Viva
l’eclettismo!
Conflitto
di stili, cattivo gusto, contrasti e discordanze
di linguaggi artistici, in una sola parola eclettismo.
Al giorno d’oggi ne mastichiamo i sapori arricchendo
il nostro guardaroba. Ci ritroviamo a scoprire e
a vivere tutto quanto una o due generazioni fa veniva
considerato l’errore peccaminoso nel momento in
cui si entrava in un negozio d’abbigliamento e si
acquistava senza seguire i consigli del venditore
onesto.
Oggi acquistiamo jeans stracciati ad arte e stampati
stile scarabocchio, per poi accostare una perfetta
giacca gessata o una maglia con colori appressati
alla follia.
I genitori ci dicevano che nero e blu non si avvicinavano
bene e invece brands come Custo ci vendono anche
questo. Ma Custo si presenta per “artista della
maglia”, colui che non può conoscere freni
perché il designer di una sua camiciola si
ritrova con un pezzo di tessuto bianco da riempire
con sagome, faccioni ed elementi cromatici tirando
fuori qualcosa di perverso dai propri pensieri più
profondi. La trovo una libertà fantastica,
almeno nelle sue apparenze, ma la vedo come un eclettismo
spasmodico addosso a un ragazzo per strada.
Sbaglia Custo che vuole spagnolizzare l’intero pianeta
con il suo tocco di pennello sul corpo di molti
di noi o sbaglia il giovane che si lascia pennellare?
In realtà, se lo “spagnolo” parla chiaro
dei suoi stili, anche il designer italiano imporrebbe
altrove, a modo suo, il proprio linguaggio: rigore,
minimalismo, sobrietà accademica e sottili
venature di “alternative”. Anche un giovane americano
potrebbe trovare influente uno stile italiano, come
uno spagnolo, un indiano, un, ahimè, cinese…Ma
perché, pensate che una maglia orientale,
Oriente d.o.c., fronzoluta e arabescata dell’Oriente,
oggi non entrerebbe nel guardaroba dell’adolescente
italiano? Create un brand-icona -se non esiste già-
e il successo scalpiterebbe.
Quale può essere quindi la risposta al neo-dilemma
shakespeariano giusto indossare o non-giusto indossare?
Questo è un problema? Non esiste alcun problema
perché non riusciamo a porcelo: compriamo
da soli, self-service; siamo stufi di ascoltare
la persona matura che ci consiglia e ci ha consigliato
su come sbagliare; scopriamo gli affari su Internet,
chiusi nella nostra camera, dialogo zero!
Il giovane d’oggi è stanco di sentirsi identificato
in una comunità eccessivamente chiara ed
esplicita. Cosa vuol dire essere italiano? Quali
sono gli effetti positivi del sentirsi italiano,
riconoscersi in una nazione e porre i paletti tra
noi e gli altri sostenendo una società entrata
in un vortice all’ingiù?
Niente. Perdiamo solo tempo nel cercare lo spillo
made in Italy in un piccolo scrigno di spilli. Attento,
ti pungeresti!...
Ciò che è nostro e ciò che
è di mano altrui si può ritrovare
solo nelle maison di moda storica italiana e a costi
inadeguati per prodotti che già conosciamo
nei contenuti. Evitiamo di giustificare con la parodia
dell’alta qualità che ci distingue perché
sappiamo bene che una borsa marocchina in cuoio
in vendita per strada è resistente, direi
immortale come la gramigna! E le boutique nel centro
storico di una metropoli sono un’inquietante fila
all’ingresso di formiche giapponesi, americane e
altro; un percorso che va e uno che esce carico
di “buon pasto”.
Per tutti gli altri, viva il meticciato, viva l’eclettismo.