La
RAI di Berlusconi
Un video sulla censura nella tv pubblica,
negli anni del centrodestra
Dalla
Guzzanti a Enzo Biagi, da Luttazzi a Santoro.
C’è un po’ tutto il risaputo (e un
po’ meno di ciò che non si sa), nel
video realizzato da Enrico Zaccheo La Rai
di questi anni, e presentato il 6 ottobre
dall’associazione Articolo 21 Liberi di.
La platea (composta perlopiù da giornalisti,
parlamentari, docenti universitari) ha applaudito
con convinzione alla raccolta di frammenti
di varie trasmissioni nell’occhio del berlusconiano
ciclone che si è abbattuto sulla
tv pubblica negli ultimi anni: dall’intervista
di Enzo Biagi a Benigni prima delle elezioni
a quella, ormai famosissima, di Luttazzi
a Marco Travaglio, dalla Guzzanti stoppata
con una velocità fulminea dal cda
presieduto da Lucia Annunziata al diverbio
telefonico tra Santoro e Berlusconi. Insomma,
ciò che c’è nel video si conosce,
e comunque pone interrogativi interessanti,
in tempi di stucchevoli discussioni su fiction
rosse e nere (si veda Conti, Corriere della
sera, 27/9/2005). Quel che manca sono le
risposte. Non sarà compito di un
video darle, si obietterà. Forse.
Ma un video delle risposte può suggerirle.
Sul perché questo video non ci riesca,
un’ipotesi c’è. Per affrontare il
problema a fondo, sarebbe necessario andare
ben oltre gli ultimi anni, quelli del governo
Berlusconi. Ad esempio, come dimenticare
la rimozione, nel 1962, di Dario Fo e Franca
Rame da Canzonissima (Sorice, 2002)? O,
ancora, il celebre ostracismo verso Beppe
Grillo dalla fine degli anni ’80 in poi
(Grasso, 2003)? A guardarlo con un’ottica
più ampia, il problema della censura
in Rai non è certo legato all’isterico
dispotismo (pur palese) dell’attuale premier,
ma alla perversa catena che lega la tv pubblica
ai partiti, e che comprime le potenzialità
della prima a favore degli interessi di
parte dei secondi. Democratizzare la Rai,
negli anni, ha significato, e purtroppo
significa ancora, non rendere l’azienda
indipendente dal sistema politico, ma allargare
lo spettro dei partiti che pian piano riuscivano
ad avere accesso ai palazzi di viale Mazzini.
Più partiti, più democrazia.
E meno indipendenza, meno qualità,
meno pubblico. Nessun partito o forza politica
che sia stato in qualche maggioranza, o
anche solo all’opposizione, può vantare
la propria innocenza e il proprio candore
di fronte a quella che già nel 1968
Alberto Ronchey definiva “lottizzazione”,
in una lettera a Ugo La Malfa (Grasso, 2004).
E ancora oggi non ci pare di intravedere
riflessioni realmente mature da parte di
nessuno dei due schieramenti, ciascuno impegnato
nel proprio calciomercato dei giornalisti,
per arrivare alla prossima legislatura con
le pedine già schierate sulla scacchiera.
La propria scacchiera, per una partita che
forse non avrà vincitori ma che avrà
i soliti perdenti: la Rai e il suo pubblico.
Nel buio più completo della lottizzazione,
la strada per la vera libertà d’informazione
non passerà per caso per la strada
della privatizzazione? Non per il modesto
e trascurabile parere di chi scrive, ma
per il parere, quello forse un po’ più
importante, degli italiani, che nel 1995
si espressero chiaramente tramite un referendum
( si veda www.radicali.it). O, da qualche
parte (pure più attenta alla questione…)
si crede davvero che per una Rai più
libera basterà riavere Santoro? Questo
è ciò che il video non chiarisce...
di
Simone Luciani