Diciannove luglio

Diciannove luglio, ore 23: 20. dopo una giornata di lavoro, stanca con la testa più che con il fisico, torno a casa. Non c’è nessuno nel raggio di due chilometri. Chi c’è, qualche anima in tarda età, dorme o sonnecchia davanti alla tv. Sopra di me il cielo stellato colmo di costellazioni brillanti delle quali ignoro il nome ma per le quali mi stupisco. Ho dimenticato l’antipulci e il mio cane continua a mordersi. Lei non pensa che stia scrivendo qualcosa su di lei e mi guarda interrogativa come a chiedersi cosa sia questo rumore ticchettante. Un semplice cane incrocio di razze indefinite che è arrivato qui quando era ancora una palla di peli. Una delle cose più belle che mi sia mai capitata. Al mio fianco, un tavolo di plastica ovale, con sopra una tovaglia a quadri arancione e con le sedie appoggiate ai lati altrimenti quando piove si bagnano e poi non si asciugano in fretta. Posacenere con numero tre cicche spiaccicate che è come le spengo io, e dentro casa sono l’unica, quindi mi beccano sempre. Mi stanno pungendo le zanzare ma si sta troppo bene per rientrare. Inoltre, queste stronze vanno proprio a cercare i punti più scomodi da grattare quando, ormai nel letto, iniziano a prudere, tipo l’alluce o le altre dita del piede, di cui ignoro il nome anche se me li hanno detti cento volte. Ma qual è il senso dell’esistenza di una zanzara? Anche le mosche, come dice Ascanio celestini in un suo monologo, hanno un senso, ma le zanzare?? Sorvolo su questo particolare facendo un’acrobazia per toccarmi l’alluce destro con la caviglia sinistra, gesto probabilmente poco elegante ma efficace per ridurre lo sforzo. I grilli cantano, e anche qualche animale che somiglia a loro. Lui è a due ore da me, ma è come se non fosse mai tornato, due ore che a volerle fare si dovrebbe prendere l’aereo e trasferirsi definitivamente al di là dell’oceano, che almeno si avrebbe l’occasione di provare a sognare. Non ho mai creduto al detto “lontano dagli occhi lontano dal cuore”, penso che sarebbe più appropriato “lontano dagli occhi lontano dalla coscienza, oppure dal pudore, oppure dall’onestà”, a seconda dei punti di vista. “lontano dagli occhi” è gonfiare il cuore, sentirsi soffocare per la sua potenza, per la smisurata capacità di costruire castelli pieni di stanze affrescate, con un enorme parco fuori e con il giardino senza piscina ma pieno di alberi da frutta, che uno per fare merenda non ha mai di che preoccuparsi. Lontano dagli occhi è il fermarsi di un momento, di un unico istante fotografato in due occhi splendenti e indelebile come le macchie di inchiostro. Rinnovato e riassimilato dopo trecentoventicinque giorni di attesa spasmodica. Lontano dal cuore è pensare, analizzare, immaginare, trepidare, è il suono libero del telefono e del tintinnare dei soldi spesi per far arrivare la propria voce sul lago Ontario attraverso quelle stesse stelle che osservano la nostra misuratissima grandezza lontane anni luce, letteralmente. Due ore da qui, due anni, due secoli, due continenti, due lingue. È davvero difficile metabolizzare la fine di qualcosa che non ha mai visto la luce, è difficile capire che due ore e due anni e due continenti non sono due facce della stessa medaglia, ma sono due monete diverse, due monete che non possono essere scambiate tra loro, se non attraverso un terzo conio, una via di mezzo tra le due, un rapporto pieno, concreto, sincero, onesto, divertente e intimo, serio e critico, una sana, neutra, meravigliosa amicizia. E la voglia di non perdere quel poco che sia ha, e la mancanza di coraggio nel rinunciare a quella metà che è solo una semplice metà che non fa neanche concepire la compiutezza dell’intero, e l’incapacità di accettare con serenità la realtà arrendendosi ogni tanto. E tutto questo è difficile da reggere su un metro e cinquanta di statura, quantomeno, è difficile da reggere se con il corpo immerso nel fondo si vuole tenere la testa fuori. Seduta qui, sotto le stelle, con il cane che ha trovato pace e inizia a russare, con l’alluce che prude e con i moscerini sullo schermo, penso che mi manca da morire il suo corpo, anche se in quei momenti era sconnesso dalla razionalità fisica e mentale. Mi manca adesso e so che mi mancherà per molto. Qualunque altra cosa, adesso, è irrilevante. E quello che manca è assolutamente presente dentro, e fa male. Prima o poi passerà anche questa tempesta, e allora sarà solo il ricordo di una splendida emozione. Tra trecentosessantagiorni si vedrà.

di Vanessa Ianni