volto, “nel suo dire al di là del
detto, è la nudità assoluta dell’altro, come direbbe Lévinas, la sua
esposizione totale, la sua precarietà che mi parla di vita ai limiti della vita
stes ????sa”.
E’ infatti nel volto dell’altro, in questa alterazione
dello sguardo, che cerco, penetrandone la nudità, un luogo per nominare la sua essenza,
anche nell’assenza fisica di una faccia, anche soltanto nella
riflessività del suo voltarsi; perché è
in quel “da vedersi (visu) del volto,
aggiunge Lévinas, il frutto di un atto violento(…)”.
Uno stupro visuale: il sovradenudamento di una nudità
pornografica.
Il viso, “luogo dello sguardo, luogo
dell’esporsi e del ritrarsi, luogo del tempo che si scrive sugli angoli della
pelle”
è condannato alla visibilità, ad una fisionomia.
Se “ogni sfumatura del carattere ha una sfumatura corrispondente
nella fisionomia”, allora nel volto è
inscritto lo stigma della sua passività allo sguardo, la sua impossibilità a non
mostrarsi, che anzi mostra quanto più tenda a celare, ma anche allo stesso
tempo, la sua intima inaccessibilità: un margine di ambiguità indecifrabile, una testa mozzata al corpo sociale.
Il volto è quindi relegato alla trasparenza: ma a quella
trasparenza “opaca” e “inesatta” degli specchi di metallo molato. Lo
sguardo non può sottrarsi allo specchio, ma allo stesso tempo non può che
coglierne un riflesso frammentato ed evanescente. In quello stesso sguardo è
inscritta la traccia di una aggressione, par ????afrasando
Rey Chow,
uno shot che produce una vittima passiva in mostra. Una
vittima che dimostra la sua nudità, soprattutto nell’atto di guardarsi guardare
dello scatto. Quasi un’impossibilità di uscire completamente da una lacaniana fase dello
specchio, ed essere reiteratamete pervasi dallo stupore del riflesso. Per lo stesso Lacan,
“l’immagine speculare ha la stessa funzione di abbigliamento
che ha l’abito per il corpo […] ciò che si riconosce come persona è un corpo
vestito”.
E ancora, secondo Patrizia Magli, “il “viso”[…] è una agglutinazione
del “visivo”, è l’immagine che costruisce un segno particolare per lo sguardo,
e per quanto si cerchino percorsi salvifici di un “dire al di là”,
questa costruzione è vincolata entro le leggi della visibilità in quanto
identità, che diventano poi le leggi stesse della nominazione”.
Fig. 1:
Gianni Versace Couture, Campagna 1996, Citric Style .
Foto di Richard Avedon.
“Tutto il vissuto concorre a plasmare i tratti del volto”,
il quale costituisce “l’identità del corpo, ne è il
capo in senso biologico ???? e metaforico, poiché in esso si situano tutte la
facoltà sensitive esterne”.
Quindi, non soltanto “la spiritualità […]diventa
fisica nel […] volto [che] esprime anche la storia della persona e le sue
attese; [e] di qui il suo esporsi quasi inevitabile, la sua vulnerabilità e il
suo offrirsi a quella realtà che la mano cerca di prendere e di comprendere”,
ma il volto “riepiloga tutto il corpo, come il corpo è riepilogo dell’intero
universo”, e il corpo “appare come
il luogo di una storia e di una geografia sepolte, inesplorate, ma non per
questo meno attive nel mobilitare le sorti della civiltà, una specie di
“esistenza parallela” inconscia e in parte destinata a restare tal ????e”.
Il volto si sottrae alla trasparenza, non si lascia ridurre ad
alcuna fisiognomica, ma al contempo non può non mostrarsi che nella “nudità totale [e
nella] vulnerabilità della persona, la sua assoluta disponibilità all’altro”.
