DENUNCIA EGOVISTICA DI UNA SINAPSI CONGELATA.


Le cellule nervose della testa, se private di quelle sottili sinapsi, sarebbero da considerarsi esseri in quarantena dimenticate da vibranti impulsi vitali.
Le sinapsi mi piace immaginarle come minuscoli spaghetti di soia, gommosi, trasparenti e resistenti agli urti di cellule verduresche inquiete. La mia scatola cranica contiene quel piatto di spaghetti di soia fumanti e conditi con verdure varie – le cellule – che mi vedo piazzato sotto il naso in una serata al cinese. Un profumo che punge il naso, una salsa che ne colora l’aspetto e lubrifica l’intreccio sinapsico, alcuni aggregati di carne qua e là che ricordano la provenienza di quel piatto, la scatola cranica.
Pian piano inizio a convincermi di una realtà macrocosmica dell’uomo, un tipo specifico d’uomo, in una considerazione planetaria dello stesso, in un piatto planetario di riccioli e grovigli di spaghetti sinapsici. Volendo considerarsi cosmopoliti, ho scoperto un’inquietante realtà di chi sono, chi siamo. Chi è colui che si definisce creativo? Chi è colui che si spaccia per creativo new entry, emergente? Chi è colui che crede nella creatività della parola perché “tutto il resto sono chiacchiere”? Chi è colui che guarda in faccia l’altro e si presenta copywriter?
E’ una sinapsi congelata.
E’ quel sottile filo che collega l’immaginario al concreto, allo scritto su carta, al digitato su P.C.; un tale che ha smesso di vibrare perché congelato, bloccato, statizzato, cassintegrato, schernito.
I creativi della parola, gli elaboratori del testo, i colleghi ipotetici del grafico in un’agenzia pubblicitaria, sono diventati l’optional occasionale, perché di lusso, ad uno sviluppo socio-economico contemporaneo d’agenzia.
Un copywriter dovrebbe esserci ma non c’è; si evita quando si può, perché eccessivo, non di vitale importanza per la resa qualitativa del flusso comunicativo fra cellule-uomo. Si parla di cellule uomo considerando un ambiente di lavoro dove un account non può mancare, un grafico non può mancare, l’amministrazione non può mancare. Creativo può esserlo il grafico; scrittura creativa può farla un gruppo di grafici con il cliente vicino!
In un ambiente sviluppato e dinamico economicamente, una metropoli, gli ambienti di lavoro sono ben altri e, ovviamente, il copywriter e considerato alla pari di un grafico. Tolte le grandi e spettacolari aziende, la stragrande maggioranza di piccole imprese – l’economia italiana ruota attorno al sistema delle piccole e medie imprese – dimentica una sinapsi, il copywriter, nel suo cervello e la congela e disgela, congela e disgela, congela e disgela fino a rovinare la prestigiosa gommosità che solo uno spaghetto di soia sinapsico può possedere.
Volete sapere come si presenta una sinapsi congelata? Io lo so: è perfettamente uguale ad uno spaghetto di soia non cotto. Totalmente inflessibile e fragile perché si frantuma in decine di pezzi al semplice impatto. Questa frantumazione, cosa la provoca e quali effetti genera?
E’ provocata dallo scontro con l’ignoranza della mid-class attiva ma di provincia. Un’ignoranza che, vuoi per avarizia del proprio io, vuoi per vera non conoscenza del lavoro ben fatto, tende a vedere non oltre la punta del proprio naso tende cioè a riporre un gradino più giù la figura del creativo capace. Un’ignoranza che non vuole tanto essere nel collega del grafico, seppellito dal lavoro, o nel fondatore d’ agenzia, quanto nelle richieste errate e mai corrette di un cliente d’agenzia o di un target di spot. Là dove si minimizza il testo, le parole, per consuetudine acquisita e si regala ampio spazio alla comunicazione visiva, in realtà si crea lo specchio di una società al passo sostenuto lungo un percorso evolutivo altamente discutibile. Parlo dell’abbassamento del livello culturale-comunicativo di una collettività; una collettività che articola parole scarsamente, si esprime male e non vuole più lavorare molto di mente per recepire un messaggio. La praticità del comunicare, in una società frenetica come la nostra, può servire ma non deve camuffare il tarlo dell’ignoranza. Sarebbe come ridipingere una parete intrisa di umidità e muffe per nascondere l’intonaco da rifare o posticiparne a chissà quando il lavoro. Da qui a poco le macchie nere ricomparirebbero, da qui a poco scivoliamo tutti nella “bassa qualità” della vita.
Ve lo immaginate un piatto di spaghetti di soia planetario fatto per buona parte con spaghetti ancora crudi? Ne avvicini alle labbra un boccone con l’idea certa di gustare qualcosa di morbido, saporito e tenero al palato e scopri sotto i denti un accumulo amorfo di cose mollicce disgiunte da tanti aghi di soia crocchianti senza alcun sapore. Il pianeta pubblicità è molto simile: terminata la lunga formazione, ti avvicini all’agenzia medio-piccola (quella grande è satura!) e scopri un aggregato infinito di esseri mollicci, cloni –surrogati dell’art director e privi di un’elastica armonia con il creativo professionista della parola.
Gli effetti della frantumazione di uno spaghetto sono tanti ma credo sia il caso evidenziarne due di questi per uno spiccato valore opposto.
Il primo sta nel fatto che nel momento in cui un copywriter scopre la sua importanza singhiozzante in un team di agenzia capisce che, se non si aprono le porte di una big agency, della pubblicità ne dovrà fare un hobby e inventarsi nel frattempo un lavoro affine o peggio.
Il secondo effetto lo si ritrova nello spaghetto che, frantumandosi come prima dicevo, genera una quantità considerevole di piccoli spaghetti. Tradotto: i copywriter aumentano, si riconoscono per somiglianza di idee e modi, per poi aggregarsi e combattere, in tanti, la realtà dei “medi” che devono ancora prendere un vocabolario per tradurre il termine copywriter. E non solo: gli esseri sfinati si incoraggiano e si scaldano a modo loro per riacquistare, uno ad uno, la vincente gommosità sinapsica. Non per niente ho scritto qui la mia e mi sento ora un pezzo di spaghetto ben cotto, una sinapsi auto-decongelata, pronta a sostenere questa amica zavorra di grafici cellula.

di Alessandro Leucci