Piccoli
frammenti di vita persa si mescolano fino a rendere
tutto più inaccettabile. Trovarsi più
vicino ai venti che ai trenta, e scoprire che
ti sembra di sapere già tutto quello che
c’è da sapere, quantomeno tutto ciò
che di BRUTTO c’è da sapere, e soprattutto
avere la consapevolezza che del BELLO che si dice
ci sia in giro, di questo SPLENDORE che la vita
può donare, beh, non te ne frega assolutamente
niente. E pensare, lucidamente, con fredda e sorprendevole
determinazione, che se la tua vita dovesse finire
esattamente in questo istante, in fondo a te andrebbe
bene, che tutto quello che volevi fare l’hai fatto,
e hai detto tutte le parole che conoscevi, e hai
spiattellato in giro tutti i tipi di sorrisi e
di lacrime che conoscevi, e non ti resta poi molto
da dare, né da chiedere. L’insostenibile
leggerezza dell’essere si è alleggerita
ulteriormente, fino a farti spiccare il volo verso
il nulla di te stesso. Sdoppiato, anzi PLURIMO,
vivi più di qualche esistenza: una a casa,
con la famiglia, che vuole vederti sistemato e
soddisfatto, almeno in grado di provvedere a te
stesso; una fuori, con il mondo o presunto tale,
di persona talora iper-depressa, talaltra iper-schizzata,
altre volte sei semplicemente stanco, ed altre
ancora euforico… più spesso stanco, o schizzato;
un’altra con te stesso, ed è quella più
difficile, visto che è la più frequente,
e anche quella più difficile da dissimulare.
Bastare a se stessi è forse una delle più
belle conquiste dell’essere umano; negare il principio
dell’essere uomini in quanto gli altri ci riconoscono
tali, ma esserlo solo perché lo si è,
punto! Ma come si fa? Si può individualmente
decidere di isolarsi e stare bene, salvo poi uscire
a prendere una boccata d’aria e scambiare quattro
chiacchiere con gli amici al bar? Si può
riuscire a prendere questa benedetta boccata d’aria
senza rimanere asfissiati, e scambiare queste
famigerate quattro chiacchiere senza poi rimanere
intrappolati nella eterna ricerca della conferma
che siamo ancora vivi, e che forse siamo in qualche
modo importanti visto che qualcuno si è
chiesto che fine avevamo fatto…?
E se decidessi di eclissarmi? Se decidessi che
non mi va più di vivere, e che mi limiterò
a campare, godendomi quelle due o tre cose che
mi provocano ancora qualcosa, tipo un valzer di
ormoni, o un balletto delle papille gustative,
o una bella giostra nell’apparato respiratorio…
sesso droga e rock’n’roll… ci hanno riempito la
testa con il carpe diem, ci hanno convinto che
l’esistenza va vista in funzione del presente
soltanto, salvo poi rimuginare religiosamente
sul destino dell’anima; ma si può cogliere
l’attimo se fugge? Si può vivere in funzione
del presente soltanto, quando il presente è
un dilagante e disarmante nulla? Se ci prendiamo
palesemente in giro, se quelle esistenze che portiamo
avanti cominciano a barcollare, a contraddirsi,
e soprattutto, se quella vita che vivi con te
stesso comincia ad esserti decisamente insopportabile…
s-campare = fuggire dai pericoli per vivere un
po’, un po’ così, che chi s’accontenta
gode, ma così così… appunto, e allora
perché dovrei accontentarmi? Di che cosa?
Dei successi che sporadicamente si ottengono…
certo, come no, se me ne fregasse qualcosa, ma
non sono cose mie, non sono cose che mi emozionano,
non sono cose che mi soddisfano, non sono cose
che mi rappresentano. Io sono un’altra, una che
non so neanche io chi è, una che ne ha
viste tante, e vorrebbe solo poter abbassare lo
sguardo a tutte quelle altre “tante” che stanno
dietro l’angolo.
Non so come possa essere definito questo stato
d’animo; so che ha una componente individuale
e una sociale, e so che si equivalgono, e so che
ho provato in tutti i modi a non soccombere, ma
sto cedendo. E cedere non è necessariamente
il disastro ultimo, cedere può anche voler
dire semplicemente arrendersi all’evidenza. Leopardi
all’inizio ci ha provato a dare la colpa a qualcuno
e a salvare qualcun altro, ma alla fine ha ceduto,
ha constatato che il non raggiungimento del piacere
è dovuto a tutto, che nulla dell’esistente
è esente dalla responsabilità dell’insoddisfazione.
Mi sento molto vicina a lui adesso; sebbene in
molti ammirino questo poeta da adolescenti, perché
forse lui è sempre rimasto adolescente,
o perché l’adolescenza è una delle
fasi più difficili e sconvolgenti in assoluto,
ecco, io non mi sono mai sentita così tanto
vicina a lui. Io, io, io… ma mi guardo intorno,
e parlo con qualcuno, e siamo tutti più
o meno sulla stessa barca, ed è una barca
che affonda, e molti stanno dalla parte più
vicina all’acqua… non so neanche nuotare, e ho
una fottutissima paura di non sopravvivere, ma
resto qui, senza fare nessuna mossa per tenermi
su.
C’è un’alba? E se c’è, ci vuole
ancora molto al sole per sorgere?