Tuttavia, l’economia percettiva della riconduzione della
fisionomia entro schemi precostituiti e la supposta corrispondenza dei segni
fisiognomici con l’anima di chi, questi segni, li porta iscritti sul volto,
tende ad obbedire a quello che Gombrich
definisce «pregiudizio fisiognomico». Che poi al pregiudizio possano
aggiungersi la finzione del comportamento, la simulazione dei segni, e la imprevedibilità e la variabilità dei caratteri, poco
importa: la fisiognomica costituisce
ancora oggi una bussola imprecisa attraverso l’uso incauto
Fig.2: Foto di moda di Oliviero
Toscani, per Rebel Magazine Issue #5,
"Showgirls.
della
quale piace p ????erdersi. La fisiognomica allora non riduce la
complessità del reale, semplicemente la distorce così come la
patognomica la relativizza.
La pubblicità di moda mette continuamente in relazione tratti
somatici con un’interiorità considerata desiderabile, invidiabile.
Al contempo viviamo per la prima volta in un mondo davvero
"multifacciale" (come hanno tra l’altro palesato gli scatti di Oliviero Toscani per Benetton) per il quale non abbiamo
strumenti adeguati di interpretazione”
e quindi oggi come mai, avremmo bisogno di una fisiognomica scientifica (e pare
quasi un ossimoro) in grado di ridurre il carico delle nostre incertezze.
Faccia. Dal tardo latino
facja e dal latino classico facere. Così come dal participio
passato factus deriva fattezza, aspetto. Dalla stessa radice di facja
e facere derivano ancora superficie, artificio e feticcio. Dalla faccia
alla facciata. Al volto è delegata la pienezza dell’espressività, del
racconto: faccia e facciata. Come “la facciata di un edificio, di
un palazzo, di una basilica o di un hangar che con sincerità, maliziosa
reticenza-quando persino non con consapevole sincerità-, dice o lascia
inte ????ndere, o vuol far credere, ciò che possiede al suo interno […] è dal volto
che, al pari di una facciata, [il corpo] riceve espressività e loquacità; ma è la Moda,
sul suo rivestimento naturale e biologico, la sua più
vera, autonoma espressione, variabile e, negli stili, sempre diversa per
intenzionalità, umori e contenuti: la pelle concitata della Moda, la sua
mimica espressiva e l’integrazione e il definitivo completamento di ciò che il
volto racconta, riferisce o finge di raccontare, tace omette o
Fig. 3-5: Foto in alto: Foto di Wolfgang Tillmans, “Alex with cock plant”,
1992. Foto
in basso a sinistra: Foto di Nan Goldin,
“Misty in Sheridan Square”, 1991. Foto in basso
a destra: Foto di Juergen Teller, “Kristen
McMenamy”, Londra 1996


Fig. 6-9: In alto a destra:
Foto di moda di Nick Knight, “Sarah Stockbridge” veste Vivienne Westwood 'Harris Tweed crown', Harris Tweed, Autunno/inverno
1987–88. Foto in alto a destra: Helmut
Newton per Mario Valentino,American Vogue, Marzo 1990. In basso a
sinistra: Ellen Von Unwerth, “Nudes at
the Royalton NY”, 1992. In basso a destra: G. Barbieri per Rocco Barocco,
1999.

nasconde”.
I volti rappresentati dalla pubblicità di moda dell’ultimo
decennio, non esprimono l’acquietante stabilità della stasi identitaria, ma
l’ibridazione, la diffrazione, la molteplicità. Rappresentano quella che
Codeluppi, riprendendo la nozione
sviluppata da Eco di “mondo possibile”,
definisce moltiplicazione dei “mondi possibili”, che
il consumatore, ormai maturo, interpreta soggettivamente e nei quali può
identificarsi. Così nella pubblicità di moda, come nella realtà, della quale la
moda si forma generale
e soggetto attivo,
faccia e facciata manifestano la loro essenza come perennemente under
construction.
