L’ oggetto di studio “volto” disloca i confini disciplinari
proiettandoci in quella zona liminale e liminoide che è il desiderio, buco
nero la cui gravità ci assorbe e alla quale non possiamo sfuggire neppure come
fasci di luce di saperi acquisiti e di logiche istituzionali. Dalle logiche
alle dialogiche. Dialogiche instabili, astratte.
Nel volto, nei volti, "i frutti puri
impazziscono",
perché il volto è un oggetto di studio che ci studia a sua volta, ibrido e
alterante nelle sue narrazioni antropologiche, nelle sue erotizzazioni
desideranti.
Bisogna, una volta per tutte, rinunciare a comprendere il volto,
perché comprenderlo significa inevitabilmente racchiudere il molteplice dentro
l’arrogante parzialità di una griglia interpretativa.
Bisogna invece accostarsi al volto come soggetto sincretico accettando di entrare dentro le fratture disarticolanti
del desiderio, praticando quella che Canevacci definisce un’antropofagia
semiotica, facendosi palato perché “il palato non è immobile,
bensì guida, sceglie, giudica, rifiuta, sputa, gusta. Come una lingua che
separa, scioglie, poi smuove e mischia sapori”.
E’ questo il metodo che ho voluto seguire in
questo percorso di ricerca sui volti femminili nella pubblicità di moda. Volti
introiettati, non compresi. Perchè comunque incomprensibili se non nella
pretesa di una monologica fisiognomica del senso. E un percorso erotizzato
(eroptico), ibrido (alterante), volutamente non sequenziale (ma appunto:
sincretico) e in-betwenness (attraversando e lasciandosi attraversare
dai confini). Un percorso palpitante: come l’occhio batalliano, le
anatomie di Bellmer, le visioni di Molinier. Per “ distendere uno
sguardo fluido e differenziale, bagnato dagli umori del desiderio” perchè “il
desiderio insegue il non-identico e lo sguardo è il suo organo erettile”.

Fig
_1: Pierre Molinier, “Hanel Sechs! (melee erotique)”, 1973

Fig._2-_3:
LaChapelle, Campagna pubblicitaria per Iceberg, 2001.In primo piano la
“bambola” Pamela Anderson. In basso: T.Richardson,dalla bambola “gonfiata” alla
bambola “gonfiabile”

La
plastica
“La
plastica è sempre una conversione interamente inghiottita nell’uso: al limite
s’inventeranno degli oggetti per il piacere di usarli. La gerarchia delle
sostanze è abolita: una sola le sostituisce tutte: il mondo intero può essere
plastificato, e perfino la vita”
Look. Sguardo, occhiata. Iniziamo questo
capitolo proprio con la parzialità di uno sguardo: la storia di uno sguardo, la
“grammatica di un sistema di vita e di oggetti di consumo, elogio
postcontemporaneo della volontà di apparire”
e delle translucide e plastificate somatopie degli immaginari attuali. Barbie
rappresenta più di quel che è: una bambola. Barbie è un medium che
“irrompe nella modernità interessata al corpo, al narcisismo diffuso, alla
voglia di libertà sessuale”“.
Barbie è un feticcio-star, da assumere come dispositivo per la
comprensione di quel “tessuto di informazioni e polifonie di comunicazioni” che è la moda. Barbie è iperreale, è una ipertrofia iconica che assurge
a “baricentro dei sistemi di rappresentazione collettiva”, apogeo di una cosmesi chirurgica
della femminilità, di un surfismo stilistico
diffuso, di un erotismo barbiologico generato dalla vulcanizzazione
della plastica. Barbie non è solo “epifania della cultura materiale”, ma un oggetto che si fa soggetto,
“capace di narrazione, figurazione, emozione”;
un soggetto che inerisce “alla sintesi narrativa della figura femminile nella
bambola”
, innescando un “processo di purificazione della plastica, in favore
dell’affabulazione vitalistica della

Fig
_4-_6: Campagne barbiologiche per Bebe, Hermes e Moschino.

