I
luoghi nascosti del cambiamento
Andrei
fa centro con un film difficile e complicato.
A volte il cinema serve per portare in luoghi che
paiono lontanissimi, ma che, invece, stranamente sono
vicinissimi a noi. Ora si dovrebbe solo distinguere
se, il luogo “cinematografico “ è metaforico
o realmente geografico, quindi tangibile, percorribile
ed esplorabile. Massimo Andrei di luoghi ce ne mostra
addirittura tre, nella sua opera prima, Mater Natura:
quello che c’è, quello che non c’è,
e quello che potrebbe esserci. Ad una prima visione,
quella frettolosa, da festival o da domenica pomeriggio
dopo pranzo, il film di Andrei può tanto risultare
fastidioso quanto piacere, ma sempre tra due estremi
e mai in una via di comodo; in realtà la pellicola
del giovane regista è un mosaico complesso
ogni dire e, forse per questo, dotato di un fascino
avvolgente e insinuante.
Si parlava di luoghi, nel film tre, e in particolare
del primo, quello della struttura classica: il melò.
Desiderio ama alla follia un giovane, bello e aitante,
ed è ricambiata, se non che, scopre che lui
deve sposare un'altra ragazza. Desiderio è
folle di dolore e gelosia per questa perdita, ma,
il suo male si amplifica con la vera perdita, ovvero
la morte del giovane. Da qui parte la nuova consapevolezza
e quindi l’elaborazione del lutto, proprio e collettivo.
Questo il primo luogo di Andrei e del Film, il luogo
del cinematografico per eccellenza, il melodramma
sferzante e sferzato; che non esige giustificazioni,
in totale e in continua crescita e che si attorciglia
in spirali contingenti e impetuose, quelle per intenderci
che mirano a colpire lo spettatore prima allo stomaco
e poi al cervello. Maestri di questo gioco sono stati,
Sirk, Powel, e Visconti in parte, capovolgendo le
regole nel classico menage di attrazione e repulsione.
Anche Mater Natura gioca sulla classica dicotomia,
vincendo a pieno, dal momento che la parte di melò
risulta convincente e sentita, nel giusto equilibrio
del dramma/farsa. Ma non solo, il primo luogo cinematografica
sta per essere capovolto, infatti, oltre ad un vero
e proprio amore impossibile ( un trans e un eterosessuale),
la commistione dei generi infrange la tradizione,
e, alla fine, non vince il dramma ma la commedia.
Questa novità è fondamentale, l’unica
chiave per un analisi completa dell’opera. Il dramma
di Desiderio non solo crea una frattura con l’altro
luogo del film, ma ne esce ancora più amplificato,
nel momento in cui non rimane “immerso” nel proprio
dolore. La scrittura piacevole e pungente ( che a
volte può ingolfarsi in alcune scene, ma non
si nota), crea un pungolo attivo di tensione drammatica
ogni qualvolta la macchina da presa inquadra Desiderio
e il proprio dolore, e la cornice ( ma è troppo
riduttivo come aggettivo per il 50% del restante film)
gioca in suo favore e non a sfavore. Il fatto poi
che la storia d’amore abbia per protagonista un transessuale
conduce ancora di più verso l’inesplorato.
Spesso sottomesse alla logica popolar culturale della
poshade, la figura del transessuale acquisisce per
la prima volta in un opera cinematografica giusto
valore. Gli esempi passati erano a servizio del macchiettismo
( Come mi vuoi) o comunque non ben analizzati ( Le
fate Ignoranti), stavolta Andrei sembra guardare direttamente
a Neil Jordan e al suo The Cryng Game, e racconta
la fase del cambiamento e della consapevolezza della
scelta. Non quindi un film del dubbio, ma sul dubbio,
con la battuta chiave del personaggio “Che sono io?