La bellezza imperfettibile e lussuosa degli anni ’80 si lussa nei
‘90 con il neo-(più che nel senso di nuovo, in quello di macchia sulla pelle)-realismo
di una spregiudicata cultura di massa che andava assorbendo insieme pop
inglese, underground, grunge, street style e si preparava intanto a shakerarlo
con del vintage, una punta di techno, e una buona dose di new age. Così
l’asc ????ella pelosa, il livido e la posa sgraziata, entrano
di diritto nel nuovo olimpo(purgatorio?) del glamour. Sono gli anni dell’iperrealismo virale di Nan
Goldin, del nologhismo di Wolfgang Tillmans, del realismo decadente di
Nick Knight, del trashismo glamourizzato di Juergen Teller, del vitalismo
sfrontato di Ellen von Unwerth, o dell’ heroin-chic di Craig McDean con i
suoi volti imbambolati che, persi nel vuoto pesante delle occhiaie, sembrano
essere stati consumati dall’esaurimento e dalla stanchezza. Ma ritroviamo anche
personaggi e figure che, trasversalmente agli anni e alle mode, hanno
impressionato la pellicola dell’immaginario con le loro poetiche: il realismo
quieto di
Fig.1.10: Steven
Meisel per Calvin Klein, 2004
Peter Linbergh che dei volti ne ritrae
l’interiorità, lasciando sullo sfondo la
Moda; l’erotismo blanc et noir di Herb Ritts, o quello magistrale di Helmut Newton.
E ancora quello politico di Oliviero Toscani o
androgino di Jean Paul Goude o ironico e pop-ampolloso di David LaChapelle.
AVANTI VELOCE:
Foto: grafie di Moda. Istantanee di identità
instabili e molteplici. Identità sempre meno costrittibili
all’interno di una fisionomia, sempre meno ascrivibili a delle somatopie
stabili. Identità corpimoda che si fanno carico
di un processo di sign-flation,
e che negli attuali “attraversamenti performativi”, nei sincretismi con i
codici chirurgici, bioestetici e polimediali, divengono veri e propri freaks
fashion performances, all’insegna
della confusione dei confini.
Dall’affermazione delle identità a quella delle affinità.
Giuridicamente il volto assicura e garantisce l’identità. Una identità fissa. Una e identica a se stessa. Eppure la stessa fisionomia, e il lavoro della Orlan dovrebbe averlo palesato in tutta la sua sfacciata
evidenza, non si sottrae al mutamento: “anche il volto varia con gli stili, e
non solo per tutto l’armamentario che, via via, può averlo condizionato e
caratterizzato per sottrazioni o aggiunte […] dai monili alle acconciature, al
trucco, fino alle depilazioni, alle rasature e alle deformazioni, alle
modificazioni superficiali o a quelle strutturali: soprattutto però per quella
luce

Fig
11.14: Foto in alto a sinistra: Jean Paul Goude per Chanel, “chance”. In alto a
destra: Craig McDean, servizio di moda per Vogue Italia, 1996. In basso a sinistra Herb Ritts, “Alek Wek”, Los Angeles, 1998.
In
basso a destra: Peter Linbergh per Vogue Italia - n. 10, Marzo,2005.
differente
che il volto assume come facciata di un corpo rivestito di stile e di
modernità […]”. Così, apparendo come naturale,
o comunque naturalizzante, si “sono succeduti e
sembrano prevalere ora i rubizzi volti Rubens-Van Dyck, ora quelli eccitati
Boucher-Fragonard, i classici David, i pallidi Monet, i paffuti Renoir, i
volpini, bistrati Boldini, così come quelli di bianca e lacca venuti fuori
tutti identici con il New look, via via sino a risalire ai brillanti musetti
Givenchy, ai geometrici Courréges, ai loliteschi Mary Quant, agli androgini
Armani e ai volti insolenti ed eccessivi Versace, fino ai lineamenti
minimal-concettuali, tardo-Factory Calvin Klein e a quelli natural ideologici
di Prada.Si ha sempre tutti il volto che il Tempo
trattiene dallo stile dominante e che impone come maschera o facciata.
Si ha per sempre il volto, anche metaforizzato, del tempo che tiene in pugno il
nostro cuore e persino quell’età”.
Eppure oggi appare meno congruo stabilire IL VOLTO DEL NOSTRO TEMPO, perché il
concetto di Tempo non esiste se non nella dilatazione in un eterno-presente, il
tempo è entrato in un caleidoscopio:e il volto,
liberato “dalla colossale pesantezza totalizzante dei codici e dei simboli
tradizionali”, si è diffratto e
moltiplicato. La stessa
pratica del sampling & mixing, il campionamento e il
rimescolamento nel supermarket of style delineato da Ted Polhemus,
può essere estesa in un’epoca post-tribale all’ inedita possibilità di indossare
il volto che, in quest’unica matrice a-temporale, meglio si adatta alla
sensibilità semantica dei nostri corpi semiotici. L’identità viene allora a
configurarsi come la risultante, di volta in volta, di questo surfing
tra codici differenti in senso sia sincronico che diacronico. Persino il
packaging ha una s ????ua fisiognomica secondo Massimo Canevacci, che, in
riferimento al sito di Dior, arriva a parlare di una “pelle-pixel”, la cui
“pragmatica diffonde una fisiognomica come contorno dell’essere”.