vita di bambola”
e incarnando il mito “della bellezza assoluta e quotidiana della transizione
che ha permesso l’avvento del fenomeno della top model, unito all’ossequio
totale verso il fashion-system e lo star-system”. Barbie “riesce a cadenzare nei
ritmi dell’immaginario”,
è eterna perché incarna una bellezza deperibile e dissipativa:
quella mai statica che si abbandona alla “dimensione elegiaca dell’apparenza” e ai flussi mutevoli della moda, che
in parte ri-elabora, senza tuttavia esserne fagocitata. Ed è anche la distance
dalla natura e dalla femminilità che promana,
e degli scenari incantati che abita, a renderla tanto desiderabile, proprio
perché “«erotizza» con il suo effetto-seduzione, l’artificiale natura del suo
corpo”
e della realtà onirica nella quale transita. Barbie non è perciò definibile
come semplice gadget, se accettiamo la definizione di gadget come
“trastullo erotico, una trottola che gira senza fine; meno su se stessa che
attraverso la sua enorme prole [che] Suscita brama, la mobilita; e quando ce ne
appropriamo già guardiamo ad un’altra”.Barbie
è eroptica: è il trionfo del retinale.
Barbie ravviva, attraverso la proposizione di un mondo-miraggio, il
nostro desiderio di essere,
il nostro immaginario. Ma anche le nostre proiezioni su un ideale assoluto di
purezza ed innocenza inesauribilmente pervertibile: si vedano per
esempio le bambole mostruose di Cindy Sherman, le bambole disarticolate di Hans
Bellmer, le Plastic Babies di Fabien Azzopardi,
ecc.
C’è un’erotica sottesa alla retorica della rappresentazione dei
corpi nella pubblicità di moda. Un’erotica che “riguarda un sentire e
un’esperienza interiori, travisati dall’oscenità [e che] non è più soltanto lo
“squilibrio” che intacca i corpi visibili, secondo quanto ha detto Georges
Bataille, l’essere fisico, toccabile, ma qualcosa che si addensa più in
profondità nell’io, che scompare nel suo buio”.
Riferibile cioè ad una zona ermetica dell’osceno interiore, una oscenità
interiorizzata e commercializzata.
Se lo svilimento, reso attraverso l’evidenza degenerata dello
svelamento di un essere meccanico e macchinico dei corpi, è evidente nella
pornografia, vive una doppiezza perversa nella promessa di piacere, di
godimento, di felicità che verrà revocata e sempre procrastinata e rinviata al
consumo di un'altra promessa, in una società del desiderio nella quale la
rappresentazione pubblicitaria del piacere, preconfezionato nella forma di un
obiettivo predefinito e dunque obbligatorio, ha la forma dell’ideale.
E l’ideale è la rappresentazione ipervisibile e mediale della
desiderabilità: “l’apparente trasparenza e realtà dell’immagine induce a
credere alla verità dell’ideale, più di qualunque racconto”. Questa “luxuria larvata” che tende a celare l’evidenza
dell’equivoco (fondante, sempre seguendo le intuizioni di Guido Zingari, di
una cultura dell’equivoco e di una esistenza equivoca),
l’impossibilità effettiva del godimento, è la messa in scena (resa oscena)
di un volto senza volto.
Così il corpo visibile è reso voyeuristicamente ipervisibile, persino in una
pornografia senza nudità, vistoso e raggiante, schermando il corpo invisibile
della pornografia morale, quasi che “un eccesso di solarità e di illuminazione
dei corpi esteriori [abbia] fatto precipitare nel buio i corpi delle anime”,
consegnando il corpo dell’oscenità esteriore come pretesto ed alibi “per
nascondere e scagionare i delitti più efferati di un’altra oscenità”. L’oscenità qui presa in esame,
consiste allora nell’appiattimento dell’ideale sul presente, nella costruzione
di una superrealtà, nel trucco “sull’esempio del make-up del volto” che ha la pretesa di apparire come
assolutamente naturale, nel passaggio dalla corrispondenza dell’immagine alla
sua “epifania, apparenza luminosa, imposizione dell’essenza più vivida e
capace di impressionare”,
e che produce un effetto di desiderio della rappresentazione nonostante i
contenuti sottesi: come nel caso di quelle immagini di moda , “dove
l’anoressia, il disagio, il cattivo grado di salute [sono] esibiti con
compiacimento”.