Non sono un uomo, non sono una donna, io sono una
bugia!” Non mentire per essere accettati, ma mentire
nella propria essenza e materializzazione di essere
umano completo e con sentimenti. E questa consapevolezza
porta il regista a mostrare al pubblico il terzo territorio,
un territorio che non è ancora ( o non vuole
essere) mostrato: il terreno dell’altro. Un mondo
a parte, forse chiuso per sua natura, che si apre
e volge il suo sguardo al resto del mondo, non per
richiudersi e per accentuare la propria particolarità,
ma per creare omogeneizzazione. I transessuali non
vengono filmati come mosche bianche, ma come mosche
libere di volare e di accopparsi con altri insetti,
e aperte ad integrarsi alla collettività con
l’apertura del centro Mater Natura. Ed è proprio
in questo casolare, che la forza del film, e del suo
messaggio, si sprigiona: siamo soli ma possiamo fare
del bene agli altri anche a chi ci odia. Lontani dalla
violenza di Almodovar e dall’isterismo delle sue figure
più riuscite ( cinematografiche e poco reali),
i transessuali creati da Andrei vivono di luce propria,
di scelte e di lavori comuni agli altri, con sogni
che non sono pastiche dei film di Doris Day. La normalizzazione
dell’altro è l’elemento più affascinante
di questo film che affascina e che capovolge in maniera
irrefrenabile anche gli stilemi più classici,
come quello del kitch. Se Priscilla, Queen of the
desert di Hogan o lo stesso TransAmerica, studiano
ed esaltano il Kitch in modo tale da renderlo un tutto
non omogeneo alla scelta cinematografica, in questo
film avviene il contrario: non musealizzazione ( e
quindi mercificazione del kitch) ma libera espressione
per e con. Non sono kitch le musiche di Cannavacciulo,
ispirate a ritmi della terra e Bregowich, ne le scenografie
o la fotografia ( livida e potente, quasi ascetica
nei tramonti). Un discorso a parte meritano i costumi
del geniale Giovanni Addante; se si pensa a piume
di struzzo e paliettes, siamo fuori campo, dal momento
che Addante trai ispirazione dalle tele di Frida Kalo
e di Dalì, nella creazione di “pelli” e non
di abiti, che guardano alla persona e non al personaggio,
che respirano delle evaporazioni del Vesuvio e non
delle luci strobosferiche. E poi la terra, questa
campagna sotto un vulcano ( metafora facile ma originale
di fallo) , che vive e che regala la vita e il peccato
( la mela ) e fa superare le avversità.
Andrei sa che non può con contare su degli
abitanti adatti per le sue terre (o luoghi) e quindi
opta un poker di attori variegato. Se Vittorio Foglia
Manzillo può soffrire della sindrome cannibalica
apollinea che lo porta a essere un oggetto e non un
soggetto del desiderio ( strumento gia sperimentato
con successo da Garrone), Maria Pia Calzone traccia
con sopraffine bravura il ruolo di Desiderio, tutto
giocato su sfumature di sottrazione e di sottotoni,
che rendono il personaggio fortemente sentito e credibile.
Se le doti di commediante e di intrattenitrice di
Vladimir Luxuria erano note, stavolta si rimane piacevolmente
sorpresi nel vederlo recitare sempre in abiti mascolini,
con una forza e con un senso della partitura cinematografica
inusuale e decisa. Nei panni del regista che tenta
di mettere in scena opere della tradizione con il
solo ausilio di uomini, Luxuria diviene spina dorsale
del film, regalando dramma e commedia quasi come in
As you like it. E sia per la direzione degli attori
che per la scrittura, fa capolino la carriera o vita
precedente ( gavetta sarebbe riduttivo) di Andrei,
tutta a servizio del teatro, che ora si rielabora
mischiando un pò tutto, come in un crogiulo,
il meglio della propria esperienza: se la scelta di
Enzo “Europa” Moscato rimanda i colti e non solo,
ad uno dei personaggi di “La fine della bellezza”
di Giuseppe Patroni Griffi, quello di Iavarone e quello
di Brescia guardano alla commedia Elisabettiana, non
solo Shakespeare ma anche tutti i minori, Ford in
testa. E tra bravi attori e belle scene, per una volta,
finalmente, Napoli perde la sua funzione di cartolina
e diviene terra di confine e di cambiamento, solare
ma non più oleografica.
di Gabriele Marcello