Ognuno, quindi, non ha più il volto-metafora del tempo che gli appartiene,
perché l’appartenenza si riveste impudicamente di una precarietà disarmante e
maliziosa: ognuno ha il volto che indossa, provvisoriamente, citando e,
perché no?, recitando, in un processo nonorder
che prende vita a partire dagli anni
Ottanta, anni di una affermazione progressiva e incessante della produzione
immateriale a scapito di quella industriale (e non a caso del sorpasso storico,
non solo in termini di fatturato, dell’haute couture da parte del pret
à porter).
Il vo ????lto, contaminandosi, non impone più, o più soltanto, un dentro esteriorizzato
attraverso la necesità biologico-culturale dell’espressione. Ma
diviene fluido, ibrido, molteplice. Dentro e fuori, divengono recto
e verso d’una stessa assenza(si legga:
essenza), che solo attraverso il riconoscimento e l’incorporamento dell’Altro
può essere colmata. Erotizzando la metafora architettonica della facciata,
serviamoci dell’intuizione di Cesare Brandi:
in ogni architettura c’è un interno dell’esterno e un esterno
dell’interno. Interno ed esterno si fondono e con-fondono: comunicano. Così come nel corpo attraverso quella pellicola sottile che ci
divide e ci riporta al mondo, che è la pelle. Quirino Conti
cortocircuitando le teorie di biosfera e noosfera di Taillard de
Chardin,
ipotizza “sulla pelle congenita e connaturale, il bioderma-rivestimento
funzionale e biologico e organo naturale-, la tessitura, a
opera degli stili, di un nooderma tutto espressivo e prodotto
autonomo e autodeterminato della creatività e del pensiero: la Moda”.
Il corpo umano è torico,
come torica è la geometria di Lacan, come ancora la geometria sartoriale: “chiunque abbia frequentato il sarto può avere sperimentato
come la nascita di un abito segua un impianto costruttivo complesso, in cui è
in atto quel gioco di interni ed esterni, che fa saltare la nozione di abito
come semplice copertura del corpo”,
e comunque, “anche nudo, un corpo è sempre vestito: dall’espressione del volto,
che lo modifica, lo piega e lo condiziona, e dal suo tempo, che ne varia il colore
stilistico e la disposizione formale.
Perché
l’abito non è che l’accessorio di un ulteriore
abito infinitamente più espressivo che
è il volto, appunto come facciata esplicativa.
E se è dal volto che si riconoscono o
si possono intuire o dedurre le intenzioni
di chi lo indossa, modificato dall’espressività
e dagli stili, è dal corpo e dalla sua
pelle concitata della Moda che si riconosce chi
è, o vuol essere, o finge di essere, chi
si ha dinanzi”.
E’ necessario ri-attuare, sulla scorta dell’impostazione canevacciana,
una pragmatica del corpo che “si modifica,
si costruisce, si
risignifica
attraverso continue e oscillanti scelte
da parte di un soggetto mutante e molteplice,
nella sua relazione costitutiva e mutevole
con il contesto all’interno del quale
esporre tale pragmatica comunicazionale”, abbandonando le logiche
identitarie fisse e unitarie per aprirsi
alle polifonie autorappresentative
del soggetto ibrido
e alterato. Siamo approdati a
una nuova multi- sogettività
ludica e ironica che incorpora stili e “ibridizza il corpo come
opus che assembla pelle, oggettistica,
cosmetica, sensoralia; evoca, cita, indossa,
crea lo spazio entro il quale si muove”.
Fig 16-23: Servizio
di moda. Fotografie
di Terry Richardson. Pagina
seguente: a si ????nistra tavola lombrosiana.