Fig _7-_9:Immagini “anoressiche” di sfilate di moda
Il desiderio, proprio come nella pornografia è acceso per la
semplice esibizione nella rappresentazione, la soddisfazione è obliqua,
l’ideale è presente come assenza vicina, ed è la sua prossimità a
suggerirci una possibilità
sia pure del tutto virtuale.
L’oscenità è la dissumulazione della in-sostenibilità della promessa, della
precarietà della sua persistenza: la consunzione, la noia e l’obsolescenza ne
palesano prima o poi l’ingenua quanto perversa labilità.
L’enfasi sovente posta dalla pubblicità di moda sul desiderio dei
corpi, annichilisce la carica eversiva dell’erotismo, il quale trova una nuova
piattaforma di espressione nei volti delle modelle. La raffigurazione
dell’erotismo dei volti, rilancia l’erotismo deprezzato della dinamica delle
parte sostituibili, consistente nella focalizzazione sui segmenti anatomici
del femminile, e della saturazione visiva del nudo.
E’ all’ambiguità dei volti, alla loro intima inaccessibilità che è
rimandata la possibilità di far fronte ad una sensibilità di reazione attutita
dalla sovraesposizione , dal sovraeccitamento di corpi concepiti come macchine
erotiche “capaci esclusivamente di brividi determinati”. L’ambiguità dei corpi è stata fin
troppo esplorata, il mistero demistificato, ora cerca di penetrare

Fig._10-_12.
Immagine sinistra: l’originale Barbie Mattel.
Immagini in alto a destra:“Private
Betty Boop”, Resin Model Kit. In basso: Campagna Valentino spring/summer 2006.

all’interno degli stessi: il desiderio entra nei corpi con una
pruderie voyeuristica quasi anatomica e al contempo bramosa di carpire una
ambiguità persino più indecifrabile, ovvero quella dei volti. Il volto pur
esponendosi continuamente allo sguardo, è comunque elusivamente ri-volto,
ripiegato al suo interno, quasi a formare una smagliatura del senso. Ma, come
sostiene Guidieri, “forse l’erotismo è lui stesso un infra-sottile: l’eterna
inadeguatezza tra due momenti, la smagliatura nella causalità- l’intervallo
erotico- che sprigiona calore nel movimento”.
La metonimia nella dissezione macchinico-chirurgica dei corpi, per
continuare a restituire, secondo la retorica della parte per il tutto,
l’intero, comincia a reclamare una individualità non più anonima, non più
alienata dal corpo o da una sua qualsiasi parte. Nell’attuale inflazione
dell’eros,
i “quarti di donna”
rischiano di restare pezzi mutilati accatastati nella camera mortuaria del
desiderio. Così come la concezione accumulativa della bellezza, ha bisogno oggi di legarsi ad una
storia, ad una identità. Ad un volto. L’orgasmo dei corpi, deve essere
visualizzabile nell’estasi espressiva dei volti per apparire credibile, per
essere testimonianza della concretizzazione del desiderio. I tratti del
volto, poco importa se affabile o altero, devono essere disegnati dal desiderio
per tracciare una geografia percorribile dall’immaginazione del fruitore,
perché “la vista di un viso che pregusta l’orgasmo […] è un successo
commerciale assicurato”.

Foto _13-_16. In alto a sinistra: Fotografia di
Daniele Buetti "Gucci
Milano", 200_
In alto a destra: foto “barbiologica” di moda di Roberto Orlandi. In basso a
sinistra: LaChapelle per Guru 2006. In basso a destra:
Barbie-lolita per la
Campagna Sisley
“Underwear” 2003

Secondo la Butler,
il dominio dai regimi di potere e conoscenza ci costringono, prescrivendo
codici di comportamento di genere internalizzati come strutture della
soggettività, ad adottare identità di genere, connesse al sesso biologico,
niente affatto naturali ma risultanti di un costrutto performativo effetto
della coercizione e volto alla produzione di soggetti la cui individualità,
saturata dalla sessualità, sia strettamente e coerentemente connessa al
genere.
Il carattere performativo e simulacrale del genere è palesato dall’
eversiva figura della drag, nel suo essere altro dal genere di
appartenenza biologica.
Così come il gender, anche il corpo, inteso foucaultianamente nella sua natura duale ( ovvero
empiricamente come organismo vivente e al contempo come “soglia della
trascendenza del soggetto”),
non è un dato meramente biologico, ma un “campo di iscrizioni di codici
socio-culturali”.
Ripensare il genere, così come la corporeità, significa assumere
una posizione ancora più estrema, che tenga in giusta considerazione fattori di
complessità identitaria come differenza, e non semplice opposizione; e diversità.
Partendo dalla posizione «dialogico complessa», del sociologo
Morin,
consistente nella considerazione di una base fondamentalmente comune a tutti
gli esseri, e a partire dalla quale si manifestano le differenze in termini di
sviluppo e quindi di riduzione dei caratteri e delle logiche oppositivi,
assumere posizioni come quella della Haraway
che, riferendosi ad una soggettività multipla e denaturalizzata, considera la corporeità nei termini
di una corporalità virtuale, “ad alta valenza

