Una
pugilessa in odore di Oscar.
Dopo
Mystic River Clint Eastwood centra un altro bersaglio.
Nel
gergo culinario si dice che il whisky più invecchia,
più diventa pregiato, e così vale per
il vecchio Clint Eastwood. A 74 anni suonati, mentre
molti suoi colleghi coetanei abbandonano le scene
per godersi i miliardi guadagnati, in qualche resort
di Malibu, il texano dagli occhi di ghiaccio vive
il suo periodo d’oro, non solo come attore ma anche
in veste di autore/regista. Dopo il tuffo nel vecchio
west degli “Spietati”, quello nel profondo sud nel
noir “ Mezzanotte nel giardino del Bene e del Male”
e dopo averci mostrato il marcio dell’umanità
di Mystic River, il vecchio Clint, più in forma
che mai, ci regala la dolente storia di Maggie Fitzgerald
e Frankie Dunn, nel suo Million Dollar Baby. Lei è
una ragazza del Missouri che fa la cameriera di giorno
e la boxer di sera, lui, invece, è il proprietario
di una palestra malandata di Los Angeles dove i giovani
si allenano alla boxe, e dentro di sé, porta
la ferita di un rapporto difficile con l’unica figlia
che non risponde mai alle sue lettere. Entrambi sono
due anime perdute e, in un certo senso, due esseri
rifiutati dal loro microcosmo familiare ( anche Maggie
vive un rapporto conflittuale con la sua famiglia).
Dopo l’incontro di un allievo di Frankie, Maggie gli
chiede un aiuto per coronare il suo sogno: divenire
campione dei pesi medi femminili. All’inizio lui non
vuole avere a che fare con la ragazza, poi si lascia
convincere e accetta ( merito anche di un vecchio
pugile mezzo cieco di colore, che lo aiuta nella palestra).
In un anno e mezzo di allenamenti Frankie vede in
Maggy un surrogato della figlia e lei, in lui, quello
di un padre perduto troppo presto. Quasi arrivata
al suo traguardo, Maggy ha un incidente sul ring e
diviene tetraplegica. Sebbene Frankie sia premuroso
con lei, la ragazza ha un ultimo desiderio: vuole
morire, dal momento che non riesce a concepire la
sua vita su di un letto. Lui l’accontenta. Raccontata
così, la storia pare una banalissima soap opera,
destinata a far lacrimare gli pseudo intellettuali
bene, che ingrossano le fila delle sale cinematografiche
il sabato sera, ma per fortuna non è così.
Eastwood affida al neo sceneggiatore Paul Haggis la
riduzione e la rielaborazione del racconto di F.X.
Toole, e allo stesso tempo si mantiene fedele alle
intenzioni dell’autore: raccontare una parabola umana
nera. Tutti gli spunti o gli elementi mielosi, che
tale storia può offrire, vengono sapientemente
evitati e regista e sceneggiatore si concentrano su
di una raffreddamento della materia, quasi concepissero
la storia alla stregua di un docu/drama. Unica concessione
al melodramma è la voce fuori campo di Scrap,
che diviene una sorta di coro greco, atto a scandire
i blocchi di cui è composto questo film dalla
straordinaria coerenza ed unitarietà drammatica.
Non sembra di vedere un film attuale, ma di vedere
uno dei classici del cinema hollywoodiano, perché,
per quanto contemporaneo, lo stile e il rigore di
Eastwood volgono lo sguardo verso il passato. Prima
si parlava di blocchi e di unitarietà, ed proprio
sulla base di questo ossimoro che va giudicato il
film. Ad una prima parte asciutta e quasi documentaristica
( tutti gli allenamenti e la descrizione del microcosmo
dei due protagonisti) ne segue una seconda più
“cinematografica” (la storia “d’amore” dei due, o
meglio il loro avvicinamento, perché per amore
va inteso il sentimento d’affetto padre/figlio) ed
infine una terza propriamente melodrammatica ( la
sconfitta, l’incidente ed infine l’eutanasia). Ma
tutto il film, e qui si riconosce la massima grandezza
di Eastwood regista, è sorretto da una lucidità
di sguardo e soprattutto da un rigore stilistico non
indifferente che apporta alla pellicola un respiro
sia epico che tragico. Molti sarebbero caduti in mielosi
scivoloni kitch da talk show nel momento di affrontare
il tema dell’eutanasia, ma questo non accade a Million
Dollar Baby. L’eutanasia non è niente altro
che l’ultimo gradino nella discesa agli inferi interiori
di questi protagonisti, veri e propri campioni della
non speranza, e non ne è il fulcro centrale,
come accade per Mare Dentro. Eastwood, in questo che
è senza dubbio uno dei suoi migliori film,
non si limita solo a dirigere, ma produce, interpreta
e compone le musiche e regala a Hilary Swank una delle
più belle interpretazioni femminili degli ultimi
anni. Il suo volto spigoloso e il fisico androgino
la rendono perfetta per il ruolo di questa ragazza
del Missouri che dalla vita vorrebbe qualcosa di più,
ma che le riserva ben poche gradite sorprese e gioie,
ma sensazionale appare la capacità dell’attrice
nel piegarsi, come solo De Niro in Toro Scatenato
aveva fatto, per entrare nella mente e nei guantoni
del personaggio ( senza contare che, nella versione
originale, recita con un marcato accento del Missouri,
finezza che nel doppiaggio italiano è completamente
perduta). Meritatissimi i quattro premi Oscar, che
il film ha ricevuto, e non se ne dispiaccia il grande
Scorsese se per la quinta volta si è visto
soffiare l’ambita statuetta dalle mani; per lui ci
saranno di sicuro altri capolavori ed altre nominations.
Con movimenti di macchina lenti e senza dimostrare
virtuosismi inutili, dopo Mystic River, Eastwood ci
regala un altro capolavoro che colpisce lo spettatore
in basso, allo stomaco, vero e proprio motore di tutte
le emozioni pure dell’essere umano. Perdere questo
film è un peccato, vederlo è un obbligo.
di Gabriele Marcello