Al centro:
United Faces of Benetton: United Colors
of Benetton, Campagna AIDS, 1994. A
destra: Cindy Sherman, “Early Transformations”, 2004
La già citata pratica del “sampling & mixing”, il
campionamento e il rimescolamento nel “supermarket of style” delineato
da Ted Polhemus, può essere estesa in
un’epoca post-tribale, congiuntamente all’alleanza antropo-inorganica tra corpo
e cosa,
alla rappresentazione figurativizzata della
multividualità del consumer, secondo le contingenze del suo sentire.
Frammenti di un discorso
visuale
“Il
mistero del volto, la sua sfuggente e polisemica significatività, è forse la
sua possibilità di fare un po’ di luce sul luogo in cui siamo veramente, il
significato che ci sfugge all’infinito. Di conseguenza, ognuno vi vede qualcosa
di diverso, è perché quello che il volto esprime non è altro che la verità di
chi lo guarda. La verità del volto è semplicemente quella di chi si ferma e lo
contempla”.
Graphie.
Come scritture visuali disperse. Come frammenti di visus. Come il mio volto riflesso sul monitor, mentre scrivo. Sulla frammentarietà di un discorso visuale. Riflettere su un volto che si riflette nella superficie specchiante
dell’occhio del mio interlocutore. Occhi come
specchio che anima, più che specchio dell’anima. Persino nel
simulacro di un lettore, la solitudine che mi avvolge proprio adesso, nel mentre della scrittura, invoca una presenza: questo mio
volto che si riflette nella pellicola(pelle) di pixel del monitor. C’è come
un’attesa del volto… Penso al volto, e non posso fare a meno di sentirmi già fin
troppo coinvolto nelle sue graphie. Il volto, dunque. Quello
reale di Lévinas, quello fotografico di Barthes, quello cinematografico di
Deleuze e Canevacci, per quello che ci riguarda. Ci rifaremo, in questo breve paragrafo di
riflessione (in termini di pensiero e di fenomeno puramente ottico)
intorno al volto e alle sue scritture, agli “appunti sulla significazione del
volto” di Buzzi, alle considerazioni
sull’ambiguità del volto del Volli di
“figure del desiderio”, alla storia degli sguardi sul volto di Courtine e
Haroche, un’antropologia storica che nel viso ha trovato il fulcro della
percezione della soggettività moderna.
Fig 1-3:
Foto a sinistra: Immagine di una sfilata di Dior (fonte Reuters).
Foto a destra in alto: pubblicità Dior “Addict”. Foto a
destra in basso: primo piano di una modella vestita da Galliano per Dior.
Oggi la moda,
sostiene Grandi, si “rivoge a donne che vogliono
soprattutto imporsi e sedurre”.
Ed è sul fertile terreno (fertile di scritture, come vedremo) del corpo, nella
sua autonoma e ostentata esibizione, “soggetto dell’azione e del desiderio”,
insieme oggetto e strumento nel suo dover essere all’altezza della sua funzione
seduttiva, che
questa seduzione e questa imposizione vengono giocate.
In fondo, la Moda
ha sempre svolto questa funzione epidermica del desiderio, ora velando ora
scoprendo, e anzi esibendo il desiderio proprio in forza delle erotizzanti
trasparenze del nascondimento.
Il corpo è una tabula
niente affatto rasa.
Sul corpo si
possono leggere le graphie del desiderio, le pratiche desideranti
attraverso le quali il corpo si vuole rendere desiderabile, attraverso
la sua continua
Fig.2.4-2.5 In alto:
Campagna Yves Saint Laurent 2000, foto di Inez van Lamsweerde. In Basso: Jean
Paul Gaultier “Fragile” 2002. Foto di Jean Baptiste Mondino
risc ????rittura
(stile come stilo, incisione
carnale sul corpo) desiderante secondo ciò che storicamente e socialmente
è definito come attraente.
