Dylan Dog: un mito tra vita, amore e morte


Il primo fu “Ombre”…avrò avuto circa 8 anni; mi spaventò ma al contempo il fascino di Dylan Dog colpì ancora. Mi facevano paura i fantasmi, i draghi, le streghe, ombre strane che miracolosamente potevano prendere vita e mangiare i bambini; tutte rappresentazioni immaginarie delle angosce infantili: l’abbandono, il non essere amati, la solitudine, le situazioni di pericolo. In realtà sono le stesse che terrorizzano noi grandi, sebbene in molti casi non ci abbiano mai realmente toccato da vicino. Gli albi di questo parto di Tiziano Sclavi funzionano un po’ da esorcismo per queste ossessioni, per queste paure ataviche. Dylan Dog punta sul terrore di chi legge riguardo alla perdita dei propri punti fermi, delle proprie sicurezze riguardo alla vita e dell’annullamento del senso della realtà; al termine della lettura si rafforza nei lettori il sollievo nato dalla consapevolezza dell’inesistenza di quei fantasmi nella consuetudine reale.
Dylan Dog è uno dei fumetti cult dell’ultimo ventennio. Già dal suo esordio, nel 1986, il presentarsi come primo fumetto di casa Bonelli esplicitamente dedicato al genere horror attirò intorno a sé un vespaio incredibile riguardo alla crudezza delle sue storie, tanto da giungere ad un‘interrogazione parlamentare sullo splatter. Iniziava l’ascesa di questa nuova creatura bonelliana, la cui tiratura (albi originali e ristampe), intorno agli anni Novanta, superò quella rispettiva del ben più noto Tex.
Graficamente, Dylan nasce dalla matita di Angelo Stano, prendendo a modello l’attore inglese Rupert Everett, che porterà sullo schermo una sorta di Dylan Dog italiano, Francesco Dallamorte Dallamore, che guarda caso è il protagonista dell’omonimo romanzo di Sclavi. Per molti versi richiama notevolmente il suo creatore letterario: entrambi ex-alcolisti, vestono in ogni occasione allo stesso modo, hanno il terrore di viaggiare in aereo, il culto della letteratura e della musica, hanno una precisa coscienza della propria diversità, misogini e contemporaneamente innamorati di tutte le donne.
Ha una spalla, decisamente comica, Groucho, sosia (anche se qualcuno ritiene che sia proprio lui) del più logorroico dei Fratelli Marx. Nel numero 200 si scopre la fonte del suo profondo legame con Dylan: è lui in realtà colui che lo accompagna, con metodi non sempre molto ortodossi, insieme all’inossidabile “commisario-papà” Bloch, nella strada che porta un alcolizzato a divenirne ex. Dice battute a raffica, spesso in momenti poco opportuni e alle persone meno adatte, guadagnando in cambio sonori schiaffi; il suo show prosegue anche durante il sonno, quasi fosse una sorta di disturbo mentale. Grazie al suo umorismo riesce a smorzare la tensione drammatica di alcuni albi; le sue barzellette, in molti casi, lasciano tirare un sospiro di sollievo al lettore e lo stesso Dylan spesso ne rimane “contagiato”.
Sclavi riversa nel suo fumetto tutte le sue passioni facendo di Dylan Dog una “citazione infinita”. Gli albi risultano essere quasi dei precursori degli ipertesti attuali, navigando fra i mille e mille testi della letteratura, della pittura, della musica e del cinema di tutti i tempi. È capace di citare, come fossero reali, infiniti mondi e incredibili figure. A volte utilizza come base narrativa da cui partire film o libri ben noti, ne segue lo svolgersi degli eventi per poi stravolgerne il finale; un esempio su tutti: albo n°23 “L‘isola misteriosa”, che dal titolo richiama l’opera di Verne, ma risulta essere poi ispirata al “L‘isola del Dottor Moreau” di H.G. Wells, da cui furono tratte diverse versioni cinematografiche.
Per chi non riesce a cogliere la quantità infinita di rimandi, la storia risulta ugualmente piacevole e scorrevole, senza alcun intoppo; il piacere reale però, la vera complicità con il creatore della storia, sta nel riuscire a districarsi nei meandri di questo labirinto di citazioni e sottocitazioni, nel poter realmente comprendere i suoi intenti e le sue scelte, di poter percepire il nostro mondo e il suo con il suo stesso senso dell’umorismo, la sua stessa disperazione, la sua paura e qualunque suo altro stato d’animo. Nel panorama italiano forse la passione profusa da Sclavi nello sceneggiare questi albi, con l’intento di entrare in sintonia con il pubblico, può ritrovarsi solo nelle tavole di Andrea Pazienza. In una delle rarissime interviste rilasciate da Sclavi ad Eco, l’autore ammetteva di commuoversi per la sorte di alcuni suoi personaggi, commozione che veniva poi trasmessa al lettore.
