L’antica
storia della cannabis
La
cannabis è una pianta attempata da circa
6000 anni, dalla quale si ricavano due tipi di
droga cosiddette leggere:
l’hashish che, ottenuta raschiando la pianta,
si fuma mescolata al tabacco o ingerita; la marijuana,
invece, facendo seccare o tritare le foglie e
i fiori, si fuma in sigarette o pipa. Attualmente
la canapa indiana viene coltivata in 120 Paesi,
ma ha nel Mexico il maggiore produttore. In Colombia,
oltre all’ Amatola (il papavero) si produce marijuana
liquida che, in gocce, si versa su sigarette o
in bibite. Due gocce equivalgono a cinque spinelli,
quindi per ottenere un litro di marijuana occorre
macinare più di una tonnellata d’erba.
L’hashish che in arabo significa, appunto, “erba”
veniva usata per assoggettare le persone e soddisfare
gli intrighi amorosi, oltre che per affrontare,
con l’alterazione delle percezioni, le lunghe
pratiche ascetiche e di meditazione.
In India, la canapa era considerata di origine
divina che germogliò dalla trasfigurazione
dei peli dorsali di Visnù. Considerato
un oggetto sacro dalle proprietà inebrianti,
gli venne attribuito l’appellativo “Vijaia” che
significa fonte di felicità e “Ananda”
, fonte di vita.
Questa pianta veniva coltivata dai bramini, membri
della più elevata casta dell’India con
funzioni di sacerdote, dal sanscrito “brahmàn”:
animato da un soffio di vento. Le foglie servivano
a preparare il bhang, un infuso che durante il
rito incoraggiava l’unione con le divinità.
La leggenda racconta che Indra, dea della più
antica mitologia indiana, attribuiva al bhang
il potere di lavare dai peccati. Anche gli Sciiti
se ne servivano durante i riti divini: spargevano
dei semi di canapa su pietre arroventate, poggiate
sul fondo di una fossa, il tutto all’interno di
una capanna ben chiusa. Il fumo dei semi bruciati
“che nessun bagno a vapore potrebbe superare”
li eccitava al punto tale da indurli a urlare
di gioia. Ma veniamo a noi. Negli anni Settanta
la cannabis diveniva uno strumento di ribellione
al sistema e quindi politico. Oggi, nella trasformazione
stessa del fare politica la pratica totalizzante
ad agire quotidiano e microsocializzante la cannabis
perde la sua carica sovversiva per andarsi ad
omologare a tutti gli altri pattern di socializzazione,
divenendo dunque anch’essa bene di cittadinanza(puro
oggetto di consumo desacralizzato).
Di Giovanna Guarino
e Alan Smithee