Il corpo è
allora oggetto di uno sguardo situato nello spazio e nel tempo,
un oggetto plasmato dal desiderio di questo sguardo. Un plasmarsi che
dobbiamo considerare come scrittura progettuale
“retta dalle leggi dell’estetica corrente”,
o meglio: dei flussi e dei riflussi delle estetiche correnti nelle continue
citazioni alteranti e confusioni meticce di altri tempi
ed altri luoghi. Un corpo reso protesi da se stesso: “doppio affascinante e inquietante, scrittura storica e
naturale, capace di proiettare su di sé i sogni propri ed altrui, di essere
insieme soggetto e oggetto. Di desiderio, innanzi tutto”.
Ma delle sue graphie, delle sue erotographie ????, parleremo meglio
altrove.
Ora volgeremo la
nostra attenzione al volto. E ancora: al suo enigma.
Il volto,
secondo Goffman, trasuda espressione e l’espressione è “il modo della sua significazione”.
Se per Lévinas la significazione del viso è espressione,
la significazione è però assolutamente
autoreferenziale, in quanto il volto
rimanda soltanto a se stesso.
Secondo Lévinas
“il volto d’Altri […] si esprime [introducendo] una nozione di verità
che non è lo svelamento di un Neutro impersonale, ma un’espressione:
l’ente si apre un varco attraverso tutti i
rivestimenti e le generalità dell’essere, per mostrare nella sua “forma” la
totalità del suo “contenuto”, per sopprimere, in fin dei conti, la distinzione di
forma e contenuto […]. Ma il contenuto primo
dell’espressione è proprio quest’espressione”.
Il volto d’Altri, secondo
Lèvinas, è allora una sorta di non-segno espressivo che si pone
come “grado zer ????o della significazione: nella coincidenza tra forma e contenuto,
in definitiva tra significante e significato, il volto apre il campo
dell’intelligibilità simbolica da cui si genera la semiosi.
Il volto è
quindi non-segno, ma anche […] la possibilità di ogni
significazione”.
Il volto non è
una risposta ad una domanda ma correlativo a ciò che
precede ogni domanda, e ciò che precede ogni domanda è il Desiderio.
Il volto, prima ancora di essere comunicazione, comunicazione
di una scrittura, è relazione:
una relazione che mi chiama alla responsabilità per l’Altro. Una relazione che
non può lasciarmi indifferente, perché quel volto mi obbliga, qualifica i
miei gesti. Il volto d’Altri è tale da far intimidire qualsiasi pretesa
fisiognomica di riconduzione a tipi, poiché la sua onestà è nuda
e irriducibilmente complessa.
Secondo Volli, allora, l’espressione “trasuda, proprio perché
sfugge, si tradisce:è sincera
proprio poiché non appartiene a
colui cui è attribuita, la sua verità
è involontaria”. La testualità del
volto che ho di fronte posso certamente
interpretarla assumendomene la responsabilità,
posso cercare
di comprenderlo “nonostante la trascendenza
e l’infinità metafisica dell’altro”. O meglio:posso decodificare alcune scritture tracciate dalla dialettica
tra identità e socialità codificata in
ogni Volto. Ma non posso svelarne l’enigma. Perché
resta “al centro di questa scrittura del
volto, una mancanza, un vuoto” incolmabile.
Ovvero: “non
posso scorgere mai, nella persona
che mi sta di fronte, concretamente nella
sua faccia che vedo, un soggetto”.
Per Barthes,
leggendo la significanza
dell’immagine fotografica, per esempio un volto in una fotografia, “ricevo
(probabilmente per primo) un terzo senso, evidente, erratico e ostinato. Ignoro
quale sia il suo significato, quantomeno non riesco ad
esprimerlo, ma ne vedo con chiarezza i tratti, le accidentalità significanti di
cui questo segno, fin dall’inizio, è composto”.
La significanza esula completamente dalla significazione in assonanza a quanto
detto a proposito dell’autoreferenzialità dell’espressione del volto in
Lévinas, potremmo addirittura interpretarlo come un rifiuto radicale “di parlare, essendo
una questione di solo significante, di significazione”.
Tornando a Volli
allora, quando ho di fronte un volto, “forse il soggetto è,
ma ora non c’è, non è qui, non è esposto, non è al
mondo. Non è quel che vedo. Sfugge, si nasconde
dietro la carne del volto o del corpo. Quel che si percepisce è altro,
un altro: una maschera o ruolo sociale, perfino costruzione insincera,
dispositivo comunicativo allestito”.