Commozione per la morte di alcuni personaggi molto cari, e forse, per alcuni versi, molto scomodi. Suscitò clamore l’albo “Johnny Freak” perché toccava la questione dello sfruttamento finalizzato al mercato d’organi, o la morte di una delle donne più importanti nella vita di Dylan, Bree Daniels, prostituta amata e chiesta in sposa dall’investigatore: una favola un po’ alla “Pretty Woman” in cui però non è presente il tanto sospirato “happy end”; Bree, sieropositiva, muore in un ospedale, stroncata dall‘AIDS, ma la sua morte lascia l’amaro in bocca, perché al contrario di strani mostri sanguinari, streghe malefiche e fantasmi senza riposo, la sua malattia ci appare nella sua incredibile vicinanza e realtà. Dylan Dog è anche questo: una denuncia degli orrori che quotidianamente ci circondano, dal vicino che maltratta il cane alla completa e totale assuefazione alla televisione e ai suoi standard pubblicitari, dall’esasperato consumismo alle malattie, dalla guerra al dolore nel suo stato estremo, all’ineluttabile e indefinibile morte, rappresentazioni di malesseri personali e sociali, espressioni di un mondo caotico e senza pace e tranquillità.
Ed è proprio la “Signora con la falce”, “la Morte”, come con reverenza la definisce Sclavi nelle sue storie, la co-protagonista del fumetto; denigrata, ricercata, invocata, temuta, alle volte beffata, assume ogni volta un ruolo diverso ed è uno dei fili conduttori di tutte le avventure che coinvolgono Dylan. Diverse volte il nostro investigatore riesce ad avere con lei contatti tali da poter scendere a compromessi, poter ottenere favori e poter patteggiare la vita di un suo caro o in alternativa di un fortunato-emerito-sconosciuto cliente. La Morte prende, ma in alcuni rari casi la Morte dà, dà la possibilità di scegliere fra chi deve seguirla, tanto per lei “uno vale l‘altro”, e da qui scaturiscono alcuni dei più profondi drammi di Dylan, che segnano l’esistenza e il corso storico degli eventi. Una visione a volte benevola, a volte crudele, ma quanto mai realistica della fine; sembra quasi che fra loro intercorra qualcosa di “speciale”, come se fosse la Morte a dover qualcosa a Dylan, in uno strano rapporto di amore-odio.
Dylan è dalla parte degli oppressi, dei disadattati, con un disprezzo per le regole su cui si basa il principio del conformismo e le logiche estremamente capitalistiche-borghesi, forse un antieroe dei giorni nostri; combatte contro tutto e tutti, anche contro sé stesso (nel vero e proprio senso della parola); spesso tende ad identificarsi con gli stessi incubi dei suoi clienti, e il più delle volte precipita verso finali poco felici, cadendo a fondo insieme con loro. È un sentimentale, non ha paura di piangere, porta a termine i suoi compiti, anche rischiando la propria vita, per un compenso di 100 sterline (dalle storiche 50, anche lui sente il peso dell‘inflazione) al giorno più le spese, generalmente rimettendoci.