Fig _17: La superaccessoriata “barbie Dior”. Dior “Surf-Chic
tecnologica”,
come un incrocio “di molteplici e mutevoli codici di informazione, dal codice
genetico fino a quello dell’informatica”.
Il cyborg è “un organismo cibernetico, un ibrido di macchina e
organismo che appartiene tanto alla realtà sociale quanto alla finzione […]
una creatura di un mondo post-genere”.
Donna Haraway assume il corpo come una entità nomadica, non più
definibile in termini dualistico-oppositivi (mente/corpo, organismo/macchina,
natura/cultura, maschile/femminile), una entità in-stabile, definibile in
relazione alla complessità e alla molteplicità delle collocazioni e delle
interazioni sociali di questa nuova soggettività virtuale post-umana
(post-biologica e post-carnale), con il mondo.
Il cyborg viene allora a configurarsi come strumento etico di
dissoluzione dei saperi situati, delle costruzioni coercitivo-identitarie, che
non si limita a tracciare una cartografia delle realtà socio-politiche
dell’attuale, ma muove una profonda critica alle strutture concettuali della
cultura e dei poteri dominanti. Le identità, “appaiono contraddittorie,
parziali e strategiche. Genere, razza e classe non possono più essere posti
alla base di una fede in un’unità “essenziale”, dopo che si è fatto tanto per
affermare la loro costituzione storica e sociale”.
L’Essere Femmina è uno stato, uno stato di essere
profondamente problematico: una categoria “altamente complessa, costruita
attraverso controversi discorsi sessuali e scientifici, pratiche sociali di
vario genere”, acquisita “durante la terribile esperienza storica di realtà
sociali contraddittorie come patriarcato, colonialismo e capitalismo”. Le identità sono “identità
fratturate”,deterritorializzate,
molteplici. Le identità obbediscono oggi alle ludiche logiche del maquillage/demaquillage;
il gender a quella “transizionale” del passing, ovvero quel “processo
risultante dall’azione umana che può fare di noi dei cyborg […] , o può
semplicemente inserire la nostra capacità di agire e raccontare entro una
griglia mobile la cui struttura fondamentale è il risultato di un
attraversamento continuo dei confini del definito e del definibile”.
I volti femminili della pubblicità di moda ostentano, talvolta con
aggressiva tenacia, più spesso con spregiudicata ironia, un’inedita fluidità
delle strutture di genere, rivendicando il diritto di un’ irriquieta e
incessante ridefinizione dei concetti di femminiltà, sensualità, erotismo.

Fig.18.
Terry Richardson per la campagna “Jamaica”, Sisley, 2001.

Fig.19-.21:
A sinistra “Poupee” di Hans Bellmer. A destra: Inez van Lamsweerde, “Joanna”, 1995. In basso:
Diesel, campagna primavera estate 1995.

Polluzioni
retiniche. Per una etnografia dell’occhio.
Esplorare le relazioni tra desiderio e scrittura, attraverso un
erotismo oculare “che si filiforma nei flussi degli sguardi captati e donati”, è una metodologia etnografica in
grado di accendere polifonie inedite.
Una etnografia dell’occhio che “inserisce la sua sensibilità
percettiva fin dentro la riconfigurazione concettuale e narrativa, contro un
metodo di ricerca ormai ossificato, basato su fondazioni logiche da tempo
insopportabili”.
Un occhio partecipante, per questo desiderante, che assorbe
l’erotismo ossarvando e osservandosi. L’avviluppamento di occhio
(organo-voyeur con innesti di protesi e sensoralia, dispositivo-feticcio
di visione visionaria) ed erotismo è un farsi sguardo, è fetish:
un erotismo collirico che fa dell’occhio “il generatore di ogni fetish”. L’ Eroptica è una metodologia dello
sguardo palpitante, che “de-forma concetti, paradigmi, metodologie e li spinge
su un margine lungo il quale il desiderio è assorbito, rigettato e trasfigurato
in “opera””.
L’Eroptica è, dunque, esperienza del transito: “se è vero che è
proprio del feticismo sentire come animate le cose inanimate - ovvero che non
esista "cosa" che non sia animata, la cosa si muove tra body and
corpse (altro che body&soul)”,
bisogna farsi altrove spaziato, Neo-dandy (ND) , somatizzando,
ingerendo e trasudando costantemente l'eccesso del fetish.