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(Tecno-subordinazioni)
La caverna di Batman
Se
non trovi un modo per definire la tua abitazione,
puoi chiamarla caverna, caverna di Batman.
Chi ha letto il fumetto dell’uomo Pipistrello o
ha seguito film e serie televisive sicuramente ha
un’idea di quanto era per il protagonista quello
spazio segreto e intimo: un ambiente personale e
oscuro carico di tecnologia e attrezzi tecnologici
necessari per vivere la notte e difendere Gotam-City
dal Male. Questa stretta simbiosi tra il personaggio
e la tecnologia ha dato vita a quella che Gino Frezza
definisce “Sindrome di Batman” e che costituisce
oggi un modo per chiarire le carenze affettive,
umane e di aggregazione sociale compensate da un
ambiguo carico di tecnologia.
Se Frezza parla di “colpevole” dipendenza dalla
tecnologia, oggi si può anche parlare di
“innocente” dipendenza. Colpevole perché
dovuta al potere economico dello stesso protagonista
di poter manovrare la realtà possedendo costose
tecnologie; innocente lo è oggi ogni essere
umano “contemporaneo” perché vittima della
sottile azione plasmante dell’advertising sulle
proprie consuetudini.
Il “pezzo” tecnologico, sia esso un computer, sia
esso una TV, un cellulare, un lettore digitale o
un impianto di aerazione di ambienti interni per
non citare poi ogni ulteriore sagoma collegata con
una spina a una presa elettrica, ci spinge a mantenere
un nevrotico aggiornamento dello stesso. Cerchiamo
in realtà più fedeltà da una
forma priva di parola, non ci deve tradire perché
gli diamo parte del nostro tempo e parte dei nostri
sentimenti, lo vezzeggiamo e lo esibiamo come il
“compagno” del momento.
Ma se Batman compensava con Bat-mobile, Bat-computer,
Bat-arang, Bat-elicottero e quant’altro la tragicità
di un vissuto familiare triste e terribile per aver
assistito da giovane all’omicidio dei genitori,
l’uomo di oggi casa ha da nascondere nell’intimità
della sua caverna come fatto immateriale, tragico
e traumatizzante?
Secondo molti studiosi il giovane del nuovo millennio
ha trascorso molto spesso un’infanzia priva di affetto
familiare, di quell’affetto inteso come contatto
costante con la solidità che dovrebbe risiedere
in ogni nucleo familiare capace di regalare una
spontanea evoluzione della felice tranquillità
giovanile. Una TV sempre più seguita, continua
a sorridere al ragazzo che da eremita la vede e
la ascolta vivacchiando il solletico di una felicità
surrogata: una nuova consolle, un nuovo cd-game,
un nuovo Hi-Fi, una nuova auto.
Se ne accorgono ancora in pochi della gaiezza “costruita”
dalla tecnologia, capace di nascondere la depressione
umana, narcotizzando il suo pensare. Sembra inoltre
proprio vero che parlando di attrezzi tecnologici
se ne può rappresentare la “brutta” capacità
di arrivare ad atrofizzare il corpo o parte d’esso;
una volta per scrivere questo testo avrei avuto
bisogno di penna o pennino o di macchina da scrivere
meccanica comportando un allenamento muscolare del
mio arto destro. Oggi per allenare il mio arto ho
un elettrostimolatore, per scrivere questo testo
mi è bastato recitarlo ad alta voce davanti
a un P.C. con video, microfono e tastiera ergonomica.
Tutto nella mia caverna.
Alessandro Leucci
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