In questa assenza può essere giocata la manipolazione
e il gioco delle apparenze, e, aggiunge ancora Volli, “le dinamiche della vita sociale si
costituiscono su questo scarto, la moda vi costruisce le sue protesi”.
Ma in questa ???? stessa assenza il mio volto è aperto allo sguardo del mondo, pur
essendo fuori dal controllo della mia vista; è questa
stessa assenza che mi dice il volto dell’Altro, come una vertigine che
non mi fa sprofondare nell’abisso di un vuoto, ma nel ribollente magma del
desiderio. E’ dalla supposizione dell’Altro, che scaturisce il desiderio dell’Altro.
E’ dalla sua presenza,
che invece scaturisce un’etica. La sua presenza mi pone in relazione, e la
relazione è rivelazione
dell’Altro, dell’emergenza della mia responsabilità per l’Altro.
Allora il volto
dell’Altro non è un senso che io possa a mia
discrezione attribuirgli, è piuttosto un valore che è all’origine di
ogni senso: “perché il significato è dialogico e si

Fig. 6-8: Foto in alto: Man Ray "Noire
et Blanche", 1926.Foto
in basso: Aziz+Cucher, “After Man Ray”,
1996.Nella pagina accanto:
campagna “Le classique” di Jean Paul Gaultier
definisce
solo nel passaggio attraverso l’altro che è un volto per me”, allora, “non si può sapere l’altro come si
conosce una cosa e dunque non si può nemmeno saperne il volto”.
E nell’incontro non c’è testo, scrittura, ma evento,
desiderio, dono. E il dono è all’origine di ogni
comunicazione che mi ponga l’Altro come interlocutore.
Face on/off
:Oggi è possibile sostituire
il volto di una persona sfigurata con elementi (cutanei, ossei e muscolari)
prelevati da cadaveri, con il risultato di una fisionomia intermedia tra quella
del ricevente e quella del donatore. Il primo annuncio di questa
inedita possibilità risale al novembre 2002,
quando al Royal Free Hospital di Londra un team di esperti presentò la
fattibilità tecnica di questo portentoso intervento di microchirurgia. Il 27
Novembre 2005 all'ospedale di Amiens, Isabelle Dinoire
subirà un intervento di trapianto del triangolo naso-labbra-mento.
Face on.
:E’ altresì oggi possibile
intervenire chirurgicamente, oltre che attraverso terapie ormonali, nel
processo di femminilizzazione del volto (FFS,
Facial Feminization Surgery) dei transgender. I tratti del sesso biologico
possono essere mistificati, elusi, sfilacciati. Gender
off.
:Il volto è agli antipodi del
ritratto, suo incerto riflesso, comunque pervasivo del
secolo che ci siamo lasciati alle spalle. Il ritratto è un’estetizzazione
coercitiva del volto nella sua aderenza ad una fisiognomica neutralizzante e, và da sé, naturalizzata. Ma
oggi più che mai l’identità, le identità, invocano la
differenza nella loro definizione, così come nella loro comprensione. Non è
forse più
possibile fare ritratti, la loro necessità è svilita nell’emergenza di un
pen ????sare molteplice, di un pensare la differenza. I ritratti si liquefanno nella
fluidità delle strutture identitarie, di genere, di ruolo. Entity,
elude le classificazioni concettuali secondo quei parametri dualistico-sintetici
ai quali la modernità ci aveva abituato. “Entità sta oltre ogni
possibile classe di età, oltre i dualismi
maschio-femmina, giovane-vecchio, pubblico-privato, individuale-collettivo,
Stato-società. Entità: non solo un ‘io’ unico e
unitario, ma l’io ha mille volti e mille nomi”.
Face off.
:Oggi la femminilità è
giocata su terreno di ridefinizione e manipolazione dei codici tradizionali, un
terreno concimato dall’ironia e dalla plastificazione: un terreno fecondo di
frutti marci, che germoglia l’artificiale kitsch, il pop-trash, la fisionomia
instabile di una nebulosa rarefatta. Come nei ritratti sisleyiani di
Richardson. Gender on.
Fig. 9: La 38enne francese Isabelle
Dinoire sottoposta al primo trapianto di faccia.