Non si può neanche affermare che sia fortunato in amore, tutt’altro. I suoi grandi amori, le donne cui seriamente aveva chiesto di trascorrere la vita insieme si contano su una mano: Kim la strega, un amore impossibile; Bree la prostituta, vuole sposarla, ma l’AIDS se la porta via; Lillie combattente dell’IRA, lo lascia dopo aver tentato di spararlo; e poi Morgana, colei di cui lui sa così poco, sa solo di amarla e di averla già amata…di un amore profondo, incognito, non comprensibile…ogni suo amore riconducibile a lei…sua madre, scoprirà nella sua ultima avventura. Ma a queste storie di amori epici ed impossibili, si accostano gli “amori per tutta la vita”, che si bruciano in un singolo albo senza lasciare la benché minima traccia, generalmente. È la ben nota contrapposizione tra eros e thanatos del mondo classico. Le bellissime ragazze che in ogni avventura vengono inserite, finiscono di solito a letto con lui. Non è un dongiovanni, non compila una lista con annessa graduatoria delle sue amanti, più o meno, occasionali; Dylan si innamora disperatamente e perdutamente di tutte, di un amore puro, quasi religioso. Le sue storie divengono il rifugio dall’orrore in cui naviga volente o nolente ogni giorno. Tutti i personaggi femminili hanno un certo rilievo e spessore e non sempre sono loro ad essere sedotte dal bel tenebroso. Nell’albo “Armageddon” sono ben 4 le giovani e splendide ragazze (più o meno umane) che seducono Dylan, anche se solo per uno “strano gioco a premi” ed inevitabilmente una se ne innamora. Per uno strano caso quest’albo è uno dei pochissimi in cui il povero assistente-maggiordomo-lanciapistola-factotum Groucho, riesce ad avere un’avventura (la ragazza lo scambia per Dylan…); a dir il vero Groucho, in uno degli special a lui riservati, riesce a stabilire una relazione stabile e seria, per quanto serio si possa definire un rapporto con un soggetto del genere, se non fosse per il classico finale da film del “Cielo!!!…. mio marito!!!!”, con il marito in questione rappresentato da un mostro enorme, che richiama la classica figura del consorte ipergeloso.
Gli amori trovati e persi in un baleno, le vite bruciate, la bellezza di una nuova alba dopo l’ennesima volta che i nostri eroi scampano e salvano il mondo da un’imminente apocalisse, il sorriso di qualcuno salvato, il suono del clarinetto che sembra propagarsi realmente per la stanza quando Dylan suona, tutte queste emozioni nascono e vengono percepite solo grazie ad una perfetta collaborazione e coincidenza tra sceneggiatore e disegnatore: il contatto diretto con il lettore, di cui parla Sclavi, deve passare anche e soprattutto attraverso di loro, altrimenti non si riuscirebbe a creare quella perfetta sintonia, che permette al lettore una migliore comprensione dell’albo. Ciò non implica, come riferisce Giovanni Freghieri, disegnatore ben noto del fumetto, la perfetta concordanza tra le due figure; il disegnatore si ritrova spesso combattuto tra l’impegno di seguire le indicazioni dello sceneggiatore e invece la libertà di interpretare la storia come meglio si preferisce. Solo nei casi di piena simbiosi, ottenuta spesso dopo una prolungata collaborazione, si riesce ad esprimere al meglio la storia all’interno dell’albo, come d’altronde è riscontrabile negli albi disegnati da Casertano, Stano, Ruju, Freghieri, Montanari & Grassani, Roi, Piccatto e diversi altri. Ogni disegnatore imprime ad ogni storia quel tocco che potrà definirne la tipologia: dalla storia splatter ad alto impatto, a quella dal contenuto alquanto oscuro, da quella fondamentalmente romantica e triste passando da quella riflessiva.
Il gioco di chiaro-scuro, luci ed ombre, la presenza di didascalie che segnano o meno il filo conduttore della narrazione con telegrafiche frasi o lunghissime poesie e ballate, la possibilità di un eventuale seguito o di una netta fine, la differenziazione di trame e soggetti, di morali più o meno esplicite, di orrori fantastici o purtroppo molto reali, di intrecci e bivi, di sogni e incubi che ricorrono in modo da collegare ogni storia ad un’altra, fanno sì che le storie di Dylan Dog non risultino mai banali o scontate; che, paradossalmente a quanto molti benpensanti possano credere, questi albi possano insegnare qualcosa, o se non altro, possano provare ad alleviare sofferenze maggiori.
La violenza presentata in questa serie rispecchia la nostra realtà; un uomo ucciso da un coniglio rosa uscito da un cartone, che si rattrista del fatto che, dopo esserci passato su con un rullo compressore, la vittima non si rialzi a giocare con lui come nei cartoons, fa sorridere; un serial killer che uccide all’interno delle storie di Dylan Dog e ha sempre un qualche risvolto psicologico, contrariamente, o, perlomeno, parallelamente a quanto non avviene nella realtà, fa pensare; la natura che si ribella agli abusi umani con una foresta che inghiotte i passanti, fa prendere coscienza della nostra inciviltà; un disegnatore di fumetti horror che viene arrestato, processato ed eliminato socialmente per il lavoro da lui prodotto, accusato di traviare le menti giovanili ed essere promotore di violenza, fa ripensare al periodo dell’inquisizione e al suo trasformarsi in censura nel corso dei secoli, ma ci rende ancor più chiaro quanto ancora sia forte la paura del diverso, quel diverso che si incarna nelle mille vite che circondano Dylan Dog.

di Laura Cillo